Foto di Leon Neal, via LaPresse 

verso la legge bilancio

I problemi di Meloni con il sud (e il M5s) tra Autonomia e Reddito di cittadinanza

Simone Canettieri

Frena sul dossier tanto caro ai governatori del nord a partire da Luca Zaia (ma dispensa ottimismo con Calderoli) e conferma la linea dura sul Rdc: via dopo sei mesi agli occupabili

Tra manovra e autonomia, Giorgia Meloni è alle prese con il mal di sud. La domanda che assilla la capa di Fratelli d’Italia è chiara: come intervenire sul Reddito di cittadinanza e sui poteri delle regioni del nord senza che il M5s cavalchi l’indignazione del meridione? Questione di consensi da non sottovalutare. La premier trascorre gran parte del suo venerdì al sesto piano della Camera, negli uffici di FdI, come ai tempi del post elezioni, quando li elesse a bunker in attesa di ricevere l’incarico. Sicché dalla mattina fino al pomeriggio, a Montecitorio fa capolino mezzo governo. Con grande traffico dei camerieri della buvette che carreggiano litri di caffè. Questo è l’ombelico d’Italia. Tutti passano da qui. Compresa la responsabile dell’intelligence Elisabetta Belloni, accompagnata dal sottosegretario con delega ai Servizi Alfredo Mantovano. Valzer di riunioni. C’è anche il tempo, con Antonio Tajani, Matteo Salvini, Guido Crosetto e Matteo Piantedosi di parlare della questione migranti in vista del vertice del 25 novembre a Bruxelles. 

 

La giornata meloniana inizia con un vertice sull’Autonomia e si conclude con una riunione di maggioranza sulla manovra che lunedì andrà in Cdm. Quest’ultimo appuntamento si svolge però, come da grammatica, a Palazzo Chigi. Sullo sfondo c’è, appunto, il sud. 

 

All’ora di pranzo Roberto Calderoli, il ministro che per la Lega segue il dossier tanto caro ai governatori del nord a partire da Luca Zaia, alla fine dell’incontro con Meloni dispensa ottimismo: “È andata benissimo”. Tuttavia, tra le righe delle sue parole, si intuisce come la faccenda Autonomia sia destinata a non avere una corsia privilegiata nel governo. Perché viene inserita in un pacchetto di mischia che comprende la riforma del presidenzialismo e i poteri per Roma Capitale. Non è un mistero che la bozza Calderoli sia andata di traverso a tutti i governatori del sud. E non solo a quelli del centrosinistra, pronti alla rivolta, ma anche a quelli di centrodestra. Come dimostrano le posizioni molto caute di Roberto Occhiuto, presidente forzista della Calabria, per non parlare della Sicilia, già incandescente a causa della lotta fra il governatore Renato Schifani e Gianfranco Miccichè, viceré sempre di Forza Italia. 

 

A Palazzo Chigi dunque capiscono che correre con la riforma delle competenze delle regioni rischia di essere un boomerang, in grado di far scatenare gli amministratori dem ma anche il capo dei 5 Stelle, che alle ultime elezioni ha trovato da Napoli in giù il proprio granaio di voti.

 

Ecco perché Francesco Lollobrigida, colonello meloniano, ribadisce la volontà del governo di ispirarsi “all’unità nazionale e alla sussidiarietà”. Ribadendo che il dossier caro al Carroccio camminerà certo, ma “in parallelo con il presidenzialismo”. Non proprio un modo per spingerlo, anzi. Discorso ancora più complesso per il Reddito di cittadinanza. In campagna elettorale Meloni era stata durissima nei confronti della misura bandiera dei grillini. Ne aveva fatto una questione di principio e prospettiva per i tanti giovani del sud, arrivando a spingersi fino all’idea di abolirlo. Come aveva dichiarato il 10 settembre scorso durante un’iniziativa alla Confcommercio. Una posizione che le è costata voti, a favore del M5s. Tuttavia, ora la realtà bussa alla porta di Palazzo Chigi. In manovra il governo potrà al massimo rimodulare il provvedimento e non cancellarlo come sbandierato prima del voto. Il Reddito costa nove miliardi di euro. Si cerca di risparmiarne al massimo due – da dirottare sulle pensioni – allungando la sospensione, adesso solo di un mese, tra un ciclo e l’altro. Si pattina sull’azzardo, con lo spettro che il M5s, e dunque Conte, accusi Meloni di penalizzare il meridione portando le persone in piazza. Alla maggioranza, la premier dice che pensa di togliere il Rdc, dopo sei mesi, per gli occupabili. Sarebbe questa la linea dura.

 

Allo stesso tempo, la manovra dovrà cercare di accontentare anche gli alleati, alla ricerca di bandierine. Forza Italia, presente al vertice con Tajani e i capigruppo Cattaneo-Ronzulli, continua a porre la questione del Superbonus, motivo che incaglia ancora il decreto Aiuti quater. Se aiutare famiglie e imprese rimane la priorità per contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia, allo stesso tempo serve il più possibile far cassa. Non è accolta dunque come una buona notizia lo stop allo scudo fiscale per il rientro dei capitali dall’estero. La misura non sarà inserita nella manovra. L’intenzione sarebbe quella di “avviare successivamente una riflessione sugli strumenti per far emergere i capitali non dichiarati”.

Inoltre Meloni annuncia di togliere, come in Francia, gli incentivi sulla benzina lasciandoli solo sul gasolio (2,5 miliardi di euro). 

 

Nel provvedimento ci sarà invece il pacchetto relativo alla cosiddetta tregua fiscale. Così come sembra essere confermato il taglio di due punti del cuneo per un costo di circa 3,5 miliardi. Il governo lavora a una serie di misure in favore della famiglia, in particolare della natalità. Un esempio? Il raddoppio, da 100 a 200 euro, della maggiorazione forfettaria dell’assegno unico universale per i nuclei familiari con quattro o più figli e 100 euro in più per i nuclei con figli gemelli, fino al compimento del terzo anno di età. Meloni sa che la coperta è corta. E che la manovra potrebbe essere un altro motivo di attrito con il Quirinale. Ma la vera sfida resta quella sul Reddito. Anche FI è per la linea dura: in cambio propone la detassazione dei nuovi assunti under 34 per due o tre anni.

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.