Caro Mattarella, è tempo di rimettere l'Italia sulla giusta via

Claudio Cerasa

Serve un gesto simbolico non ordinario e non neutrale del Quirinale. Perché il presidente della Repubblica deve interrompere il neutralismo pragmatico con un messaggio alle Camere

Sergio Mattarella è il nostro presidente del cuore e ogni italiano con la testa sulle spalle dovrebbe ringraziare il cielo per avere oggi un capo dello stato che in modo discreto ma deciso è riuscito spesso a stemperare l’isteria dell’Italia sfascista, populista e anti europeista. Ma con lo stesso affetto con cui meno di un anno fa questo giornale ha scelto Sergio Mattarella come uomo dell’anno, oggi non possiamo non notare che è l’unica figura istituzionale in grado di farsi carico dei problemi dell’Italia e non può permettersi di osservare in modo del tutto neutrale l’incredibile fase politica che l’Italia sta vivendo.

 

Il neutralismo pragmatico è un atteggiamento che forse può funzionare quando la politica vive una fase ordinaria. Ma quando la politica entra in una fase straordinaria il neutralismo può diventare un alleato involontario di politiche non responsabili. Da molti punti di vista, l’Italia si trova oggi a vivere una fase straordinaria e pur tentando ogni tanto di salvare le apparenze il governo del nostro paese non riesce da tempo a offrire ai suoi alleati internazionali garanzie necessarie per mostrare credibilità su dossier sui quali essere ambigui significa essere inaffidabili.

 

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in un discorso che difficilmente passerà alla storia per contenuti politici e peso specifico, ieri ha tentato disperatamente e con poca convinzione di fissare sul terreno di gioco i paletti della sua azione di governo. Ma al termine del suo discorso al Senato le domande che riguardano il futuro dell’Italia restano sempre ancora del tutto inevase. E le domande sono tanto semplici quanto politicamente drammatiche.

 

Fino a che punto il governo populista sposterà il baricentro dell’Italia maggiormente verso la Cina che verso l’America? Fino a che punto il governo populista inclinerà l’asse della sua azione di governo più verso la Russia che verso l’Europa? Fino a che punto il governo populista è disposto a considerare le leggi di uno stato più importanti rispetto ai trattati internazionali? Fino a che punto il governo populista è disposto a essere il cavallo di Troia dei nemici dell’Europa? Fino a che punto il governo populista è disposto a passare con la ruspa sopra alle leggi che governano il diritto del mare? Fino a che punto il governo populista intende mettere a rischio la sicurezza dell’Italia giocando ogni giorno sull’immigrazione con gli strumenti della xenofobia? Fino a che punto il governo populista intende rigiocare con la fiducia degli investitori continuando a non dare certezze rispetto a quelli che sono gli impegni di cui si dovrà far carico l’Italia in vista della prossima legge di Stabilità?

 

Il presidente della Repubblica, lo sappiamo e anche per questo lo apprezziamo, è un uomo prudente, misurato e saggio e da tempo ha scelto di seguire la linea dell’interventismo più slow che soft. Arrivati però a tre quinti del suo mandato (Mattarella è stato eletto 54 mesi fa, il suo successore verrà eletto tra 31 mesi) il Capo dello stato, in un momento cruciale per la vita del nostro paese, avrebbe forse il dovere di valutare se sia il caso oppure no di passare per una volta dalla fase slow a quella strong utilizzando per esempio una particolare prerogativa concessa al presidente della Repubblica dall’articolo 87 della Costituzione, secondo comma: la formula del messaggio alle Camere. Nella storia della nostra Repubblica i messaggi dei presidenti alla Camere sono stati rari (Antonio Segni nel 1963, Giovanni Leone nel 1975, Carlo Azeglio Ciampi nel 2002, Giorgio Napolitano nel 2013, più un numero elevato di messaggi inviati alla Camera da Francesco Cossiga durante il suo settennato).

 

Ma in una fase non ordinaria come quella che viviamo oggi, in cui la traiettoria dell’Italia è incerta, in cui la credibilità è ai minimi termini, in cui la nostra affidabilità è in crisi, un gesto simbolico non ordinario e non neutrale potrebbe aiutare l’Italia a corazzarsi ancora di più contro l’imprevedibile irresponsabilità dei populisti. Non si tratta di interferire con il governo. Si tratterebbe solo di ricordare che, se è vero come ha detto Alastair Campbell nello splendido intervento pubblicato dal Foglio due giorni fa, che il populismo è la retrocessione dei fatti e della ragione rispetto alle bugie e alle emozioni, la politica delle emozioni non può in nessun modo rimettere in discussione le alleanze che hanno caratterizzato la politica estera dell’Italia dal Dopoguerra a oggi. Alcune voci maliziose dicono che la prudenza del capo dello stato potrebbe essere legata alla possibilità di dover tentare soluzioni non popolari in caso di crisi di governo (e un importante consigliere del presidente della Repubblica da settimane ripete ai suoi esterrefatti interlocutori che se ci sarà la crisi “un passaggio non formale per verificare la possibilità di un altro governo lo dovremmo fare”). A queste voci noi crediamo poco e crediamo anzi che la fine del governo, accompagnata da elezioni anticipate, possa essere uno straordinario successo per il presidente della Repubblica, che potrebbe rivendicare il fatto di aver disinnescato il populismo italiano semplicemente dandogli la possibilità di fare i conti con la realtà. Ma se il governo, come sembra, dovesse andare avanti, all’Italia, per tentare di recuperare la sua affidabilità, serve qualcosa di più forte di un loffio discorso difensivo dell’avvocato del populismo. Serve il ritorno dell’argine. Serve la discesa in campo di Mattarella. E un messaggio alla Camere – o volendo anche un Whatsapp alle Camere – potrebbe essere utile per ricordare senza più ambiguità da che parte sta l’Italia anche nei rapporti con la Russia (lo ha fatto Angela Merkel, lo può fare anche il nostro Sergio Mattarella) e per ricordare quali sono i princìpi non negoziabili con cui la settima economia più importante del pianeta e con cui il paese con il secondo debito pubblico più grande d’Europa, come sa bene il nostro presidente, semplicemente non può più permettersi di giocare.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.