Il processo contro i “pieni poteri”

Redazione

Perché il voto sul caso Gregoretti non ha niente a che vedere con il garantismo

“Io ne faccio e ne farei volentieri a meno”, ha ammesso ieri Matteo Salvini in una diretta Facebook da Venezia, mentre il battello su cui viaggiava superava il Ponte di Rialto. Il Capitano si riferiva al processo che i giudici di Catania vorrebbero avviare nei suoi confronti con l’accusa di avere sequestrato 131 migranti a bordo della Gregoretti, la nave della Guardia costiera respinta lo scorso agosto dall’allora ministro dell’Interno.

 

Oggi i senatori voteranno l’autorizzazione a procedere e l’unica incognita, dopo il parere positivo già espresso in Giunta il mese scorso, è cosa Salvini ordinerà di fare ai suoi uomini a Palazzo Madama: restare o non restare in Aula al momento del voto? O addirittura: votare contro o a favore del processo al proprio leader?

 

Navigando sul Canal Grande, il Capitano ha ostentato la solita caparbietà: “Voteranno per mandarmi a processo. I senatori della Lega ovviamente non si opporranno”. Ciò che Salvini non può dire ai suoi follower – chissà quanti di loro sono davvero a digiuno per solidarietà con il segretario della Lega – è che in queste ore tutti i suoi collaboratori gli consigliano di mantenere un basso profilo, di abbandonare la strategia della spregiudicatezza che invece lo attrae tanto. Ha provato a dissuaderlo il suo stesso avvocato, Giulia Bongiorno, perché il voto della Lega in favore del processo significherebbe quasi un’ammissione di colpevolezza. Da legale, Bongiorno sa che gli elementi a disposizione di Salvini per evitare una condanna sono pochi: finora, la linea difensiva dell’ex ministro sui respingimenti dei migranti – compresi i casi Diciotti e Open Arms – non è andata oltre i toni vittimistici (“Se li blocco io sono un criminale, se lo fanno loro…”). Da politico, Bongiorno ha fatto notare un altro aspetto che giocherebbe contro il suo assistito: un eventuale processo terrebbe il Capitano in ostaggio delle aule dei tribunali per lungo tempo. Così Salvini valuta se riproporre uno dei suoi consueti contrattacchi da kamikaze. E’ la strategia di chi non sopporta di essere messo all’angolo. E’ la “strategia dei pieni poteri”, che finora non gli ha portato molte soddisfazioni.

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