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Un'altra Lega è possibile

All’apice della popolarità, Luca Zaia è in campagna elettorale per il terzo mandato alla guida della regione Veneto. Ma per molti è l’alternativa naturale a Salvini, o il candidato ideale alla leadership del centrodestra. Possibile? Ritratto a più voci, dentro e fuori la Lega

1 Giugno 2020 alle 14:42

Un'altra Lega è possibile

foto LaPresse

“Lo stato è lontano, estraneo e a volte arbitrario, e così viene percepito dai popoli dei nostri territori”, ha detto una volta il Doge del Veneto, al secolo Luca Zaia, riassumendo la diffidenza trasversale della sua terra, un tratto al contempo politico e prepolitico, nei confronti dello stato centrale. D’altronde, “Prima il Veneto” era lo slogan della sua campagna elettorale nel 2010, la prima da candidato presidente della regione, quando vinse con il 60,15 per cento, con l’allora Lega Nord-Liga Veneta al 35,16 per cento e il Pdl al 24,74. Altri tempi. Si era appena conclusa fra le pernacchie la stagione del governo Galan, 15 anni che lasciarono al successore un mare di debiti. Da allora sono passati due lustri, che in politica sono un’èra geologica, ma Zaia, detto anche “er Pomata” per la capigliatura, è rimasto lo stesso: il presidente della Regione Veneto è in campagna elettorale per il terzo mandato, all’apice della sua popolarità. Nel 2015 fu confermato con il 50 per cento, ma il dato più interessante fu quello della lista civica Zaia, che prese più voti della Lega (il 23,08 per cento contro il 17,82). “Ha spinto furbescamente per votare subito e massimizzare la gestione politica dell’emergenza sanitaria”, dice al Foglio l’ex sindaco di Verona ed ex leghista Flavio Tosi. “A settembre potrebbe prendere qualche punto in meno. Ma comunque vincerebbe. Persino senza la Lega, se volesse, anche se non lo farà. Zaia è arrivato alla popolarità massima. E per Matteo Salvini questo è un problema”.

 

C’è chi nella Lega lo vorrebbe come antagonista di Salvini per la guida del partito, ciclicamente si fa il suo nome come leader nazionale di centrodestra. Non è la prima volta, è già accaduto. Dopo la caduta di Umberto Bossi, nel 2012, il suo mentore Gian Paolo Gobbo, già sindaco di Treviso per dieci anni, lo lanciò come segretario federale. “Non ho nessuna velleità di candidarmi a segreterie politiche”, rispose allora Zaia a Renzo Mazzaro, che su quegli anni ci ha scritto “I padroni del Veneto”, pubblicato da Laterza nel 2012. “Sono semplicemente una persona responsabile. A questo partito debbo tutto: ha avuto il coraggio di candidarmi quando avevo vent’anni, mi ha dato un sacco di opportunità”. Anche per questo Zaia da quando fa politica non s’è mai messo contro il segretario di turno della Lega. “Storicamente, gli va riconosciuta una buona dose di opportunismo”, dice Tosi al Foglio, “e la capacità di capire l’aria che tira. E’ stato bossiano di ferro, poi maroniano e salviniano. Non si schiera mai contro il potere costituito. Non è mai stato protagonista delle faide interne in Lega”. Ma farà un passo in avanti come leader nazionale? “Non lo farà, a meno che non lo accetti Salvini. E Salvini non lo accetta perché vede solo Salvini. Zaia, comunque, non si metterà in contrapposizione, perché non cerca rogne”, dice Tosi.

  


Illustrazione di Makkox


   

Gian Paolo Gobbo conosce la famiglia Zaia da una vita. Da prima che nascesse la Liga Veneta, quando il giovane Zaia frequentava l’officina del padre. “Avevo un’azienda di attrezzature per autoriparazioni e il papà di Zaia aveva un’officina”, dice al Foglio Gobbo, oggi settantenne. “Essendo mio cliente, passavo da lui una-due volte al mese. Io, uno dei primi leghisti, portavo il verbo con i volantini”. Quella di Treviso, racconta Gobbo, “è stata una delle prime sezioni leghiste”. Con Zaia “parlavamo di storia, di identità veneta”, il giovane Luca faceva il pr nelle discoteche e per questo “era molto vicino alla gente, quindi era un ottimo organizzatore di eventi. E per un partito è fondamentale. Per poter esprimere le proprie idee, farsi conoscere è imprescindibile”. Lui, poi, appunto, “arrivava ai giovani”, dice Gobbo che lo ha visto crescere. E oggi? “Oggi Zaia può ricoprire qualsiasi ruolo in questo stato”. Già, ma Salvini? “Non c’è contrapposizione con Matteo Salvini. Quando si parla di politica, ci sono ruoli intercambiabili, ruoli che non prevedono la cosiddetta concorrenza. La nostra forza sta nel fatto che abbiamo persone che si completano”, dice Gobbo.

 

Tosi la vede diversamente: “La differenza fra Zaia e Salvini è che il primo è un uomo di governo, l’altro uno che fa casino. E Salvini va bene quando c’è da fare casino, ma quando c’è da governare no. Tant’è che è sparito. Ha finito i temi. Tolta l’immigrazione e tolti gli attacchi all’Europa, Salvini non ha argomenti. E alla gente oggi non interessa più attaccare l’Europa, men che meno l’immigrazione. Zaia, invece ha continuato a fare l’amministratore”.

 


Zaia “sta con il popolo, non plagia le folle”, dice l’ex sindaco di Verona Tosi. Per il dem Fracasso “è un centometrista dell’emergenza”. La questione sanità in Veneto


 

Giampiero Beltotto, suo portavoce fra il 2008 e il 2013, un tempo sperava che Zaia potesse essere l’avversario del Matteo Renzi versione Rottamatore, quando ancora l’ex sindaco di Firenze trasformava in oro tutto quello che toccava. Ora non più: “Io lo candiderei pure a fare l’arcivescovo di Milano e lo farebbe benissimo, ma da cittadino del Veneto, spero che rimanga qua”, dice Beltotto al Foglio. “Mi auguro che a Roma non ci vada e che possa resistere a tutte le pressioni che gli arriveranno”. Per il suo ex portavoce, Zaia finirebbe in un “brodo di veleni”: “Ma che ci va a fare? Non ha clientele, non va a mangiare fuori con gli industriali”. Lo ha detto una volta lo stesso Zaia a Mazzaro, per sottolineare la differenza fra lui e Galan.

  

“Gli imprenditori che vogliono avere la regione al loro fianco ce l’hanno, solo che io non vado alle cene esclusive. Non ho niente contro, ma non ci vado. Chi si aspettava che Zaia mettesse in piedi un nuovo salotto sappia che io non sono la Madame de Staël della situazione. Il mio salotto ha le porte aperte a tutti”. Questo non significa che sia un anti-industrialista, anzi, solo che non gli piace “il salotto”.

  

L’origine rurale fa parte del curriculum di Zaia. Diploma all’Istituto Cerletti di Conegliano, “la più antica scuola enologica d’Europa”, precisa la biografia ufficiale sul sito della regione, laurea in Scienza della produzione animale, anche se l’obiettivo iniziale era Veterinaria. Ma l’origine rurale fa anche parte del suo modo di fare politica e di comunicarla. Nonostante sia un politico, diffida dei politici e preferisce presentarsi come un amministratore. La geografia veneta da questo punto di vista lo ha aiutato.

   

“Il Veneto non ha una grande città che fa da contraltare alla regione. Qui non ci sono una Milano o una Torino. Quindi interpreta il ruolo di presidente come se fosse un sindaco”, dice al Foglio il capogruppo del Pd in regione Stefano Fracasso, che ha una spiccata sensibilità ambientalista e ha appena pubblicato “Per un pugno di gradi. Da Vaia all’acqua granda: la svolta energetica per cambiare il Veneto” (Nuovadimensione): “E il sindaco cosa fa? Taglia i nastri, si concentra sulle piccole cose, ascolta quelli che si lamentano”.

 


A San Vendemiano il Doge incontra regolarmente durante la settimana i cittadini veneti. “Risponde a tutti, parla con tutti. Fa quello che facevano i consiglieri comunali e i sindaci prima del 1992: ricevevano la gente, erano a disposizione” (Giampiero Beltotto, suo ex portavoce)


 

Zaia, peraltro, lo fa davvero. A San Vendemiano, comune di meno di diecimila abitanti in provincia di Treviso, dove risiede con la moglie, il Doge incontra regolarmente durante la settimana i cittadini veneti – quindici minuti a testa – per farsi raccontare le problematiche che la regione potrebbe risolvere, prende nota e gira tutto agli uffici competenti. Anche questo, se vogliamo, è un modo di comunicare. “Lui risponde a tutti, parla con tutti”, dice ancora Beltotto. “Fa quello che facevano i consiglieri comunali e i sindaci prima del 1992: ricevevano la gente, erano a disposizione”. Un metodo ampiamente rodato durante la sua decennale attività politica, come ricorda Mazzaro raccontando la campagna elettorale del 2010: “Zaia ha condotto una campagna elettorale all’insegna di un presenzialismo massacrante. Non si è negato niente. Ha evitato solo i faccia a faccia con gli avversari diretti, rispolverando la tecnica di Berlusconi contro il più giovane e aitante Francesco Rutelli nel 2001”.

  

Ma il suo, dice ancora Fracasso, “è un approccio non strategico. Non è come Stefano Bonaccini, non costruisce politiche di medio termine attraverso l’inclusione di vari soggetti, interloquendo con le categorie. E’ un centometrista dell’emergenza”. Alluvione del 2010, uragano in Riviera del Brenta nel 2015, tempesta Vaia nel 2018, allagamenti a Venezia nel 2019: “Zaia ha una rapidità incredibile nel mettersi il caschetto della Protezione civile e a dire ‘eccomi qua, ci sono io’”. Nel 2010 tutti si chiesero come avesse fatto un giorno di pioggia a scatenare l’allarme nell’intera area centrale del Veneto. Non era colpa di Zaia, le spiegazioni risalivano al 1966 e ai risultati della commissione De Marchi: i fiumi straripano perché non hanno bacini di laminazione delle piene. Zaia, come detto, si mise il casco della protezione civile per dirigere le operazioni, ma andò anche a Roma più volte per farsi dare 300 milioni di euro di aiuti dal governo Berlusconi ottenendo un decreto di calamità naturale. “In questo è abile, ma sul resto no, non c’è. Infatti il Veneto è una regione senza pianificazione”, dice Fracasso. “Se vogliamo, anche questo fa parte dello spirito democristiano: meglio poca politica. Così Zaia lascia che si arrangino le imprese e la società”. Dappertutto, dice Fracasso, tranne nella sanità, dove Zaia ha assunto un ruolo “molto dirigista”. In questi mesi di emergenza sanitaria si è parlato del modello Veneto, anche grazie al virologo Andrea Crisanti, ma, osserva il capogruppo del Pd, “in epoca pre Covid ci sono state un sacco di manifestazioni e di scioperi degli operatori sanitari. Come quella dei tecnici della prevenzione. O i medici di famiglia” che hanno scioperato nel 2017, fatto raro per i medici.

  

“La situazione sanitaria pre Covid era tirata allo spasimo, le liste d’attesa sono lunghe, ci sono state molte proteste”, riassume Fracasso. Il problema è che i soldi non ci sono. Galan, convinto di riuscire a fare un quarto mandato, si giocò la carta della riduzione delle tasse, eliminando l’Irpef regionale. Ma nel 2009 il Pdl decise di non candidarlo per lasciare spazio alla Lega, a Zaia, che non l’ha mai reintrodotta. Così facendo, dice Fracasso, “il Veneto a differenza di altre regioni non mette una lira in più rispetto a quel che arriva dal fondo sanitario nazionale”. A un certo punto, il governatore aveva annunciato un ritorno dell’Irpef per pagare la Pedemontana, suscitando molte proteste. Alla fine è stato costretto a rinunciare. Sarebbe stato difficile spiegare fino in fondo ai cittadini una tassa per un’autostrada e non per la sanità. Anche per uno bravo nella comunicazione come Zaia.

  

La comunicazione di Zaia

Presente sul territorio ma anche sui social, dove Zaia è ben presente, come racconta Giulia Princivalli, allieva del politologo Marco Tarchi, nella sua tesi di laurea diventata un libro per Alba edizioni: “L’influencer. La strategia comunicativa di Zaia”. Per il modo con cui si presenta, il presidente della Regione Veneto viene ritenuto spesso un moderato. Le definizioni su di lui si sono sprecate. Democristiano, neo-populista moderato oppure “populista soft” per il capogruppo del Pd Fracasso. Qual è la definizione migliore? “Non vedo differenze fra le due definizioni, dal punto di vista di chi le usa”, dice Tarchi al Foglio. “Significano entrambe che Zaia si pone su un registro di comunicazione popolare, che vuole apparire come ‘un veneto come gli altri’, orgoglioso della sua identità ma propenso a usare toni colloquiali e a non stare sopra le righe, se non in momenti eccezionali. E che tende a tenere buoni rapporti con tutti i gruppi di interesse presenti sul suo territorio, come faceva la Dc a suo tempo. Di diverso c’è la maggiore diffidenza verso Roma, cioè lo stato centrale, che un tempo veniva lasciata covare sotto la cenere e adesso è manifesta”. D’altronde lo dice apertamente lo stesso Zaia nell’intervista a Princivalli: “Un paese centralista non è riuscito a produrre altro che mala gestio, cattive pratiche e sprechi. Vogliamo quindi aprire la strada alla virtuosità. E, proprio in questo senso, l’autonomia va potenziata a chi è virtuoso”.

  


Per i leghisti veneti, l’aggettivo democristiano non è un insulto. “Zaia democristiano? Credo che sia l’anima di tanti politici. La Dc non c’è più, ma l’idea dc di fare le cose con una logica specifica, quella del territorio, sì, e penso che sia solo un fatto positivo”
(Gian Paolo Gobbo, ex sindaco di Treviso)


 

Per i leghisti veneti, anche per gli ex, l’aggettivo democristiano non è un insulto, come invece potrebbe essere per i lombardi. Le motivazioni sono tante, c’entra soprattutto la subcultura bianca che ha animato il Veneto. Per capirlo basta leggersi le biografie minime dei protagonisti della Lega (Nord): Umberto Bossi, Roberto Maroni, lo stesso Matteo Salvini, come noto, vengono da una storia di sinistra. Zaia e gli altri non c’entrano niente invece. E infatti la Liga Veneta ha altre radici. “Zaia democristiano? Credo che sia l’anima di tanti politici. La Dc non c’è più, ma l’idea democristiana di fare le cose con una logica specifica, quella del territorio, sì e penso che sia solo un fatto positivo”, dice al Foglio l’ex sindaco Gobbo. “Dire democristiano, per quella che è stata la Dc per decenni, è un complimento, non un fatto negativo”, dice ancora al Foglio Tosi. “Dire invece che Zaia è populista è sbagliato. E’ popolare perché sta con il popolo. Populista è invece chi plagia le folle, e quello è Salvini”, dice l’ex sindaco di Verona”. La comunicazione di Zaia sembra rispettare questo canone. Mentre Salvini straparla, Zaia si tiene lontano dal casino. Poi certo anche lui scivola, come quando durante la pandemia ha detto che i cinesi mangiano i topi e poi si è scusato con l’ambasciata cinese. C’è però una certa cautela. A differenza di altri, evita i talk-show nazionali e privilegia le tv locali, Antenna Tre, Rete Veneta.

   

Ma quali sono vantaggi e svantaggi di questo modo di comunicare? “Se Zaia non ha obiettivi nazionali (e a me pare che sia così), non vedo svantaggi. Così accentua l’immagine di uomo radicato nel territorio, che non manca mai un’inaugurazione o una sagra ma non va a ‘perder tempo’ in chiacchiere e litigi televisivi. La sua è una comunicazione molto efficace”, dice ancora Tarchi al Foglio, sottolineando una differenza fra lui e Salvini: “Sta tutta nella distanza tra due temperamenti, in due modi di costruire il consenso: nel marketing politico vengono rispettivamente definiti ‘campagna di posizione’ - crearsi un seguito diffuso e mantenerlo puntando su un’immagine rassicurante, e ‘campagna di conquista’ - giocare sul ‘noi contro loro’, sulla polemica, sulla combattività, sull’attacco”.

 

Zaia punta su un’immagine rassicurante, mentre Salvini è il campione della contrapposizione. L’assenza dai talk nazionali, così come le interviste centellinate sui giornali nazionali, sono una scelta precisa. “Non va nei talk perché ha bisogno di parlare e argomentare. Ed è difficile confrontarsi con chi magari insulta”, dice al Foglio Beltotto, che quando era suo portavoce riceveva inviti per Zaia in tv ogni settimana, puntualmente respinti al mittente. Le tv locali invece sono ben presidiate. Così come la stampa locale. Merito suo o della sua macchina della comunicazione? “Macché, lui è la sua comunicazione”, dice l’ex portavoce. “Non c’è niente di artefatto”. Questo è in parte vero. In parte no. Niente è lasciato al caso, Zaia ha una attenzione maniacale per la comunicazione, come spiega a Princivalli il comunicatore Andrea Altinier, che con Zaia ha lavorato per dieci anni, fino al 2017: “Presidia e studia costantemente la rassegna stampa: se individua dei temi in agenda o nella rassegna su cui lui può intervenire, fa anche dieci comunicati al giorno e solitamente vuole la copertura di tutte e sette le province” del Veneto. “Quindi devi studiare tutta la stampa locale, non solo quella di Treviso che è il suo bacino elettorale. Alla mattina il primo lavoro è studiare cosa c’è nella stampa locale di diversi quotidiani e su questo si fanno ipotesi di intervento, poi lui decide su cosa intervenire”. Anche quando Zaia era a Roma al ministero dell’Agricoltura faceva così: “Il mio ruolo al ministero era quello di tenere i rapporti con la stampa del suo territorio. Il suo schema era: con la testa a Roma, con il cuore in Veneto. Poi c’è anche un fattore tempo”, spiega Altinier nel libro di Princivalli. “La reattività della comunicazione è una cosa fondamentale. Oltre alla sua capacità di fare interviste e al fatto che buchi la telecamera, lui spesso è uno dei primi ad arrivare sulla notizia. Lui non è mai un ‘azzeccagarbugli’ sui comunicati stampa, per lui spesso è importante essere il primo a uscire, a complimentarsi, perché in questo modo diventi un punto di riferimento per la comunicazione. Sei veloce, reattivo”. I social importanti ma Zaia preferisce una comunicazione integrata: “Lui fa molta attenzione alla televisione. Ascolta costantemente i sondaggi. E’ vero che il 60 per cento si informa sui social ma il 90 per cento si fida della tv. Quindi lui ha sempre scelto di presenziare in tv. Antenna Tre, Rete Veneta. Non va spesso nelle trasmissioni nazionali, le vede come un salotto, preferisce le trasmissioni e i tg locali, che hanno ascolti altissimi nel territorio, piuttosto che andare a ‘Porta a Porta’”.

  


Un’attenzione maniacale per la comunicazione (è quasi assente dai talk-show). Un’immagine rassicurante. E’ sopravvissuto alla telenovela delle quote latte, è rimasto in piedi quando è scoppiata l’inchiesta sul Mose. Gli Zaia boys e la capacità di ascoltare gli esperti. La campagna per diminuire i costi della politica


 

Meglio essere cauti

Una certa cautela gli è servita in questi anni. Zaia, d’altronde, è anche un uomo fortunato. E’ sopravvissuto ai guai di tre segretari della Lega senza mai perdere popolarità.

 

E’ sopravvissuto, da ministro, alla lunghissima telenovela delle quote latte, per la quale l’Italia nel 2018 è stata condannata dalla Corte di giustizia europea per il mancato recupero di 1,34 miliardi di euro di multe nel periodo tra il 1995 e il 2009. Una vicenda molto onerosa anche per la constituency elettorale leghista.

 

Quando scoppia l’inchiesta sul Mose, un’intera classe dirigente di centrodestra (a partire da Galan) e centrosinistra viene distrutta. Persino il suo assessore ai trasporti, Renato Chisso di Forza Italia, campione di preferenze, viene travolto dalle accuse di corruzione. Zaia però resta in piedi. E probabilmente a salvarlo è stata la sua cautela. “E’ una persona cordiale ma le sue relazioni umane sono rarefatte, non si concede più di tanto, almeno in ambito politico. Ha diffidenza di tutti quelli che ha intorno, teme che possano metterlo in cattiva luce o creargli dei problemi”, dice al Foglio il capogruppo del Pd Fracasso. Anche qui c’è probabilmente una scelta comunicativa precisa, come spiega Altinier: “Non fa mai incontri in posti ‘strani’, sempre nel suo ufficio. Fa un tipo di politica per cui si blinda completamente. Sta lontano dai salotti e da alcuni imprenditori anche per questo motivo. Si distingue rispetto a Galan, anche a livello di immagine pubblica, che ha costruito in maniera maniacale. Zaia è una persona normale, spende poco, non c’è mai del gossip su di lui, non è mondano. La sua immagine pubblica è stata anche uno scudo contro l’uragano Mose”. Una notte Zaia ha fatto leggere ad Altinier le 581 pagine delle intercettazioni per vedere le frasi dove era citato “e il giorno dopo abbiamo risposto alla stampa. Anche nelle intercettazioni lui era percepito come un nemico del ‘sistema Mose’. Chisso diceva che Zaia non gli permetteva più di fare le trattative come prima, ha cercato di contrastare il fenomeno Mose”. Anzi, da Chisso ci stava proprio lontano. “Era suo assessore, ma prendeva 18 mila preferenze nel Veneziano, era importante in Forza Italia e l’ha messo Fi non la Lega. Raramente si faceva vedere in occasioni pubbliche insieme a Chisso”. Questo non significa che Zaia non abbia un suo gruppo ristretto di persone che lo circondano. Sono stati ribattezzati Zaia boys “ma alcuni ormai devono andare dall’urologo, hanno 50-60 anni!”, dice ridendo Beltotto. Come il suo storico collaboratore Federico Gazzabin, con lui dai tempi della provincia di Treviso (Zaia diventò per la prima volta presidente a 28 anni, il più giovane d’Italia), poi responsabile della segreteria del ministero dell’Agricoltura a Roma, dunque capo di gabinetto del presidente della Regione. O Domenico Mantoan, vicentino di Brendola, medico specializzato in endocrinologia, già ufficiale medico dei Carabinieri, capo della sanità veneta e dal 2019 presidente dell’Aifa, l’agenzia italiana del farmaco. Tra gli Zaia boys ci sono anche quelli che erano con lui ai tempi della presidenza della provincia. Come l’ex presidente di Ascotrade Stefano Busolin (suo ex assessore in provincia e nel suo staff quando Zaia era vicegovernatore di Galan), il sindaco di Montebelluna Marzio Favero, l’ex sindaco di Codognè Roberto Bet, l’ex sindaco di Motta di Livenza Paolo Speranzon. Sono rimasti fuori dalle liste per le elezioni politiche del 2018 e adesso sperano in un posto per il consiglio regionale, anche se la concorrenza è spietata e ci sono gli uscenti della lista Zaia da accontentare.

 

Alcuni degli Zaia boys sono stati anche al ministero dell’Agricoltura, quando l’allora ministro nominò diciassette consulenti, a titolo gratuito.

 

Tra questi c’era anche, come consigliere giuridico, Massimo Malvestio, “un tempo avvocato a Treviso; ora a Malta, a debita distanza dalla bancarotta del Bel Paese”, dice la sua biografia su Twitter. E c’era, come “esperto del settore agro-viti-vinicolo” anche l’ex presidente del consiglio provinciale Fulvio Pettenà. Tra le persone a lui più vicine nel governo veneto ci sono Roberto Ciambetti, presidente del consiglio regionale veneto e Manuela Lanzarin, assessora alla sanità e alle politiche sociali. “Bisogna riconoscergli che è un uomo che ascolta”, dice Fracasso. “Ha una capacità di captare e mettere insieme, avendo un orecchio attento ai contributi esterni”. Durante l’emergenza sanitaria ha trovato il virologo Crisanti, ma anche durante la discussione sull’autonomia regionale si è rivolto a interlocutori ed esperti con cui confrontarsi. Come il professor Luca Antonini, che dal 2018 è membro del Csm, e faceva parte del pool di otto giuristi, esperti di diritto costituzionale e tributario, ed economisti, scelti da Zaia per condurre la trattativa con Roma per dare un contenuto all’autonomia votata nel 2017 (il 98,1 per cento dei votanti, pari al 57,2 per cento degli aventi diritto, ha votato a favore di maggiore autonomia), insieme a Dario Stevanato, ordinario di Diritto tributario a Trieste, e Andrea Giovanardi, associato di Diritto tributario all’Università di Trento. “Il problema è che l’autonomia è un tasto dolente per Zaia, quello dove adesso rischia da qui alle prossime regionali”, dice l’ex sindaco Tosi. “Dal referendum sono passati due anni e mezzo abbondanti e non è successo nulla”. La gente probabilmente si aspetta “una protesta, qualcosa comunque che lasci un segno”.

 


“Non va nei talk perché ha bisogno di parlare e argomentare. Ed è difficile confrontarsi con chi magari insulta”, dice al Foglio Beltotto, che quando era suo portavoce riceveva inviti per Zaia in tv ogni settimana, puntualmente respinti al mittente. Le tv locali invece sono ben presidiate. Così come la stampa locale


  

Lo spirito del populista

Con la storia della casta da debellare ci hanno campato tutti i politici, a un certo punto, quando si sono accorti che attaccare la politica rendeva politicamente. Anche Zaia, che rivendica di parlare “la lingua di dire le cose come stanno”. Appena arrivato in via Venti Settembre, sostituì l’abbigliamento formale degli uscieri del ministero con abiti normali: “Non è più ammesso perdersi nei linguaggi da azzeccagarbugli coperti da maniere e formule curiali” disse l’allora ministro spiegando la scelta. Da presidente della Regione, è tornato spesso sulla questione dei costi della politica, anche se non sempre con risultati brillanti. Come quando annunciò il taglio degli stipendi e dei rimborsi, con una riduzione effettiva però soltanto del 5 per cento, dunque poco spendibile mediaticamente. Oppure annunciando dimezzare il numero dei consiglieri regionali, portandoli da 60 a 30 (alla fine sono diventati 50). Di quelle scelte però si è sempre molto vantato, soprattutto in confronto ai grillini. “Sono miei discepoli!”, ha scritto una volta su Facebook condividendo il video di una delle sue innumerevoli interviste alla tv locale: “Pochi sanno che dal 2012 in Regione Veneto abbiamo eliminato i vitalizi ai consiglieri (da allora hanno un sistema contributivo come i normali lavoratori), abbiamo introdotto il blocco a due mandati, abbiamo ridotto a 50 il numero di consiglieri (se il Parlamento facesse come noi, avremmo solo 600 parlamentari, non 1000), e tagliato le pensioni degli ex consiglieri. Ora il M5s dice di voler fare lo stesso... benvenuti!”. Già nel 2011 diceva cose simili, anche se al tempo diceva che pure i presidenti di Regione dovrebbero essere a tempo. “Quella di diminuire i costi della politica è una scelta virtuosa: bisogna diminuire il numero dei consiglieri. Pensare ad un nuovo regolamento per essere più efficienti, per poi arrivare alla nuova legge elettorale nella quale si discuterà appunto di riduzione dei numero di consiglieri e a mio avviso anche di un blocco dei mandati per presidente della Regione, consiglieri e assessori, che deve essere fissato al massimo a due mandati”. Due mandati, d’altronde, diceva “sono più che sufficienti per esprimere la propria capacità manageriale. Dopodiché, è bene ci sia anche un turnover che permetta ai giovani di entrare in politica, occasione che ho avuto anche io a suo tempo”. Così disse il Doge Luca Zaia, che adesso si ricandida per il terzo mandato. La legge glielo consente, la “lingua della verità” pure.

David Allegranti

David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti. Contatto Signal: +1 718 710 4621

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Commenti all'articolo

  • Carlo6

    01 Giugno 2020 - 17:55

    Zaia stia attento perche’ come disse Andreotti quando in conclave si entra papa sicuramente si esce cardinale.

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  • Mario 1

    01 Giugno 2020 - 17:55

    Chi vede o identifica la Lega nella figura di Salvini o Zaia sbaglia in partenza ci possono essere altre decine di dirigenti ,quello che si deve vedere nella Lega non'è il Populismo come lo chiamate ,ma è un modo tutto diverso di affrontare i problemi, sopratutto vicino ai cittadini comuni con idee molto più chiare del PD e dei M5S

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  • Dario

    Dario

    01 Giugno 2020 - 16:09

    Il vero problema di Zaia è che per fare il salto dovrebbe avere una cordata che lo sostenga. Ma la Lega di fatto è un partito lombardo, che non gli darà mai spazio. E del resto, quanti sono in grado di ricordare un altro leghista veneto, che abbia un po' di notorietà non dico a livello nazionale, dico fuori dalla propria provincia? C'era Tosi, che però è uscito dal gioco. Zaia non credo muoia dalla voglia di andare a farsi sbranare a Roma da nemici esterni e soprattutto interni. Nel Veneto sta bene: è una regione facile, dove, come giustamente evidenziato nell'articolo, molto bello, basta governare poco ed evitare le trappole. In questo Zaia è maestro. Programmazioni ardite neanche a parlarne. E del resto il Veneto, regione in cui tre quarti degli elettori vivono in centri piccoli o piccolissimi, non le ha mai amate.

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