Ansa

oltre la retorica

Il problema dell'immigrazione non può essere risolto in punto di diritto

Sergio Belardinelli

Che succederebbe se domani arrivassero a Lampedusa un milione di migranti? Tra nobili aspirazioni e vincoli giuridici. Una questione troppo ampia

Esiste un diritto all’emigrazione? Certamente sì. Non a caso nei paesi totalitari è uno dei primi diritti a essere negati. Ma esiste per questo anche un diritto all’immigrazione? Qui purtroppo la risposta non è altrettanto scontata. Esiste senz’altro un diritto a ricevere asilo per gente che scappa da guerre e da persecuzioni politiche, ma lo stesso non si può dire per chi decide di migrare verso altri paesi solo perché pensa di migliorare in questo modo le proprie condizioni di vita, specialmente quando si tratta di centinaia di migliaia di persone nelle mani di trafficanti senza scrupoli. Fino all’altro ieri, a dire il vero, ognuno era libero di immigrare in un qualsiasi paese europeo o negli Stati Uniti anche per semplici motivi economici. Si trattava di numeri accettabili, la situazione era sotto controllo e c’era una sorta di interesse reciproco tra l’immigrato e il paese ospitante. Ma oggi lo scenario è cambiato radicalmente. I disperati che fuggono in massa dall’Africa e dal Medio oriente riversandosi sui confini dei paesi europei, quelli che dal Messico premono sulla frontiera sud degli Stati Uniti sono diventati più una materia di scontro politico che altro; nei loro confronti non si riesce a fare nemmeno quel poco che la decenza comanderebbe; in ogni caso essi non vengono più percepiti come un’opportunità, bensì come una minaccia.

 

Di qui qualche banale domanda: che succederà fra vent’anni quando la popolazione del continente africano sarà cinque volte più numerosa di quella europea e i disperati potrebbero migrare addirittura a milioni? Considerato che non possiamo certo affondare i barconi di coloro che si dirigono verso le nostre coste, che cosa possiamo fare concretamente per arginare il fenomeno? Mi rendo conto della sproporzione che sussiste tra la gravità del problema immigrazione e le concrete possibilità che gli stati singolarmente presi e la stessa Unione europea hanno di governarlo e arginarlo. Di certo non lo si potrà fare continuando ad agitare semplici slogan, tipo accogliamoli tutti o rimandiamoli tutti a casa loro. E temo che non lo si potrà fare neanche appellandosi strumentalmente chi al diritto di essere accolti, chi al diritto di respingerli in nome della salvaguardia dell’ordine e della sicurezza dei cittadini che dovrebbero accoglierli. Ci può piacere o non piacere, ma credo che non sia propriamente il diritto l’ambito entro il quale un problema del genere dovrebbe essere inquadrato. A meno che non vogliamo trasformare anche il diritto in un mero strumento retorico nelle mani della politica, cosa che purtroppo accade. Cerco di spiegarmi su questo punto.

 

Quando affermiamo che esiste un diritto universale dell’uomo alla vita e alla libertà, ognuno di noi sa bene di poter rivendicare questi diritti di fronte a chiunque altro e sempre. Non ci sono attenuanti per chi li infrange. Il fatto che esistano molti uomini che hanno ritenuto e ritengono rispettoso della vita umana l’uso sistematico della tortura per scopi politici è questione tanto più tragica, proprio perché sappiamo che su materie del genere si potrebbe invertire la rotta dall’oggi al domani, solo che lo si voglia. Ma che cosa significa affermare che esiste un diritto universale all’immigrazione? Chi dovrebbe garantirlo? Trattasi veramente di un diritto oppure di una semplice per quanto nobile aspirazione? Possiamo veramente dire che anche in questo caso garantirlo o meno è soltanto una questione di volontà? 

 

Non tutto ciò che ci piacerebbe che tutti avessero può essere configurato come un diritto. Ogni uomo ha sicuramente diritto alla vita e alla libertà solo per il fatto di essere nati uomini, ma per i molti altri diritti che per fortuna abbiamo (si pensi ai cosiddetti diritti sociali ed economici) non possiamo dire la stessa cosa. Più che dal nostro essere uomini essi dipendono da quelle che Michael Walzer definirebbe “concezioni collettive dei beni sociali” che hanno un “carattere locale e particolare” e quindi dipendono da determinate condizioni culturali e materiali che li rendono attuabili. Un presunto diritto universale all’immigrazione implicherebbe un dovere universale di accogliere che non sempre può essere realizzato. Che succederebbe se domani arrivassero a Lampedusa un milione di migranti? Non soltanto, dunque, non c’è nessuna contraddizione nel proclamare il sacrosanto diritto all’emigrazione senza un corrispondente diritto all’immigrazione, ma insistere sull’assoluta, universale rivendicabilità di quest’ultimo potrebbe paradossalmente far passare in secondo piano proprio il dovere morale che ciascuno di noi ha di aiutare chi ha bisogno; un dovere che è tanto più indispensabile proprio perché, a rigore, chi ha bisogno non può avanzare, e tanto meno far valere alcun diritto di essere aiutato. 

 

In un grande discorso tenuto alle Nazioni Unite il 5 ottobre 1995 sul rapporto tra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, san Giovanni Paolo II parlò di “dovere della solidarietà” con parole che credo valgano a maggior ragione anche per il problema dell’immigrazione. “Affrontare questa sfida – disse il Papa – richiede dei cambiamenti sia nelle nazioni in via di sviluppo che in quelle economicamente più progredite. Se le prime sapranno offrire sicure garanzie di corretta gestione delle risorse e degli aiuti, nonché di rispetto dei diritti umani, sostituendo, dove occorra, forme di governo ingiuste, corrotte o autoritarie con altre di tipo partecipativo e democratico, non è forse vero che libereranno in questo modo le energie civili ed economiche migliori della propria gente? E i paesi sviluppati, da parte loro, non dovranno forse maturare, in questa prospettiva, atteggiamenti sottratti a logiche puramente utilitaristiche e improntati a sentimenti di maggiore giustizia e solidarietà?”.

E’ questa la strada che l’Unione europea deve intraprendere senza indugio, se si vuole evitare che dal continente africano la gente continui a scappare verso l’Europa. Una strada tanto impervia da sembrare quasi impossibile, di certo non percorribile con la retorica paralizzante e stucchevole che avvolge il nostro discorso pubblico sull’immigrazione.

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