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In vista del social summit a Porto

Draghi e il lavoro: il Recovery ha un grosso guaio

Claudio Cerasa

Per ogni milione speso per il Recovery, in Italia verranno creati 3,9 posti di lavoro. In Francia 12. In Spagna: 11,5. In Grecia 6,2. In Germania 8,2. Campanelli d'allarme per le ambizioni italiane. Uno studio 

C’è un piccolo mistero che riguarda il mastodontico Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) consegnato venerdì scorso dal governo alla Commissione europea. Quel mistero riguarda un numero non particolarmente valorizzato da parte dei ministri dell’esecutivo Draghi che coincide con quella che è la previsione fatta dai tecnici del governo sull’impatto che avrà il Pnrr sull’occupazione italiana dei prossimi sei anni.

 

Mario Draghi – che ieri al  social summit a Oporto in Portogallo ha affermato che “con il Piano nazionale di ripresa e resilienza cambieremo il mercato del lavoro in Italia” – nel presentare il Pnrr ha detto che nel 2026, l’anno di conclusione del Piano, il prodotto interno lordo del nostro paese sarà almeno “del 3,6 per cento più alto rispetto all’andamento tendenziale” mentre “l’occupazione salirà, rispetto allo scenario di base, di circa tre punti percentuali”. Tre punti percentuali in più rispetto a oggi (in realtà il Pnrr indica +3,2 per cento) significa che il governo immagina che i posti di lavoro che verranno creati grazie ai moltissimi miliardi che arriveranno in Italia nei prossimi sei anni corrispondano a un numero che si avvicina a quota 750 mila in più (e di questa quota quella che riguarda la fascia di popolazione tra i 15 e i 29 anni è appena di 90 mila unità). La stima è confermata al Foglio da due fonti diverse, una del ministero del Lavoro e una di Palazzo Chigi, e la prendiamo per buona anche se in realtà il 3,2 per cento dell’attuale platea di occupati (22 milioni e 197 mila) è qualcosa in meno (710 mila e 400 unità).

 

Se si parte da questo numero (750 mila) non ci si può non chiedere quali siano le ragioni che hanno portato il governo a porsi con il Pnrr obiettivi così poco ambiziosi in termini occupazionali. E per misurare le previsioni del Pnrr sull’occupazione non serve paragonarle con i sogni di ieri (il famoso milione di posti di lavoro promesso da Berlusconi) ma serve compiere un’operazione più semplice che è quella di comparare le stime dell’Italia con quelle formulate da altri paesi europei.

 

L’Italia, come sappiamo, è il paese in Europa che in termini assoluti ha avuto accesso alla fetta più grande dei fondi stanziati da Next Generation Eu (il 27,8 per cento dell’intero importo) e il Piano nazionale di ripresa e resilienza, per chi se lo fosse dimenticato, ammonta complessivamente a 221,5 miliardi, di cui 191,5 riferibili al Recovery fund e 30 miliardi di fondo complementare. Come riportato da uno studio  fatto dal ricercatore dell’Ocse Andrea Garnero, economista del lavoro presso la Direzione per l’occupazione, il lavoro e gli affari sociali dell’Ocse a Parigi, creare 750 mila posti di lavoro con 191,5 miliardi di euro (prendiamo in considerazione solo la fetta di soldi europei) significa creare 3,9 posti di lavoro per ogni milione di euro stanziato nel Pnrr. Un dato che potrebbe apparire come neutro, fino a quando non lo si confronta con i dati degli altri paesi europei.

 

La Francia, il cui Piano prevede una dotazione complessiva di 100 miliardi di euro finanziata in parte dai fondi europei (40 miliardi) e in parte dallo stato francese (60 miliardi), prevede nei primi due anni di applicazione del piano la creazione di 500 mila posti di lavoro, il che significa creare 12 posti di lavoro per ogni milione di euro europeo stanziato nel Pnnr. Storia simile per la Spagna, che pur potendo ottenere finanziamenti fino a 140 miliardi di euro nel periodo 2021-2026 ha scelto di concentrare gli sforzi per mobilitare nei prossimi tre anni 69 miliardi di euro di sole sovvenzioni e ha stimato di creare con quei 69 miliardi 800 mila posti di lavoro (in due anni), il che significa 11,5 posti di lavoro per ogni milione speso (la Spagna, in altre parole, stima di fare in due anni e con un terzo dei soldi più di quanto l’Italia stima di fare in sei anni). La Germania, con il Recovery, attiverà 27,9 miliardi di euro e ha stimato di creare con quei fondi 230 mila posti di lavoro aggiuntivi entro il 2040 e 180 mila già dal 2030 (la Germania ha quasi piena occupazione), il che significa che ogni milione di euro stanziato dalla Germania dovrebbe far fruttare a regime 8,2 posti di lavoro. Un numero, quello italiano, che diventa ancora più interessante se lo si paragona alle stime fatte dalla Grecia, il cui Pnrr prevede un malloppo di 29 miliardi di euro (16,4 sotto forma di trasferimenti e 12,6 miliardi tramite prestiti) e che secondo il  governo dovrebbe produrre a regime un valore aggiunto di 180 mila posti di lavoro in più (6,2 posti di lavoro creati per ogni milione di fondi europei spesi). Arrivati a questo punto della nostra piccola indagine si possono provare a formulare tre ipotesi. 

 

La prima è che il modello di previsione usato dal Mef sia sbagliato (speriamo di no).

 

La seconda è che le stime del governo siano al ribasso (in verità è più probabile che sia vero il contrario, considerando che le stime del governo, comprese quelle relative al pil, partono da uno scenario base il cui presupposto, molto ottimistico, è  che “gli investimenti pubblici associati al Piano siano quelli ad alta efficienza”).

 

La terza ipotesi è che il governo italiano, nella valutazione dell’impatto che avranno sull’occupazione i fondi europei, abbia semplicemente registrato che la priorità assoluta del Pnrr è spendere i soldi per fare molte cose (e svuotare molti cassetti), ma non per creare occupazione. La terza ipotesi purtroppo ci sembra la più credibile. Speriamo di sbagliare.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.