Fate piano

Claudio Cerasa

Ripartire, sì. Ma per salvare l’economia c’è solo un modo: adottare misure capaci di salvare le vite e fare di tutto per evitare la ricaduta. Il caso francese, la Germania, il Papa e noi. Ricominciare senza esagerare non è un vizio: stavolta è solo una virtù

Che cosa vorrebbe dire fermare una convalescenza senza considerare il costo anche psicologico di una ricaduta immediata? Che cosa vorrebbe dire aprire tutto per poi dover richiudere improvvisamente tutto? Che cosa significherebbe correre più del dovuto per poi doversi fermare ed essere costretti a non potere più neppure camminare? Il dibattito pubblico relativo alle giuste strategie da adottare per affrontare in modo adeguato la famosa fase 2 del lockdown italiano è ormai da giorni inquinato da un doppio fronte insieme politico e culturale intenzionato a portare avanti due tesi tanto opposte quanto nocive.

 

La prima tesi è quella portata avanti da chi – mosso dall’idea che la pandemia sia quasi una punizione divina che ci riporta agli antichi valori e che punisce la nostra smania di guadagno – tende a considerare come un attentato alla salute del paese ogni tentativo di salvaguardare il futuro dell’economia italiana.

 

La seconda tesi è quella portata avanti da chi – mosso dall’idea che in fondo il peggio sia passato e che tenere chiuso il paese sia solo un modo dello stato etico per controllare più da vicino i cittadini – tende a considerare come un attentato al futuro del paese ogni tentativo di mettere lo stato di salute dei cittadini su un piedistallo più alto rispetto allo stato di salute dell’economia.

 

Coloro che si riconoscono sia nella prima sia nella seconda tesi avrebbero forse il dovere di prendere fiato, di darsi una calmata e riflettere un istante su un tema ben inquadrato ieri da un bravo editorialista del New York Times, Aaron E. Carroll, che con parole semplici è riuscito a offrire ai lettori un piano di osservazione sul dopo lockdown che ci aiuta a leggere bene il dibattito un po’ pazzotico che accompagna il passaggio dalla fase 1 alla fase 2. “La via da seguire nella crisi del coronavirus – scrive l’editorialista del Nyt – continua a essere inquadrata come se presentasse ogni giorno la necessità di scegliere tra salvare vite umane o salvare l’economia. Si tratta però di una scelta falsa. Perché, ormai dovrebbe essere chiaro, l’unico modo per salvare l’economia è prendere tutte le misure necessarie a salvare il maggior numero possibile di vite umane”.

  

Il ragionamento di Aaron E. Carroll, professore di Pediatria e volto importante della Scuola di Medicina dell’Università dell’Indiana, è un ragionamento che ci porta veloce alle ore che stiamo vivendo e che ci ricorda che ci sono molti motivi per sposare con convinzione una terza via necessaria che si collega tra i primi due fronti descritti e che è incarnata dal partito della prudenza. Un’economia industrializzata come quella italiana non può permettersi di non ripartire dopo due mesi di lockdown – ci sono, a partire dall’automotive, filiere produttive a rischio collasso. Ma un’economia indebolita come quella italiana – meno 9 punti di pil previsti nel 2020 dal Fondo monetario internazionale – dovrebbe avere la consapevolezza che in un momento difficile come quello che stiamo vivendo non ci sarebbe nulla di peggio che riaprire senza preoccuparsi di come evitare pericolose ricadute. Lo sta sperimentando a sue spese la Germania di Angela Merkel, che ieri, a pochi giorni dall’allentamento di alcune misure di contenimento, ha dovuto registrare un innalzamento improvviso del tasso di contagio, risalito a quota uno, ovvero una persona infetta ne contagia un’altra, dopo essere stato per molto tempo a quota 0,7, e lo sta sperimentando a sue spese anche la Francia di Emmanuel Macron, che dopo aver annunciato la riapertura graduale delle scuole già dal prossimo 11 maggio ieri ha deciso di lasciarle chiuse almeno fino al mese di giugno e ha deciso di non far concludere il campionato di calcio.

 

Lo stesso discorso, visto da una prospettiva diversa, riguarda se vogliamo l’Italia, che al contrario di molti paesi ha scelto di seguire la chiave della prudenza e ha deciso di non ripetere l’errore commesso a marzo quando nel bel mezzo di un’epidemia spiegava perché non ci sarebbe stata alcuna ragione per non ripartire. Oggi, rispetto a marzo, l’Italia ha certamente una capacità molto migliorata nel fare tamponi (con 2.960 tamponi ogni 100 mila abitanti, per un totale di 1.846.934 test totali fatti finora, con 200 mila negli ultimi quattro giorni, nel rapporto fra test e popolazione l’Italia è seconda al mondo dopo gli Emirati arabi). E ha certamente un sistema di terapie intensiva che ha visto raddoppiare la sua capacità (da 5.179 posti a 9.447, che sono tanti se confrontati con ciò che l’Italia aveva due mesi fa ma che sono forse ancora pochi rispetto al numero di posti in terapia intensiva che aveva la Germania prima della crisi, 27 mila, e che ha permesso ai tedeschi di affrontare la crisi del coronavirus con una flessibilità maggiore rispetto a quella italiana, come dimostrato dal calo dei consumi energetici, che a metà aprile, rispetto all’anno precedente, era crollato del 27 per cento in Italia e appena dell’8 per cento in Germania).

 

Ma resta il fatto che il numero di contagiati quotidiano, pur essendo in calo da diverse settimane, è numericamente identico a quello che si registrava prima del lockdown, più di mille nuovi al giorno, e che se dice il vero la ricerca internazionale condotta dall’Icahn School of Medicine at Mount Sinai di New York, secondo la quale il numero di contagiati nel mondo è nove volte superiore al numero ufficiale, i circa 100 mila contagiati che ci sono in questo momento nel nostro paese sarebbero in realtà un numero notevolmente più alto. Tutto questo naturalmente non deve terrorizzare, non deve paralizzare, non deve aggiungere paura alle paure, non deve creare più panico rispetto a quello che esiste già oggi, non deve dare l’alibi per delegare ogni decisione ai famigerati comitati di esperti, non deve dare a chi governa il pretesto per giustificare comunicazioni contraddittorie, non deve portare a giustificare i ritardi nell’erogazione del credito, degli aiuti alle imprese, dei sostegni alle famiglie, ma deve semplicemente farci riflettere su un punto cruciale, che coincide con il fiotto di domande da cui siamo partiti. Che cosa vorrebbe dire fermare una convalescenza senza considerare il costo anche psicologico di una ricaduta improvvisa? Che cosa vorrebbe dire aprire tutto per poi dover richiudere improvvisamente tutto? “In questo tempo nel quale si comincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena – ha detto ieri Papa Francesco – preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e dell’obbedienza alle disposizioni perché la pandemia non torni”. Messa o non messa, laici e credenti, più che avere fretta, dovrebbero capire perché il fate piano, il ripartire senza fretta, il ricominciare senza esagerare, non è un vizio ma forse, stavolta, è semplicemente una virtù.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.