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Più soldi in busta paga e meno in tasca, la beffa della decontribuzione

Luciano Capone e Leonzio Rizzo

Il meccanismo di sgravio fiscale disegnato dal governo Meloni rischia di generare importanti distorsioni. Oltre una certa soglia di reddito, conviene guadagnare di meno (o evadere)

Con l’arrivo del prossimo stipendio i lavoratori a medio-basso reddito si ritroveranno un buon aumento in busta paga. Si tratta della prima mensilità di applicazione del taglio del cuneo fiscale, introdotto dal governo Meloni con il decreto Lavoro del 1° maggio, che fino a dicembre ridurrà i contributi previdenziali del 4 per cento, in aggiunta alla decontribuzione introdotta dal governo Draghi ed estesa in legge di Bilancio dal governo Meloni, del 3 per cento per i redditi (al lordo dei contributi dovuti dal lavoratore) fino a 25.000 euro e del 2 per cento per i redditi fino a 35.000 euro. 

 

Si tratta senza dubbio di una misura, richiesta da tempo dai sindacati, che va incontro alle esigenze delle fasce più deboli di dipendenti che hanno visto i loro redditi fissi falcidiati dall’inflazione. Ma non è una misura esente da distorsioni, anche importanti. Innanzitutto, l’agevolazione va a interferire sullo schema di finanziamento del sistema pensionistico: si abbassa l’aliquota di contribuzione che è quella che dovrebbe garantire il finanziamento della prestazione pensionistica. Ciò vuol dire che una parte delle pensioni di questi lavoratori saranno pagate con la fiscalità generale e non con i contributi versati. Si aiutano le classi povere della popolazione pagando una parte dei loro contributi sociali con la fiscalità generale. Trattandosi di una misura temporanea, il finanziamento avviene in deficit (e quindi con debito pagato da tutti), senza al momento alterare la pressione fiscale aggregata, ma se il governo intende farla diventare strutturale – come peraltro ha fatto intendere – vuol dire che il carico fiscale-contributivo andrà ricollocato dai lavoratori dipendenti a basso reddito ad altri soggetti: quali? Questa è una domanda a cui il governo dovrà dare una risposta non immediatamente, magari all’interno della riforma fiscale, ma i tempi non sono molto lunghi.

 

 

Ma oltre a questo di là da venire, una decontribuzione fatta a questa maniera fa emergere criticità più immediate. Un intervento di tal genere quando è concentrato su una ben definita categoria di lavoratori e non oltre una data soglia di reddito può produrre importanti distorsioni nell’allocazione dell’offerta di lavoro, con conseguente eccesso di spesa per lo stato.

 

Il problema sta nel fatto che il decreto Lavoro, e la normativa precedente seppure in misura inferiore, prevede uno sgravio contributivo di 7 punti fino a 25.000 euro, poi uno sgravio di 6 punti  fino a 35.000 e successivamente nessuno sgravio. E’ facilmente intuibile come guadagnare un euro in più, passando da 25.000 a 25.001 euro, possa essere sconveniente. Ancora meno conveniente sarebbe passare da 35.000 euro a 35.001 euro: in questo caso la perdita di reddito lordo non sarebbe dell’1 per cento ma del 6 per cento. In particolare, è possibile calcolare un intervallo che va da 35.001 fino a 36.482 euro in cui conviene guadagnare di meno. Infatti, il salario netto che si avrebbe guadagnando 35.000 euro lordi sarebbe, grazie alla decontribuzione, superiore al salario netto che si avrebbe guadagnando una cifra superiore fino 36.482 euro. In altri termini, per chi è vicino alla soglia dei 35.000 euro non sarebbe conveniente un aumento dello stipendio fino al 4,3  per cento, perché un incremento del salario lordo si tradurrebbe in un consistente taglio del salario netto. Guadagnare un poco di più farebbe  incassare molto di meno. Già la Banca d’Italia nell’ultima relazione annuale ha segnalato questa distorsione con la precedente decontribuzione, mostrando come attorno alla soglia di 25 mila euro la riduzione dello sgravio dal 3 al 2 per cento facesse aumentare le aliquote marginali effettive del 5 per cento; mentre il superamento della soglia di 35 mila euro con la conseguente perdita dello sgravio di 2 punti facesse aumentare le aliquote marginali effettive di oltre 15 punti fino al 70 per cento.  Con l’aumento della decontribuzione deciso dal governo Meloni, la tagliola che scatta a 35 mila euro non è più di 2 ma di 6 punti, facendo così schizzare le aliquote marginali ben oltre il 100 per cento. Questo meccanismo può volere dire che molti con salari vicini a quella soglia potrebbero rifiutare un aumento per decidere di restare sotto i 35.000 euro, facendo di fatto pagare allo stato il loro aumento effettivo di salario, o peggio potrebbe esserci un incremento di accordi informali per percepire l’aumento del salario fuori busta. Le distorsioni sarebbero enormi, soprattutto in un ambiente ad alta inflazione come quello attuale: di fatto ci sarebbe un tetto che terrebbe schiacciati i salari medio-bassi, in una fase di importanti rinnovi contrattuali. 

 

Come si può ovviare a questo tipo di problema, soprattutto se il governo – come peraltro chiedono i sindacati – intende rendere strutturale la misura? Una soluzione potrebbe essere quella di prevedere uno sgravio dei contributi generalizzato per tutti i lavoratori, ma sarebbe molto costo costoso (a meno di non diluire il beneficio per i redditi medio-bassi). Un’altra via potrebbe essere quella di prevedere un passaggio morbido oltre i 35.000 euro che veda diminuire lo sgravio in modo crescente con il reddito: ma per disegnare uno scivolo poco distorsivo servono delle risorse aggiuntive, o comunque si dovrà ridurre il beneficio per chi è poco prima della soglia per prolungarlo in maniera discendente oltre la soglia. Ma forse la soluzione migliore sarebbe quella di abbandonare completamente la decontribuzione e prevedere un trasferimento equivalente allo sgravio contributivo, magari basato sull’Isee: raggiungerebbe meglio redditi medio-bassi e non produrrebbe queste distorsioni sull’offerta di lavoro. 

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