Decalogo per uscire dal tormentone “la sinistra riparta da” e altri aforismi

Matteo Marchesini

Fatalismo, rimozioni, ritorni mascherati

Tra i tanti tormentoni che chi usa i social vede trionfare e sparire nello spazio di poche mattine (“il candidato spieghi”, “io ve lo buco”, “ma parliamo di quelli”), un’inesauribile fonte di battute resta l’espressione “la sinistra riparta da”. Proviamo a usarla sul serio, nella sostanza se non nella forma, e a immaginare davvero da dove dovrebbe (o non dovrebbe) ripartire. Dato che ormai di disturbi dell’attenzione soffriamo tutti, e che il tema li aumenta di sicuro, propongo una diagnosi per punti brevi, quasi aforistici. Facciamo dieci, perché dai comandamenti alle domande di Repubblica, il numero dà sempre un po’ della solennità che i progressisti hanno ahimè perduto; e poi perché le loro piaghe sono almeno il doppio di quelle indicate da Rosmini nella Chiesa.

 

1) La doppiezza togliattiana ha pesato fino a oggi su tutti i gruppi della variegata e litigiosa sinistra nazionale - gli “storici” e i “nuovi”, gli istituzionali e gli extraparlamentari, i riformisti e i massimalisti, i fautori della terza via e i sedicenti keynesiani. Berlinguer, così diverso dal Migliore, ne ha interpretato uno sviluppo cruciale: la scissione tra moralismo e cedimento al regime partitocratico. La schizofrenia ereditata dal Pci ha permesso a molti di fare i rivoluzionari a costo zero, e insieme di agire da amministratori socialdemocratici un po’ troppo consociativi. Il mix di aderenza al sistema e di salti in avanti retorici ha generato un’enorme bolla di ideologia, chiudendo la strada a una radicalità coraggiosa ma pragmatica. Da un lato è rimasto il riflesso da uomini d’ordine che devono allontanare ogni sospetto di ribellismo - riflesso che rende, diciamo così, più realisti della legge Reale (vedi Minniti); dall’altro lato si è incancrenita una tendenza movimentista che è quasi sempre velleitaria, perché non si prende la responsabilità di trasformare le sue istanze in prassi di governo.

 

2) Spirata la Prima Repubblica, che permetteva di vivere in questo limbo ideologico, la speranza vaga ma diffusa nell’avvento di una società alternativa è stata bruscamente rimossa. Così è riapparsa in forme via via più mostruose. Oggi certi leader progressisti, più che a dei politici, somigliano a dei giornalisti che per mestiere contestano le fake news. Cercano più i lettori che gli elettori; e se devono trovare un comune denominatore fuori da questa attività, il loro imbarazzo è palese. La mancanza di un progetto di lungo periodo appare così irrimediabile che non si può farne una colpa a nessuno. Semmai la colpa sta nel rifiuto di prenderne atto, nel fingere che questo vuoto non ci sia o possa essere riempito da discussioni “tecniche”. Dal fatalismo comunista si è passati a un fatalismo “liberale”. Ad esempio, davanti ai provvedimenti che vorrebbero attribuire nuovi diritti ai lavoratori si dice che le leggi verranno aggirate dal mercato, che forzare le cose porterà anzi a uno sfruttamento peggiore, che bisogna limitarsi a dare piccoli suggerimenti indiretti e a poco a poco si produrrà più ricchezza per tutti (come per certi comunisti, per simili “liberali” il tempo rapido della vita umana di chi soffre qui e ora non conta granché). Può anche darsi. Ma in passato certe “forzature” non si sono forse imposte perché a esigerle era una grande forza sociale organizzata? Senza le leghe e il socialismo belle époque, il corso della Storia avrebbe portato ugualmente allo welfare? Ecco, qui l’altezza a cui si pone l’asticella del possibile segna ancora il confine tra la sinistra e la destra. Se i precari sono un volgo globale disperso che non ha nome, e sembra improbabile riuscire presto a unirlo in nome di interessi comuni (sanità, scuola, casa, accesso ai beni essenziali per tutti), certo i fatalisti non faranno alcuno sforzo per ridurre una tale improbabilità. Toccherebbe alla sinistra investire su obiettivi del genere la sua intera forza di gravità politica, senza la quale i dibattiti su singole leggi restano astratti come qualunque sequenza di dati che non sia inserita in una visione umana capace di darle senso. Lo sa e lo dice Enrico Morando, che ricorda ancora la storia del socialismo. Chi invece sfrutta gli “e allora il Pd?” e i beceri benaltrismi rossobruni come alibi per accettare la guerra tra poveri e la divisione tra ultimi e penultimi, dovrebbe ricordare che è sempre esistita una politica incline a schivare la questione sociale coprendola sotto pratiche assistenziali attente solo alle emergenze. Una volta questa politica era di destra, e si chiamava “compassionevole”.

 

3) Finché non si darà una degna sepoltura critica al cadavere del “comunismo” italiano, e si lascerà che le sue contraddizioni si estenuino nel XXI secolo, questa crisi d’identità non sarà mai finita. E finché dura la crisi d’identità (di presenza) è inutile la corsa frenetica a “rinnovamenti” archiviati dopo pochi mesi. Vince allora quello che potremmo chiamare il paradosso di Achille Occhetto: non cambierai mai così velocemente i nomi e lo stile dei partiti di sinistra, che la tartaruga degli antichi problemi nazionali non mantenga comunque un vantaggio.

 

4) Conseguenza dei punti precedenti: in questi anni il fantasma della pretesa diversità antropologica berlingueriana si è semplicemente sdoppiato. Se nei Cinque stelle lo ritroviamo incanaglito nel vaffa alla casta, in una parte del Pd e del progressismo “liberale” si è trasformato nella fiera, terroristica e terrorizzata abitudine di parlare dei grillini come fossero scimmie. E’ cambiato il bersaglio postcomunista: prima il mostro era la classe governativa da cui il Pci era escluso, adesso è una fetta del popolo che lo votava.

 

5) La metamorfosi della base sociale della sinistra, tra anni Settanta e Ottanta, non inverava più il progetto togliattiano di alleanza con la middle class produttiva del dopoguerra. La sinistra diveniva invece uno status symbol del famigerato ceto medio riflessivo. Che avrebbe dovuto pensarci bene, prima di riflettere. Perché nel ceto medio riflessivo c’era già il dito medio riflesso.

6) Dunque la sinistra si mise dalla parte del congiuntivo, dato che tutte le altre erano già occupate.

 

7) A questo proposito: fa bene chi denuncia la sgangherata violenza propagandistica del governo Salvini-Di Maio e dei suoi sostenitori illiberali; e fa bene chi rileva il volgare abuso dell’aforisma strapaesano secondo cui “In Italia ci sono due tipi di fascisti: i fascisti e gli antifascisti”. Però forse occorrerebbe anche evitare che diventi troppo vera una sua parafrasi. Non vorremmo dover constatare che In Italia ci sono due tipi di cretini: i cretini e quelli che fanno la satira dei cretini.

 

8) Anche il debunking che si oppone alle bufale dei demagoghi è sacrosanto. Solo che spesso, dopo avere riportato sul terreno delle spiegazioni razionali ciò che il populismo racconta in modo bugiardo, naif o complottista, i demistificatori smettono di utilizzare la ragione appena occorre capire perché tutto ciò avviene, e perché siamo finiti in questa situazione. “Ah gli italiani, ormai c’è un degrado tale nella gente…” li senti bofonchiare prima di salutarsi. Ed ecco che, signora mia a parte, risuona l’intramontabile “ma perché non siamo inglesi? O francesi? O americani? O tedeschi?”. Così all’analisi argomentata si sostituisce di colpo l’evocazione di un male antropologico da chiacchiera al caffè. Nessuno stupore: esiste da molto tempo un grillismo dall’alto. Esiste perfino, direi, un grillismo “pannunziano”, che è il modo in cui il grillismo di massa si riflette nel piccolo specchio delle ex élite liberali. Questo atteggiamento si accompagna poi alla suggestione di una resistenza dei “migliori”, nella quale tornano ad abbracciarsi Libertà e Giustizia e i critici severi di Mani pulite, i liberalsocialisti convinti che Francesco Saverio Borrelli abbia offerto a un paese corrotto un biennio di fulgido riscatto, e quelli convinti che a forza di sentire Wagner gli sia venuta voglia d’invadere il potere legislativo.

 

9) Ancora su rimozioni e ritorni mascherati. Quasi sempre si racconta il passaggio dal Pci all’Ulivo come se in mezzo non ci fosse stata la svolta di Occhetto. Il che conferma che il simbolo per eccellenza della sinistra è purtroppo ancora quello delle mani di Radek, rimaste per sbaglio a galleggiare senza corpo in uno dei filmati sovietici da cui erano state cancellate le tracce del dirigente caduto in disgrazia. La damnatio memoriae e il tuffo nel Lete sono sempre più rapidi. Richiederebbero solo una dicitura tecnologicamente aggiornata, del tipo “questo contenuto è stato rimosso”. D’altra parte, anche qui si può notare un parallelismo tra i Cinque stelle e i democratici: se per i primi tutto è colpa del governo precedente, per i secondi tutto è colpa del segretario precedente.

 

10) Quella dei radicali, che non hanno quasi nulla da dire sulla questione sociale, è la tradizione politica peggiore – con l’eccezione di tutte le altre. Perciò finché la sinistra non cambia continuerò a votarli.

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