L'EuroLega fa il botto

Valerio Valentini

Il gruppo leghista a Bruxelles si lacera e contesta la linea estremista del capo imposto da Salvini: Zanni, un grillino

Roma. L’ultimo scontro, in ordine di tempo, ha portato Marco Zanni a restringere l’utilizzo della chat interna: “Solo gli amministratori possono modificare le info del gruppo”. Un gesto che nella sua ridicolaggine dà il senso dell’ansia di sedare una fibrillazione ormai incontrollabile. Perché, a quanto pare, l’atto che ha innescato di nuovo le tensioni mai sopite nella delegazione leghista al Parlamento europeo sono state le manifestazioni di giubilo, con tanto di selfie e dirette social, a favore della Brexit. E’ stato allora, alle nove di sera del primo febbraio, che Gianna Gancia, eurodeputata piemontese del Carroccio, ha deciso di accendere la miccia in chat rivolgendosi ad alcuni suoi colleghi: “Io non credo che la politica sia dire tutte le stupidaggini che ti vengono in mente”. E subito, a sostenere la sua tesi, è incredibilmente intervenuto Antonio Maria Rinaldi, che pure, da alfiere coerente della lotta per il ritorno alla lira, aveva appena finito di omaggiare Nigel Farage. “Concordo pienamente, Gianna”. Apriti cielo. Prima è intervenuto il capogruppo Marco Campomenosi. Poi, perentoria, la censura di Zanni, presidente della componente di estrema destra Identità e democrazia, a stoppare la Gancia. La quale, interpellata, butta giù il telefono: “Le fughe di notizie interne non le commento. Quello che dovevo dire, sulla Brexit, l’ho detto a viso aperto”. Ha detto, via Twitter, che “da oggi dobbiamo costruire gli Stati Uniti d’Europa”. E tanto è bastato per scatenare contro di lei le mandrie di attivisti leghisti antieuro pronte a chiederne l’espulsione, rinfacciandole perfino il suo matrimonio con Roberto Calderoli. “Un clima da caccia alle streghe che s’è riprodotto anche nel gruppo”, sospira un europarlamentare. Del resto, la spaccatura nella pattuglia di leghisti a Bruxelles va avanti da mesi, e risale alla decisione che, di fatto, ha segnato il destino di Salvini in Europa. Perché quando ci fu da votare la nuova commissione, l’ordine che era arrivato da Roma fu quello di trattare. E non a caso ad Antonio Tajani venne chiesto di farsi garante dell’accordo, di consegnare alla von der Leyen il numero di Zanni, perché si potessero parlare. Sembrava tutto fatto, la sera di quel 15 luglio. Sennonché l’indomani, incomprensibilmente, lo stesso Zanni s’impuntò: “La von der Leyen si rifiuta di incontrarci. Noi votiamo contro”.

 

 

Ne seguì un acceso confronto in riunione, dove a sostenere le ragioni del dialogo (“Per non restare tagliati fuori dal cordone sanitario”) furono la stessa Gancia e il veneto Toni Da Re. Perfino Susanna Ceccardi predicò cautela. Macché: s’andò alla guerra con l’Ue, mentre i grillini, votando la von der Leyen, s’aprivano la strada verso il nuovo governo col Pd. La stessa che per Salvini si chiuse, relegato com’era tra gli appestati di Bruxelles, insieme agli estremisti della Le Pen e di AfD. “Che quel posizionamento ci danneggi è evidente”, dice il deputato di Varese Matteo Bianchi, commentando la visita italiana di Orbàn (che ieri ha incontrato il Cav. e Salvini, dopo però avere salutato con tutti gli onori la Meloni, lunedì). “Certo, Giorgia è stata brava a muoversi in Ue, entrando nei Conservatori. Ma anche noi c’abbiamo messo del nostro: a Bruxelles siamo più a destra di FdI, e ho detto tutto”. Il giudizio condiviso da una discreta metà del gruppo europeo del Carroccio, non a caso, è che proprio ora che il Ppe sta valutando l’espulsione del premier ungherese, la Lega dovrebbe bussare alla porta dei popolari.

 

 

Lo pensano, con varie sfumature di giudizio, oltre alla Gancia e Da Re, oltre alla Ceccardi, anche il romano Grant, i friulani Dreosto e Lizzi, il pugliese Caroppo. Tutti, però, assai prudenti nell’esprimere le loro perplessità sulla linea oltranzista del gruppo, portata avanti dai fedelissimi di Salvini, guidati a distanza da Lorenzo Fontana (“Noi coi popolari? Non esiste”, taglia corto il vicesegretario) sotto la supervisione dei “generali” Alessandro Panza e Paolo Borchia. Oltre, appunto, a Zanni. “La buona notizia”, prosegue Bianchi, “è che ora il dipartimento Esteri lo guiderà Giorgetti. Giancarlo è uomo di visione, con grandi crediti presso la diplomazia americana: uno che può riaprire il dialogo con la Merkel. E, soprattutto, uno che non ha derive filorusse e sovraniste”. In una parola, uno che non è Zanni, pupillo di Claudio Borghi e fino a oggi responsabile Esteri della Lega pur essendo entrato nel Carroccio solo nel maggio 2018, dopo una lunga militanza europea nel M5s. E del grillismo, oltreché certe intemperanze anti Draghi, si è portato dietro anche una parte dell’apparato. Al punto da imporre collaboratori parlamentari conosciuti quando stava nel movimento al nuovo gruppo di Id: Fabio Pasinelli e Flavio Facioni, Martina Angelini e Monia Albertini, Ambra Minnei e Marco Pantelakis, tutta gente che ora lavora coi leghisti. E su cui, qualche settimana fa, s’è accesa la bufera: “Sono loro che passano le notizie riservate al M5s e alle sardine”, si sono lamentati, nella solita baruffa in chat, alcuni leghisti. E così s’è deciso che alle riunioni operative gli eurodeputati dovessero andare da soli, senza assistenti. “Ma ti rendi conto?”.