Grafica di Giovanni Battistuzzi  

Mozioni pericolose

“Cancellare Tito e D'Annunzio”. Il Consiglio regionale veneto va in tilt sulla toponomastica

Francesco Gottardi

A una settimana dall’approvazione, il progetto di legge del leghista Villanova resta un rebus: vietata l’intestazione delle strade ai soli criminali di guerra o pure a chi rievoca i regimi in senso ampio? Il pasticcio burocratico che rischia di diventare cancel culture

A Palazzo Ferro Fini ci si gratta la testa. D’Annunzio va depennato oppure no? E Togliatti? E Marinetti? Su una cosa sono tutti d’accordo: non doveva finire così, col rischio di fare tabula rasa di una discreta porzione di toponomastica del Veneto. La vicenda è curiosa perché balla tra senso comune e cancel culture, tra criteri fattuali e arbitrarietà del giustizialismo storico che di questi tempi – il povero Colombo lo sa bene, dall’altra parte dell’oceano – può sfuggire pericolosamente di mano. Ma andiamo con ordine.

 

Tutto è iniziato a ridosso del 10 febbraio scorso: Alberto Villanova, capogruppo della Lega in Consiglio regionale, promuove un progetto di legge statale per vietare l’intestazione di strade e monumenti a personalità riconosciute come responsabili di crimini di guerra o contro l’umanità. L’iniziativa era stata pensata in occasione del Giorno del ricordo, e infatti Villanova cita su tutti il caso di Josip Broz Tito: tuttora Cavaliere di gran Croce al merito della repubblica italiana, nonostante il ruolo di primo piano nel massacro delle foibe e nell’esodo giuliano-dalmata. Fin qui tutti d’accordo. La mozione passa all’unanimità. Riscuote ampio consenso anche il successivo intervento di Vanessa Camani, consigliere in quota Pd, per estendere il divieto ai gerarchi fascisti o repubblichini. E qui però salta il banco. O saltano i meloniani: due consiglieri si astengono, due escono dall’aula, Joe Formaggio vota contro. “La solita ambiguità dei soliti noti, un’offesa per l’intera regione”, commenta la dem. I grillini rilanciano: “Inseriamo nella lista nera anche Putin e Bolsonaro”. Il Consiglio boccia quest’ultima modifica ma tant’è: fine della pax storica.

 

C’è un effetto paradosso. Il disappunto di FdI si riversa soprattutto contro i leghisti, rei di aver voltato le spalle all’alleato di governo appoggiando il centrosinistra. Eppure la manovra di Villanova mirava a fare da ponte tra Venezia e Roma, con la consapevolezza che nel giro di poco – Fratelli d’Italia ha sollevato la questione martedì – anche la Camera dei deputati si sarebbe pronunciata per revocare la tanto discussa onorificenza a Tito. Ma dove sta, dunque, l’inghippo? Nonostante l’ampia discussione in aula e il testo redatto più volte, l’emendamento definitivo di Camani sembrerebbe coinvolgere i vari esponenti dell’ideologia fascista e non solo chi ricoprì ruoli di vertice all’interno del Pnf. Condizionale d’obbligo, perché il dibattito sulla corretta interpretazione del progetto di legge (emendamenti inclusi) è ancora in corso. “Dovremmo cancellare i libri di Pirandello?”, si domanda Formaggio. “Dovremmo cambiare la sezione del museo di Rovereto – provincia di Trento, ndr – dedicata a Junio Valerio Borghese?”, e qua lo stesso consigliere scivola, perché il comandante fu a capo della flottiglia Decima Mas che si macchiò di crimini di guerra.

 

Il punto forse è questo. La comprovata violazione del diritto bellico e internazionale si candida a essere l’unico criterio condiviso – e misurabile, soprattutto – per determinare la rimozione dei nefasti nomi del passato dalle nostre strade. L’unica via per non ricadere nell’inquisizione sommaria. Fa specie che esista ancora via Mussolini (due, in provincia di Padova). O fuori dal Veneto, via Stalin e via Mao (due, in provincia di Agrigento). Ma se il Consiglio regionale non sbroglia la matassa, rischieranno grosso anche il lungomare D’Annunzio al Lido di Venezia, via Togliatti a Mogliano Veneto (per il Migliore sarebbe cosa da poco: fra le città russe il suo nome sopravvive perfino a Lenin) e le innumerevoli dediche a Balbo, Diaz e Cadorna per aver appoggiato in qualche misura l’uno o l’altro regime. L’impasse riguarderebbe, fa notare il Gazzettino, anche eventi mondani come la Mostra del Cinema di Venezia, ideata da un ministro fascista come Giuseppe Volpi di Misurata. “E allora come vogliamo chiamare la statuetta del vincitore”, ironizza Massimo Cacciari al quotidiano, “Coppa Zaia va bene?”. Oggi sì, domani chissà.

 

Nemmeno Montanelli e Gramsci possono riposare tranquilli. A questo punto nessuno. Se poi il Veneto dovesse fare scuola, tremino l’Emilia rossa e il quartiere Africano a Roma. Via Stalingrado come via Amba Aradam. Sarebbe un’Italia senza storia né geografia: estremamente pulita ma facile a perdersi. Anche se tutto era nato con la migliore delle intenzioni, in piena armonia fra le parti. A Palazzo Ferro Fini, ancora non s’è capito cosa sia andato storto.

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