Renzi vuole il governo, Zingaretti cerca un alleato per fermare tutto: Di Maio

Valerio Valentini

La parola magica del segretario del Pd è “discontinuità”. Ma come si evita un esecutivo fotocopia del disastroso Conte?

Roma. Si ritrovano tutt’e due un po’ così, storditi e dubbiosi, costretti – ma forse ancora non del tutto – a interpretare i ruoli che la trama di questa folle commedia d’agosto ha assegnato loro quasi senza che se ne rendessero conto. E allora, giunti insieme alla metà del guado, ora Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio si tendono malvolentieri la mano. Per far nascere di comune accordo il nuovo governo, o magari per farlo, sempre con l’intesa di entrambi, abortire. “Lo fanno, lo fanno”, conferma ai suoi deputati il capogruppo Riccardo Molinari. “Ho appena parlato con Ettore Rosato, e me lo ha dato per scontato”, dice in Transatlantico, a ora di pranzo, rivolto a Roberto Calderoli. Che conferma: “Ma le hai lette le dichiarazioni di Zingaretti? E’ peggio di Renzi”. E’ successo, infatti, che la direzione del Pd ha appena approvato un documento su cui si è lavorato per ore. Zingaretti voleva inserirci una clausola che chiedeva una “radicale discontinuità”; poi, già martedì sera, la mediazione di Lorenzo Guerini aveva portato a un ammorbidimento del testo. La versione licenziata all’unanimità – l’unanimità, nel Pd! – mercoledì mattina, su cui pare si a intervenuta la manina di Dario Franceschini, è ancora più generica. Ne vengono così fuori cinque punti in cui si declama una discontinuità tutta da definire, che parlano di “appartenenza all’Ue, riconoscimento della democrazia rappresentativa, sviluppo e sostenibilità ambientale, cambio nella gestione di flussi migratori, svolta delle ricette economiche e sociali, in chiave redisstributiva”. Giancarlo Giorgetti li analizza a due passi da Montecitorio, nella calura romana, e sbuffa: “E’ un documento che dà a Zingaretti una grande libertà per fare quel che gli pare”. Pausa. E chiosa sorniona, aggiustandosi gli occhiali sul naso: “Il che non è detto che porti a un’intesa tra Pd, M5s, Misto, LeU e frattaglie varie”. E insomma, un po’ subdolamente, il sottosegretario alla presidenza rievoca il tema dell’accordo indicibile, quello tra Salvini e Zingaretti. “Brigavano fin da prima delle Europee per andare al voto”, dice un renziano di primo peso, raccontando di come il segretario si fosse illuso che nessuno, nel Pd, avesse intravveduto per tempo la trama segreta che avrebbe portato al ritorno anticipato alle urne. E non a caso c’è chi, nel partito, ha iniziato a brandire contro gli esponenti della segreteria quell’intesa imbarazzante, quei ripetuti incontri fatti in prima persona da Zingaretti sia con Salvini sia con Giorgetti. E anche questo, nel gioco crudele di queste ore, spinge il governatore del Lazio a valutare bene le sue mosse. 

 

Perché in fondo la volontà dei gruppi parlamentari non può essere del tutto ignorata. “E per fortuna che era Renzi quello dell’uomo solo al comando”, sbotta Silvia Fregolent. “Eppure siamo passati dallo streaming di Matteo, che nei passaggi cruciali ha sempre coinvolto deputati e senatori, agli incontri riservati di questa fase”.

 

Ed è del resto lo stesso problema che ha Luigi Di Maio: rispettare gli umori di una pattuglia parlamentare che, a stragrande maggioranza, auspica un’apertura decisa al Pd. Il capo politico del M5s invece tentenna, s’arrovella nel timore di una sua marginalizzazione. Perché sa bene che una condizione necessaria per trovare un’intesa coi democratici sarebbe, appunto, quella di una marcata “discontinuità”. E alle sue orecchie, questa parola risuona con un’eco sinistra, perché comporterebbe il ridimensionamento dei suoi incarichi nell’esecutivo (di certo non farebbe più il vicepremier, e chissà il ministro), e forse anche nell’organigramma del Movimento. E allora indugia, Di Maio: convoca i capigruppo e i presidenti delle varie commissioni a Montecitorio, si fa elencare tutti i provvedimenti rimasti in sospeso dopo la crisi di governo, getta a sua volta le basi di un programma minimale da potere offrire a eventuali contraenti in questa stramba trattativa. Ma il da farsi, il vicepremier, non lo ha ancora deciso: e infatti al Quirinale, domani, proverà a prendere tempo (“Forse chiederà tre giorni”, trapela dal suo cerchio magico), rilanciando “sulle cose da fare e quelle da scongiurare, come l’aumento dell’Iva” per provare a capire chi ci sta, e magari camuffare l’accordo col Pd come l’approdo necessario di una crisi provocata da altri. Il gruppo parlamentare avrebbe già deciso, in verità: lo dimostra anche la nettezza con Francesco D’Uva, il presidente dei grillini alla Camera, spiega che “è una menzogna di Salvini, quella per cui il Pd sarebbe in mano a Renzi. Noi ora pensiamo ai temi, solo dopo alle persone. Abbiamo ancora tante riforme da completare, e altre da presidiare, come il reddito di cittadinanza, che va pienamente attuato e non smantellato come magari qualcuno potrebbe volere fare”. Sembra insomma un auspicio fin troppo chiaro, che però si scontra coi timori di uomini e donne di governo del M5s, di chi insomma sa che un nuovo esecutivo esigerebbe un passo indietro di chi è stato finora in prima linea, e allora pressa Di Maio in senso opposto. E quale sia, il senso – non le elezioni, ma il ritorno con la Lega –, lo chiarisce Laura Castelli, il viceministro dell’Economia che nel pomeriggio arriva a Montecitorio e avvia un’opera di moral suasion nei confronti di alcuni deputati, che le si siedono intorno sui divanetti del Transatlantico e la ascoltano discettare di un possibile passo indietro di Salvini. “Uno che fa politica non da ieri, eppure si è fidato di Zingaretti, come se davvero uno come Zingaretti potesse governare il Pd”, dice la Castelli. Che mostra pure, e con l’aria di chi la sa lunga, degli articoli usciti su sconosciuti siti di agricoltura, che lei però descrive come molto informati sulle dinamiche leghiste, e in cui si rilancia l’idea di uno stato maggiore del Carroccio pronto a chiedere l’estremo sacrificio al Capitano (“Resterebbe segretario, ma senza incarichi di governo”). Un’ipotesi che prelude, insomma, alla riedizione sotto altra veste dell’intesa gialloverde, ma senza Giuseppe Conte come premier. “Ipotesi difficile, ma non proprio strampalata”, dirà più tardi Massimiliano Romeo, capogruppo leghista al Senato. E qui le interpretazioni si accavallano: perché per alcuni la scelta di Salvini di lasciare socchiuso lo spiraglio, giocando sull’ambiguità del taglio dei parlamentari e sulla realizzazione di una manovra coraggiosa, è un modo per aumentare il subbuglio tra i grillini e sabotare l’accordo tra Pd e M5s; per altri, sempre dentro l’entourage di Di Maio, “stanare la Lega sul programma da realizzare, porre il Carroccio davanti alla scelta tra il cambiamento da completare e la poltrona di Salvini da realizzare”, sarebbe un modo per “fare incartare” gli ex (ex?) alleati. Domani Di Maio, dopo essere andato al Colle per le consultazioni, farà un po’ di chiarezza nell’assemblea congiunta convocata alle dieci di sera. Ma dovrà fare anche i conti con chi, sempre tra quanti hanno incarichi nell’attuale esecutivo, propongono di aggirare il responso dei gruppi: “Usiamo Rousseau, coinvolgiamo gli attivisti che di certo boccerebbero un’intesa col Pd”.

 

E come se di incognite ce ne fossero poche, in questo marasma, anche Forza Italia ondeggia tra istanze proto-salviniane e appelli alla prudenza. “Le aperture di Berlusconi a un governo istituzionale non sono casuali”, dice Paolo Zangrillo, leader di FI in Piemonte, uno che col Cav. ci parla spesso. “Noi ora aspettiamo, e di certo non possiamo agevolare un governo tra Pd e M5s. Ma possiamo, quello sì, rimuovere gli ostacoli, visto che un ritorno al voto a noi non ci avvantaggerebbe affatto”. Insomma, si aspetterà di vedere se l’accrocco giallorosso si formerà, e in caso contrario ci si renderà disponibili a costituire un nuovo governo, stavolta più “istituzionale”? “Esattamente così”.

 

E in fondo è proprio a nomi a metà tra il politico e il tecnico che i principali responsabili della trattativa tra Pd e M5s stanno pensando. Uno, proposto ai grillini dai renziani, come anticipato dal Foglio.it, è quello di Paola Severino, vicepresidente della Luiss e già ministro della Giustizia del Monti, ma che con alcuni esponenti del M5s ha coltivato buoni rapporti. E poi tornano in ballo i nomi già circolati: quello di Raffaele Cantone e di Enrico Giovannini. Oltre a quello, magari per un ministero economico, di Fabrizio Barca.