La retromarcia su Roma non basta

Claudio Cerasa

Barbari e guai. Erano partiti per cancellare il passato, dai parametri europei alla Fornero alla Tav. Ma hanno sbattuto il muso e hanno dovuto cancellare le proprie idee. Pericolo scampato? No, alla settima economia del mondo non può bastare

Nella splendida intervista rilasciata ieri al nostro giornale, il professor Giovanni Orsina, un anno dopo aver teorizzato sul Foglio la possibilità di romanizzare i barbari e di normalizzare i populisti, riconosce che l’esperimento è grosso modo fallito, che la romanizzazione non è riuscita, che i barbari sono rimasti barbari e che in ogni caso in un anno e passa di governo c’è di buono che il sovranismo non ha fatto troppi danni perché almeno fino a oggi i nazionalisti hanno dato prova di essere chiacchiere, distintivo e diversivo e in fondo non hanno combinato nulla. Il professore ha ragione a notare che nelle proprie azioni i sovranisti si sono spesso fermati un attimo prima di sfasciare l’Italia ma ci permettiamo di far notare al nostro amico Orsina che anche questo dato dovrebbe enormemente preoccuparci piuttosto che farci tirare un sospiro di sollievo.

 

Nei primi sedici mesi di governo del cambiamento, effettivamente, è capitato spesso che, dopo aver tentato di cancellare il passato, Salvini e Di Maio (e Conte) si siano trovati spesso nella condizione di dover cancellare il proprio tentativo di rimuovere il passato.

 

E’ successo a metà del 2018 quando il governo, dopo aver tentato di piazzare alla guida dell’Economia un ministro no euro, è stato costretto a esprimere almeno a parole fiducia incondizionata nella moneta unica. E’ successo nell’autunno del 2018 quando il governo, dopo aver promesso di voler fottersene dei parametri di Maastricht, è stato costretto a rispettare le regole europee. E’ successo alla fine del 2018 quando il governo, dopo aver promesso di voler cancellare la riforma Fornero, si è limitato a rivederla in alcuni piccoli dettagli. E’ successo all’inizio del 2019 quando il governo, dopo aver promesso di voler trasformare l’Ilva in un grande parco giochi, è stato costretto ad agevolare una trattativa di cessione utile a tenere in vita l’Ilva. E’ successo, ancora, all’inizio del 2019 quando il governo, dopo aver promesso di fermare i lavori del Tap, è stato costretto a non bloccare i lavori del Tap. E’ successo nella primavera del 2019 quando il governo, dopo aver tentato di cancellare Industria 4.0 attraverso la sua prima legge di Stabilità, è stato costretto a recuperarla all’interno del famoso “decreto crescita”. E’ successo a maggio del 2019 quando il governo, dopo aver negato di voler eseguire gli ordini di Bruxelles per evitare la procedura di infrazione, ha scelto di applicare alla lettere le indicazioni della Commissione europea arrivando a presentare una robusta manovra correttiva che Salvini e Di Maio avevano giurato che mai sarebbe stata presentata. E’ successo ancora nell’estate del 2019 quando il governo, dopo aver considerato decotta una delle più importanti aziende italiane, ha salutato con gioia il tentativo da parte di quell’azienda decotta di salvare dalla decozione la compagnia di bandiera. E’ successo nel luglio del 2019 quando buona parte della maggioranza, dopo aver alimentato per mesi una campagna antieuropeista, ha sostenuto alla Commissione europea una presidente ultra europeista. E’ successo, infine, giusto pochi giorni fa quando il governo, dopo aver negato, sponda grillina, di voler portare avanti i lavori della Tav, è stato costretto a riconoscere che i lavori della Tav non possono non andare avanti.

 

Di fronte a questo piccolo e non esaustivo elenco di rivoluzioni populiste per fortuna non arrivate a compimento si potrebbe tirare dunque un sospiro di sollievo e dire che in fondo che vuoi che sia, su, il sovranismo non ha fatto tutti i danni che aveva promesso di fare. Eppure ci permettiamo di far notare che un paese che si ritrova a tirare un sospiro di sollievo quando la normalità non diventa un’eccezione e quando l’ordinario diventa straordinario è un paese che rischia ulteriormente di essere ostaggio dell’età dell’indifferenza e che rischia di non rendersi conto della differenza che vi può essere tra raggiungere un traguardo andando dritti con la propria macchina e raggiungere lo stesso traguardo urtando a ogni metro sul guard-rail e distruggendo così la propria carrozzeria. Il populismo è un danno quando tenta di trasformare le bufale in verità alternative ma lo è anche quando costringe un paese a occuparsi della rimozione del passato senza avere idea di come progettare il futuro. Per misurare le ferite inflitte dal populismo in Italia non è dunque sufficiente osservare i pericoli scampati ma è necessario chiedersi ogni giorno se trasformare le ovvietà in rivoluzioni e arrivare al traguardo con una macchina scassata sia quello che si merita la settima economia più importante del mondo. La possibile resipiscenza italiana, in fondo, può cominciare partendo anche da qui.

Di più su questi argomenti:
  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.