Matteo Salvini a Mosca, nel 2016 (foto LaPresse)

elogio del mondialismo padano

I conti in Svizzera e gli amici a Mosca: è la Lega il vero partito cosmopolita!

Redazione

Fingono di essere sovranisti ed esterofobi, ma la storia del Carroccio ci dice altro. Dai lingotti in Tanzania alle lauree in Albania, la fedeltà agli Usa ma anche la Via della Seta. Evviva Salvini, il vero campione globalista

Chissà se è per eccessiva fedeltà al copione che li vuole truci come il suo capo, che del copione è autore riluttante; o chissà se non si tratta, piuttosto, di una forma di sindrome provincialista, quella vertigine di terrore che coglie certi adulti quando varcano le frontiere del loro paese e si sentono mancare la terra sotto i piedi, e allora parlano in dialetto anche a migliaia di chilometri da casa loro. Sta di fatto che i leghisti, che nella ingenerosa narrazione corrente si vorrebbero sovranisti e un po' esterofobi, sono in realtà il partito più globalista del mondo: e la vicenda giudiziaria che ha investito il povero Attilio Fontana in Lombardia ne è la dimostrazione più lampante. 

 

Esaltano a parole i dazi e le frontiere, ma giusto così, per depistare; rimpiangono il loro piccolo mondo antico e un poco autarchico fatto di spot della Barilla anni ottanta, fotografie sporcate dall'effetto seppia e telefono a gettoni, ma semplicemente per indurre nell'errore i commentatori accigliati. Perché in verità non hanno problemi, e gliene va dato atto, di tenere dei trust alle Bahamas e di farli rientrare con uno scudo fiscale. Farli rientrare ma non nell'Italietta stracciona, bensì in Svizzera, con quel senso di colpa tipico dei frontaliersdi Usmate Carate che, come il celebre Roberto Bussenghi, ogni giorno tenta invano di passare la dogana di Bizzarrone sognando l'eldorado di Lugano. E del resto, nella sua gestione furba – e, beninteso, legalissima fino a prova contraria – dei soldi di famiglia, Attilio Fontana si dimostra perfino più raffinato di chi anni fa, sempre nel partito all'epoca considerava già Firenze profondo sud, investiva gli schèi, e pure i lingotti, tra Cipro e Tanzania.

 

Se la prendevano apparentemente con i manovali slavi, le badanti rumene, rom e zingaracce, ma a ben vedere amavano a tal punto la cultura balcanica, la rinomata alta qualità della didattica accademica di Tirana riconosciuta a livello internazionale, che le lauree al figlio dell'Umberto le andavano a cercare appunto laggiù, in Albania. (Soluzione di ripiego, in verità, ché la prima scelta, poi scartata in quanto più complessa e più costosa, prevedeva Londra al posto di Tirana, come suggerì al Bossi, inascoltato, Bruno Caparini, grande manager stimato dal Senatùr: la spuntò il tesoriere Francesco Belsito, alla fine, e si optò per l'Albania, ma il Caparini oggi può comunque vantarsi di aver donato al Carroccio il suo figlio più promettente, che ora è infatti assessore regionale al Bilancio in Lombardia).

Multilaterali per vocazione, ben oltre i limiti consentiti (e concepiti) del multilateralismo. Sono oggi il partito più filoatlantico, sempre pronti a condividere anche gli eccessi più azzardati del trumpismo e a protestare davanti alle ambasciate cinesi. E il tutto con una disinvoltura disarmante, che fa capire come il vero orientamento internazionale di Salvini sia ben più elaborato, e complesso, e maturo, di come i giornalacci di sinistra tendano a ridurlo. Perché infatti è stato proprio il Truce, da vicepremier e ministro dell'Interno, a imporre nella squadra del governo giallorosso lo stimatissimo prof. Michele Geraci, sottosegretario allo Sviluppo economico e vero artefice dell'accordo della Via della Seta. Concavo e convesso, questo Salvini: altro che monodimensionale come impunemente lo si racconta. Dichiara guerra ai cinesi, gli dà dei trafficanti di virus e chiede rimborsi stratosferici al governo di Xi, e poi si fa artefice del più spericolato spot propagandistico che Pechino abbia ottenuto da un paese occidentale. 

 

Da finto sovranista chiede in realtà più Europa, sollecita la Commissione a fare meglio e in fretta quel che a Bruxelles si riesce a far con fatica, e poi però va in Russia a ribadire che lui si sente "più a casa qui a Mosca che non in certe capitali europee" –per non dire poi di quanto si senta a casa laggiù quel suo fedelissimo, tal Gianluca Savoini, a tal punto a suo agio nel gelo moscovita che tra i corridoi dell'Hotel Metropol gli pareva di stare a Via Bellerio, e parlava con la disinvoltura di chi appunto s'aggira tra il bagno e il salotto.

 

Ma non è che è incoerente, Salvini, o sprovveduto. E' che lui è fatto così: globalista a sua insaputa, mondialista inconscio, cosmopolita malgré soi. E allora viva Salvini, viva la Lega.

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