Salvini insegue Pappalardo: due piazze, una sola immoderazione

Salvatore Merlo

Istantanee dal 2 giugno di Piazza del popolo. Stessi cori e stessi tatuaggi. Il leader selfista imbarazza la Meloni

Roma. Stessa piazza, due orari diversi, più di qualcosa in comune. L’inno nazionale cantato insieme a “Conte Conte vaffanculo”, e poi la calca, le facce ingrugnite, un abbondare di tatuaggi e bicipiti gonfiati, volti da stadio e da curva. Difficile dire come sia fatto un balordo. Che faccia ha un teppista del tifo organizzato? Ingiusta è la fisiognomica, ma ieri a Piazza del Popolo s’aveva l’impressione che fossero tanti, di mattina e poi nel pomeriggio, nella manifestazione della destra di governo e anche soprattutto in quella degli arancioni minchioneggianti di Antonio Pappalardo. “Siamo qui a nome degli italiani dimenticati”, dice Matteo Salvini alle undici, togliendosi gongolante la mascherina. “Noi siamo il popolo dimenticato”, urla da un megafono il generale Pappalardo, quasi quattro ore dopo, lui che la mascherina non fa finta nemmeno di portarla al collo. Espressioni sovrapponibili, fotogrammi d’uno stesso 2 giugno romano, con il caldo che forse scioglie il Covid, si spera, ma sembra anche aver accelerato l’immoderazione d’una parte d’Italia uscita irriconoscibile dalla reclusione e dal lockdown. 

 

Facile, forse pigro abbandonarsi alla sociologia, ma qualcosa è successo. E certo da una parte c’è la comicità degli anacoluti, i tanti caldi strafalcioni di questi gilet arancioni, questi mattoidi e strambi che sembrano i Cinque stelle dei bei tempi (“non ci sono più ‘allibbi’ per lo sviluppo ‘autogeno’ dell’attività economica”, si sente dire dal palco), quegli stessi che in piazza del Popolo aggrediscono le troupe televisive come i grillini, capelli e pensieri poco puliti. Mentre nell’altra piazza del Popolo, quella della mattina, c’è invece un establishment politico che in Italia è stato governo e istituzioni: Tajani, ex presidente del Parlamento europeo, Matteo Salvini, ex ministro dell’Interno, e poi Giorgia Meloni, lei che ormai non piace più soltanto alla destra, e che a un certo punto si accorge che qualcosa davvero non va, non le torna. E infatti si guarda intorno preoccupata e sgrana gli occhi sulla manifestazione che intanto si è trasformata in un mega assembramento, con l’aria di chi pensa: questa cosa ci è sfuggita di mano. “E in effetti un po’ c’è sfuggita di mano”, conferma Ignazio La Russa. E Fabio Rampelli: “C’è molta, forse troppa gente”. L’unico a suo agio è Salvini sempre più parente di Pappalardo. 

 

 

Consiglieri comunali, municipali, regionali e militanti dei tre partiti del centrodestra tengono insieme una lunga bandiera italiana che viene portata da piazza del Popolo, su su, verso via del Corso. “Tutti un passo indietro non assembriamoci”, urla Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d’Italia. Ma gli unici che mantengono la distanza di sicurezza sono i tre leader, Salvini, Meloni e Tajani, rinchiusi come sono dentro a un parallelepipedo di corda che solo Salvini vìola in continuazione per andarsi a fare dei selfie, decine di selfie abbracciando chiunque glielo chieda, guancia contro guancia, fiato su fiato, e ovviamente senza mascherina. “Manteniamo le distanze”, grida intanto Donzelli. E il suo richiamo è sempre più incrinato, suona come una preghiera, una supplica, perché quello che doveva essere un piccolo flash mob di ceto politico s’è trasformato in una manifestazione di massa che vìola ogni buon senso.

 

“Alla faccia del distanziamento. Cazzo. ‘Non lo dite a nessuno. Non lo dite a nessuno’ e guarda che macello”, dice un consigliere municipale di FdI. Intanto Licia Ronzulli, l’assistente di Silvio Berlusconi, ripara saggiamente in una via laterale insieme con Annamaria Bernini, la capogruppo di Forza Italia. E’ il riflesso e la tentazione di molti. Ma non di tutti. “E’ bellissimo, siamo tantissimi”, dice Claudio Durigon, deputato della Lega. “Non si doveva pubblicizzarlo questo evento. E devo dire che la Lega un po’ di pubblicità l’ha fatta”, mormora La Russa. Altroché se l’ha fatta. Sui canali di Salvini c’erano cartelli e inviti su Facebook, Twitter e Instagram da lunedì mattina. E certo nessuno si aspettava niente di buono e di sensato dal generale Pappalardo, ma dal centrodestra? “Ci è sfuggita di mano”, sembrava ripetere Meloni, con lo sguardo. Mentre ancora una volta, nei volti e negli atteggiamenti, si segnalava la distanza estetica e antropologica tra destra e destra, tra Meloni e Salvini, tra FdI e la Lega. Attorno a Salvini si muove una specie di cordone umano di nerboruti, tatuati come Conan il barbaro. “Affidano il servizio d’ordine ad ambienti della curva”, sospetta Andrea Augello, che è stato nel Msi a Roma e queste facce le conosce. Le stesse che poi si ritroveranno dal generale Pappalardo a urlare “arrestiamo Mattarella”. La sovrapposizione è completa. “I più democratici siamo sempre noi del Msi”, dice Maurizio Gasparri. Ed è vero.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.