La Corte respinge il referendum leghista, ma Salvini non dispera

Salvatore Merlo

Vince un principio di stabilità apprezzato dal Quirinale. La Lega riadatta la sua strategia per divellere il governo

Roma. “Se la Corte dovesse giudicare ammissibile il referendum noi tiriamo dritto, e approviamo comunque la legge proporzionale che abbiamo già incardinato”. Da una settimana Dario Franceschini diceva a chiunque, all’incirca, queste parole, anche al segretario del Pd Nicola Zingaretti che le ripeteva come fossero sue. Insomma entrambi dichiaravano, più o meno, di voler tirare dritto senza curarsi della decisione dei giudici costituzionali e del referendum popolare. Ovviamente, si trattava di spin, una mezza recita, un messaggio in codice da parte del più incoercibile difensore della resistenza di Palazzo. Franceschini, appunto.

  

 

In realtà, se la Corte costituzionale avesse accettato il quesito referendario presentato dalla Lega per l’abolizione della quota proporzionale dell’attuale sistema di voto, si sarebbe aperta quasi certamente una sarabanda dentro e fuori dal Parlamento, e anche dentro e fuori dal Pd. Avrebbe parlato Romano Prodi, con qualche battuta ben assestata, a favore del maggioritario? Si sarebbe sollevata la voce di Walter Veltroni? Matteo Salvini avrebbe potuto giocare, imbracciando il Mattarellum, la sua partita per divellere il centrosinistra e la maggioranza? Probabile. Tutte eventualità che a un pragmatico come Franceschini non sono mai sfuggite. Tuttavia recitare la parte del duro era necessario. Forse inevitabile. Ma poiché giovedì sera, dopo una combattuta camera di consiglio, la Corte ha invece respinto (pare 9 contro 6) il quesito sul quale Roberto Calderoli aveva applicato la sua “scienza”, ecco che adesso il film che andrà in onda è tutto diverso. Vince infatti quel principio di stabilità che ha in Sergio Mattarella il suo motore silente. E la definitiva proporzionalizzazione del sistema repubblicano avanza a lunghi passi.

 

 

Il primo a commentare la bocciatura da parte della Consulta è stato Matteo Salvini. “E’ il vecchio sistema che si difende”, ha detto il segretario della Lega che aveva fatta sua l’idea, escogitata da Giancarlo Giorgetti, di riproporre il Mattarellum. “Pd e 5 stelle sono e restano attaccati alle poltrone. Ci dispiace che non si lasci decidere il popolo”, ha aggiunto. In realtà, molto probabilmente, Salvini non è così scontento del risultato. Poteva andare meglio, certo, ma non è andata malissimo. A lui va abbastanza bene qualsiasi evenienza. Si sente forte con il maggioritario, si sente forte con l’attuale sistema di voto, e si sente forte anche con quel proporzionale al quale la maggioranza sta lavorando, in commissione Affari costituzionali alla Camera, e che prevede uno sbarramento al 5 per cento. Il tentativo di dirottare il corso della legislatura verso un esito maggioritario è fallito, e già il leader della Lega – che nelle settimane scorse aveva trattato sottobanco anche per il proporzionale, a riprova della sua straordinaria mobilità – adesso dovrà riadattare la sua strategia al nuovo contesto. Per Salvini la riforma elettorale non è soltanto una legge sul sistema di voto, cosa che ovviamente lo interessa, ma è anche una leva – in potenza – per incunearsi in ogni possibile contraddizione all’interno dell’alleanza che regge il governo del Bisconte. Fosse passato il quesito referendario, il leader leghista avrebbe utilizzato come grimaldello la proposta del Mattarellum, cosa che a sinistra avevano capito tutti, persino i sostenitori del maggioritario. Al punto che giovedì, Paolo Gentiloni, non precisamente un proporzionalista convinto, diceva di essere “contento così”.

 

Il Mattarellum avrebbe dilacerato il centrosinistra. Ma è una partita chiusa, anche se, almeno formalmente, il centrodestra continuerà a utilizzarlo come arma e bandiera. Un pericolo scampato, dal punto di vista del governo. Adesso, nel gioco sul proporzionale, Salvini dovrà solo aspettare di capire se – come sembra probabile – i partiti più piccoli che compongono la maggioranza, tra cui c’è anche lo scalpitante Matteo Renzi, inizieranno a protestare e a contorcersi per lo sbarramento al 5 per cento. Bisogna infatti tenere presente che molte delle votazioni in Parlamento sulla riforma elettorale saranno a scrutinio segreto. Dunque terra ideale per ogni tipo di scorribanda e manovra da guastatori.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.