Salvini fa la vittima e va a processo per il caso Gregoretti

Luca Gambardella

I leghisti decidono di uscire dall'Aula e il Senato conferma il voto della Giunta. Il leader della Lega recita il solito copione: “Voglio andare in un tribunale, contando sull’imparzialità della giustizia, per tornare a testa alta e prendere la guida del paese”

“Male non fare, paura non avere”. Matteo Salvini lo ha ripetuto più volte durante il suo intervento nell’Aula del Senato, poco prima che si votasse il definitivo via libera al processo sul caso Gregoretti, quello chiesto dai giudici del Tribunale dei ministri di Catania contro il segretario della Lega, indagato per sequestro di persona aggravato. “Noi non cambiamo, andiamo dritti”. E così, al momento del voto, i leghisti sono usciti dall’Aula. Come previsto, hanno votato a favore dell’autorizzazione a procedere il M5s, il Pd, Italia viva e Leu, contrari Forza Italia e Fratelli d’Italia.

 

  

Matteo Salvini è riuscito così nel suo intento: quello di presentarsi da martire davanti ai magistrati. “Voglio andare in un’Aula di tribunale, contando sull’imparzialità della giustizia, per tornare a testa alta e prendere la guida del paese”, ha detto. Ma ancora prima di annunciare la sua decisione, l’avvocato Giulia Bongiorno aveva preso la parola. Quasi una supplica, quella di Bongiorno, che non ha mancato di rendere pubblico il suo disappunto per la scelta del suo assistito, nonché del suo leader di partito. Conscia dei rischi a cui il suo cliente sta andando incontro, l’avvocato ha prima messo le mani avanti - “Noi non siamo azzeccagarbugli, non cerchiamo stratagemmi” -  per poi tentare in ogni modo di convincere il Capitano a rinunciare ad azioni di forza in Aula: “Non si faccia provocare. Non è chiaro il concetto: quello che si giudica in questa Aula, l'interesse pubblico, non sarà mai giudicato dai giudici. Allora questa è l'unica sede in cui si può valutare. Quello che stabilisce la legge è altro".

  

 

Tutto inutile: “Sono un testone”, ha ribattuto poco dopo Salvini, che si è detto ansioso di dimostrare ai suoi figli “che non sono un delinquente”. “Ma basta!”, si urlava a quel punto dai banchi dell’opposizione. “Lei non ha un figlio che stamattina le ha mandato un messaggio con scritto ‘Forza papà!’. Taccia. Lei taccia”, rispondeva Salvini. “Svergognati!”, ribattevano ancora dall’altra parte . “Presidente, io perdo la pazienza tra poco, eh?”, diceva il segretario leghista a un’incredula Maria Elisabetta Alberti Casellati. “Fascista!”, insistevano.

 

Prima ancora del siparietto con il leader della Lega, altri interventi non avevano mancato di ricordare in modo grossolano, se non quantomeno azzardato, precedenti storici da sciorinare per ridimensionare o ingigantire – fino al grottesco – l’oggetto della discussione: ecco che c’è chi compara il caso Gregoretti all’omicidio Matteotti (Gianclaudio Bressa delle Autonomie), chi tira fuori i bombardamenti sulla Serbia nel 1999 autorizzati dal governo D’Alema e infine, immancabili, i marò e l’allora ministro Terzi (Fiammetta Modena, Forza Italia, sembra volere provocare l’Aula: “Ve li ricordate, no?”). Alla fine, gli interventi somigliano a una seduta collettiva per rispondere all’amletico dilemma: cosa dobbiamo votare esattamente? Siamo qui per esprimere un voto politico oppure uno basato sulle leggi? “Sono in imbarazzo – nota allora Francesco Zaffini (Fratelli d’Italia) – mi ero preparato un discorso politico. Ma qui dentro la seconda categoria più numerosa è quella degli avvocati. La prima è quella dei fenomeni”.

 

Nel merito, Salvini rinuncia a qualsiasi difesa. Oltre alla responsabilità collegiale del governo, il segretario della Lega rivendica di avere difeso le frontiere italiane e cita – come già fatto allo sfinimento in questi mesi – l’articolo 52 della Costituzione. “Ma come si fa a dire che una nave della Guardia costiera italiana, con equipaggio italiano e 131 disgraziati a bordo siano una minaccia per l’Italia”, si era chiesta Emma Bonino poco prima, dopo una riflessione sulla “megalomania” malcelata dalle parole di Salvini, quando diceva che con lui si processava il popolo italiano. “Difesa della patria? Ma quei naufraghi erano già in Italia! Erano a bordo di una nave militare italiana”, ha aggiunto Gregorio De Falco. Ma Salvini “il testone” tira dritto e dice di avere fatto le stesse cose che ora sta facendo il suo successore, Luciana Lamorgese. “L’unica differenza tra noi e voi è che io non la denuncio, perché sta facendo il suo mestiere”. Ricorda, il segretario, che la politica dei “porti chiusi” ha ridotto i morti in mare (ma è falso, se si guarda ai numeri)*. E quindi Salvini minaccia: “C’è bisogno di una cavia? Eccomi – dice – ma ricordatevi che chi oggi è maggioranza un giorno sarà minoranza”.

 


  

* Una versione precedente dell'articolo faceva riferimento a dati espressi "in termini relativi alle partenze". L'abbiamo cancellato perché i morti, secondo i numeri ufficiali, sono aumentati sotto la gestione Salvini anche in termini assoluti e annualizzati.

Di più su questi argomenti:
  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it