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piano economico

Il guaio non è il pil che si arresta ma un governo che sull'economia non ha visione né creatività

Claudio Cerasa

Non fare nulla è meglio che fare idiozie, certo. Ma se l'esecutivo Meloni volesse trovare un modo per dare una frustata all’economia, oltre che occuparsi notte e giorno del Pnrr, dovrebbe trovare un modo per trasformare la prossima legge di Bilancio nella Finanziaria del taglio delle tasse

Quando non fa nulla, il governo se la cava bene. Quando fa qualcosa, arrivano i problemi. I dati negativi sulla crescita economica registrati due giorni fa dall’Istat hanno costretto gli osservatori a ragionare attorno a due temi importanti, entrambi relativi al futuro dell’Italia. Il primo tema, quello cruciale, riguarda la solidità del nostro paese. C’è motivo di essere preoccupati del meno 0,3 per cento fatto segnare nel secondo trimestre dell’anno? I dati sul lavoro di ieri (a giugno aumentano gli occupati, diminuiscono gli inoccupati, si riducono gli inattivi), sommati alla lenta ripresa della Germania (primo partner commerciale italiano, uscito dalla recessione), uniti ai numeri incoraggianti dell’Eurozona (+0,3 per cento dalla crescita zero del primo trimestre) ci dicono che il rallentamento della nostra economia potrebbe essere episodico. L’improvviso calo del pil ha però posto al centro del dibattito un altro tema più delicato che riguarda un problema reale che esiste all’interno dell’agenda Meloni. Non quello che il governo fa, ma quello che il governo non fa.

 

Fino a oggi, sul fronte economico, Meloni è riuscita a non far rimpiangere eccessivamente il governo Draghi grazie a un mix composto da due fattori: una progressiva rimozione delle proprie promesse elettorali (per esempio sulle pensioni) e una lenta adesione al mainstream europeo (per esempio sul debito). A questo, Meloni ha aggiunto, oltre all’implementazione faticosa del Pnrr, anche la capacità non scontata di chiudere partite che il suo predecessore non era riuscito a chiudere (fine del Superbonus, revisione del Reddito di cittadinanza, chiusura dell’accordo su Ita). Ma se si va a osservare con un briciolo di malizia ciò che bolle nella pentola quando si parla di economia si avrà la netta sensazione che il meglio che l’esecutivo possa fare su questo fronte sia alzare le mani: guardateci, tranquilli, non siamo in grado di fare nulla. Sul resto, come direbbe José Mourinho, “zeru tituli”. La riforma della Giustizia è sfuggente. Delle liberalizzazioni non c’è traccia. Della concorrenza non ne parliamo. La produttività non è un tema. La competitività neppure. L’innovazione è stata infilata in un cestino. Il cuneo fiscale è temporaneo. La riforma fiscale è una scatola vuota. La riduzione dell’Ires è stata appena affossata con un emendamento in Parlamento. La transizione ecologica viene osservata solo come se fosse un fastidio (la transizione non è solo Greta, è anche tecnologia, ricerca, sviluppo, innovazione, futuro). E a parte qualche occhiolino strizzato qua e là agli evasori è difficile dire che il governo Meloni abbia una benché minima idea di cosa fare quando ha tra le mani il dossier economico. Non si può far niente di quello che vorrebbe fare perché la realtà impone di essere incoerenti con se stessi. Non si può fare nulla di quello che si dovrebbe fare perché gli elettori non perdonerebbero eccessive incoerenze con il proprio programma. Può bastare? Non fare nulla è meglio che fare idiozie, e questo è certo, ma se il governo volesse trovare un modo per essere coerente con se stesso e dare una frustata all’economia oltre che occuparsi notte e giorno del Pnrr (da qui al 2026, due terzi della crescita del pil italiano saranno legati al Pnrr) dovrebbe trovare un modo per trasformare la prossima legge di Bilancio nella Finanziaria del taglio delle tasse. Non con cinque miliardi recuperati nei cassetti dei ministeri, ma con una revisione delle spese almeno di due punti di pil, quaranta miliardi, per abbassare le tasse. La battuta d’arresto dell’economia ci ha fatto riflettere su cosa ha fatto il governo a favore della crescita. Non fare danni è necessario, ma non è sufficiente, e avere un governo incapace di avere una visione sul futuro può essere incoraggiante rispetto a quello che si è evitato ma può essere deprimente rispetto a tutti i treni che l’Italia rischia di perdere ancora per i prossimi cinque anni.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.