Isola di Ischia, dopo la frana di Casamicciola (LaPresse)

il futuro del pnrr

Dietro la frana di Ischia: l'incapacità di spendere i soldi europei. Chiacchiere con il ministro Fitto

Claudio Cerasa

Il caso di Casamicciola non è solo una drammatica finestra sui rischi idrogeologici ma anche un avvertimento su un’altra frana da monitorare: cosa rischia un paese che ha molte risorse da impiegare e non sa cosa farci. "Serve visione, snellimento e impegni vincolanti, anche sulla spesa", dice il responsabile degli Affari europei

Nella drammatica e dolorosa frana di Ischia – frana che nel momento in cui stiamo scrivendo ha tolto la vita a otto persone, creato quattro dispersi e costretto circa duecentotrenta persone a entrare nella categoria degli sfollati – c’è una storia nella storia che merita di essere raccontata. Ed è una storia che riguarda un problema politico, economico e culturale che rischia di avere sulla vita del nostro paese una rilevanza più importante rispetto a quella avuta negli ultimi giorni dalla famosa polemica sui condoni di Ischia (2019, governo Conte-Salvini).

Il problema in questione coincide con un tema che ha sollevato sabato scorso, dialogando con chi scrive, il ministro degli Affari europei, Raffaele Fitto, e il problema è facilmente sintetizzabile con queste parole: il rischio idrogeologico dell’Italia è un rischio purtroppo noto, ciò che invece non è abbastanza noto è che l’Italia, da molti anni, non riesce a spendere i tantissimi soldi che l’Europa ha stanziato anche per il nostro paese per far sì che il rischio idrogeologico possa essere a poco a poco tamponato. Il riferimento del ministro Fitto è legato a un dettaglio poco conosciuto che riguarda un capitolo importante dei famosi Fondi strutturali e d’investimento europei (Sie) (che non c’entrano con il Pnrr). Tra il 2014 e il 2020, i paesi europei hanno speso in media il 55 per cento delle risorse stanziate nel bilancio pluriennale 2014-2020 e fra tutti questi paesi, purtroppo, l’Italia ha dimostrato di essere il paese meno in grado di utilizzare le risorse europee, con una percentuale di fondi assorbiti pari al 44 per cento.

Il dato è forse noto, e non è un dato molto incoraggiante se si pensa che nei prossimi sei anni l’Italia dovrà mettere a terra una cifra cinque volte più grande rispetto a quella legata al fondi Sie (il Pnrr vale circa 200 miliardi di euro, i fondi Sie valgono circa 45 miliardi di euro), ma ciò che è meno noto è che 36 miliardi dei fondi strutturali europei sono destinati specificatamente alla politica di coesione.


E al centro della politica di coesione c’è proprio, come avrete già capito, la prevenzione del rischio idrogeologico. Non in modo astratto, ma  concreto. Il 20 ottobre del 2020, l’allora maggioranza rossogialla, guidata ancora da Giuseppe Conte, scelse di inserire nella sua ultima legge di Bilancio un comma, il numero 1030, in base al quale si ricordava ai governatori che “per far fronte alle esigenze di contrasto al dissesto idrogeologico e ai rischi ambientali le regioni utilizzano prioritariamente le risorse allo scopo disponibili nell’ambito dei programmi cofinanziati dai fondi europei della programmazione 2014/2020 e dei programmi complementari di azione e coesione, nel rispetto delle procedure previste dalla vigente normativa europea e nazionale, fino a complessivi 700 milioni di euro annui per ciascuno degli anni 2019-2021”.

 

L’utilizzo dei fondi strutturali europei, dunque, da anni è legato alla capacità delle regioni di portare avanti politiche caratterizzate da una sensibilità sul tema della prevenzione dei rischi idrogeologici, ma per uno strano gioco del destino sono proprio le regioni più esposte ai rischi idrogeologici quelle che negli ultimi anni hanno mostrato una maggiore incapacità nello spendere i soldi che avrebbero potuto investire per prevenire alcuni disastri naturali. Sono le Marche il fanalino di coda in Italia per quanto riguarda l’uso dei fondi strutturali (solo il 47 per cento utilizzato), le stesse Marche che a settembre sono state colpite da una pesante alluvione che ha generato la disastrosa piena del fiume Misa, ed è la Campania, la Campania dove si trova purtroppo Ischia, la seconda regione meno virtuosa in Italia nell’utilizzo dei fondi europei (tra il 2014 e il 2020 sono stati spesi poco più di 2 miliardi sui 4 pianificati: circa il 53 per cento).

 

Il tema dell’incapacità di spesa di alcune regioni è, ragiona Fitto, un tema che riguarda un problema di carattere nazionale che dovrebbe accendere un faro non solo sul senso delle erogazioni legate ai prossimi fondi strutturali europei ma soprattutto su cosa dice la storia di Ischia sul futuro del Pnrr e sulla capacità dell’Italia, nei prossimi anni, di mantenere le sue promesse sia sui soldi europei da spendere sia sui progetti interni da finanziare. Il ministro Fitto, finora giustamente molto parco nelle sue dichiarazioni, ci offre questa riflessione sul tema, in una chiacchierata avuta con chi scrive sabato pomeriggio a Bari.

“Quando è partito il Pnrr si immaginava una precisa tempistica della spesa. In un primo momento, si pensava, e venne scritto nero su bianco, che al 31 dicembre del 2022 saremmo stati in grado di spendere già 42 miliardi di euro. Nel corso dei mesi, poi, i responsabili al governo, su questo dossier, hanno modificato per due volte la tempistica. In un primo momento si è scelto di scendere a 33 miliardi di euro. Pochi mesi fa, poi, i 33 miliardi di euro sono diventati 21. Se i numeri hanno un senso significa che in poco meno di due anni si è dimezzata la previsione di spesa al 31 dicembre 2022. E la possibilità che al 31 dicembre vi sia una spesa anche inferiore a quei 21 miliardi è onestamente possibile. Per questo – continua Fitto – dobbiamo lavorare con l’intera filiera istituzionale per costruire soluzioni dal punto di vista normativo capaci di accelerare gli attuali iter. Di fronte alle sfide che abbiamo, servono ulteriori soluzioni straordinarie. Serve avere visione, programmazione, snellimento e impegni vincolanti, anche sulla spesa. E continuare a ragionare sul tema dei fondi europei con logiche ordinarie ho paura che porti l’Italia a fare quello che non può permettersi di fare: sbattere contro un muro”.

 

Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, ieri ha cercato di contendere ad alcuni colleghi ministri la palma della peggiore figura di melma del mese riuscendo a dire che per risolvere problemi come quelli di Ischia sarebbe sufficiente “mettere in galera il sindaco e coloro che lo lasciano fare”, e immaginiamo che il ministro sappia che tra coloro che hanno lasciato fare, rispetto al tema dei condoni di Ischia, vi sia anche un suo collega ministro, l’onorevole Matteo Salvini, vicepremier non solo di questo governo ma anche di quello che lasciò fare il famoso condono di Ischia.

 

Il tema dei condoni è certamente importante. Ma per evitare che il caso Ischia possa avere altri casi gemelli in Italia il ministro dell’Ambiente, insieme con i suoi colleghi di governo, potrebbe fare qualcosa di più utile che partecipare a una gara di rutti e potrebbe dare il suo contribuito ad aiutare le regioni a fare quello che dovrebbero fare: progetti, spesa,  prevenzione. Il caso Ischia non è solo una drammatica finestra sui rischi idrogeologici del nostro paese ma è anche un avvertimento su un’altra frana da monitorare: cosa rischia un paese che ha molti soldi da spendere, soldi della cattivissima Europa, e che non sa cosa farci perché è troppo impegnato a occuparsi di polemiche piuttosto che pensare a come monitorare la propria efficienza.

 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.