Il penultimatum del semi premier

Salvatore Merlo

È una quasi commedia, quindi una mezza tragedia a mercati chiusi. Il presidente del Consiglio appare disperato, oltre che solo. Le sue consapevolezze ultime

Roma. Lancia un ultimatum, ma non troppo. Inventa insomma il semi ultimatum, che a questo punto potrebbe anche essere il penultimo atto della sua semi presidenza del Consiglio. E infatti, quando i giornalisti gli chiedono, insistentemente, in che tempi ritiene allora di poter verificare se Matteo Salvini e Luigi Di Maio intendono o no smetterla di far campagna elettorale per governare finalmente il paese, Giuseppe Conte – che pure aveva evocato le dimissioni – tergiversa, si rifugia nel latino dell’azzeccagarbugli, in quel prendere tempo che in Italia è sempre la morbidezza del peggio. Quindi il capo del governo si incarta nelle parole, incespica, finisce in un imbuto lessicale: “programmazione strategica lungimirante”, “visione”, “coraggio”, “bene comune”, “leale collaborazione”, “grammatica istituzionale” e la sempre presente “interlocuzione”. L’inafferrabilità bizantina, la semi verità che nasconde il pasticcio intero. Sì, va bene: ma quindi che si fa? Salvini, che ha il fiuto dell’animale politico, infatti gli risponde subito, spiccio, mentre lui non ha ancora nemmeno finito di parlare in una conferenza stampa pomposamente convocata in serata a mercati chiusi. “Si va va avanti. Basta perdere tempo”, gli dice il segretario della Lega.

 

E tutto concorre a rendere l’interezza di un tempo scaduto, inesorabilmente consumato, l’infelice parabola di un capo di governo che sin dal momento in cui era stato issato sul palcoscenico girevole di Palazzo Chigi era sembrato una figura esemplare. Perché Conte già da subito, con il suo aspetto e il suo linguaggio, il metodo con il quale era stato “selezionato”, offriva una norma, un paradigma, la dottrina del semi competente chiamato a salvare la patria. Il semi tecnico con un curriculum semi vero (quindi semi tarocco), il vicepresidente di due vicepresidenti che ieri – sudando nel colletto troppo stretto – in ventisei minuti ha rivelato al mondo di aver finalmente anche lui compreso d’essere l’incarnazione di una figura tragica, priva di poteri, di leve politiche, un semi premier nella condizione semi seria di lanciare, appunto, un semi ultimatum.

 

Premier di nessuno, Giuseppe Conte appare disperato oltre che solo. “Se il ministro dell’Economia sta interloquendo con le istituzioni europee per evitare una procedura d’infrazione che ci farebbe male, le forze politiche non possono ridurre tutto a rivendicazioni polemiche”, dice, con un sovraccarico di serietà. “Perché così non ne usciamo”, aggiunge. Il contratto di governo non funziona, fa capire Conte: sta portando l’Italia verso una pericolosa deriva dei conti pubblici e dello spread, che incredibilmente supera quello della Grecia. “La manovra economica si annuncia, diciamolo chiaramente, complessa”, scandisce, infrangendo il diaframma della propaganda. “Ci troveremo presto di fronte a scelte delicate che richiedono forte coesione”, ripete. “Siamo esposti alla fiducia dei mercati”, allontanando la retorica elettorale del conflitto con l’Europa matrigna che punisce l’Italia. Sono i mercati che mettono a rischio la solvibilità del debito pubblico. “E occorrono parole univoche e chiare da parte dei membri del governo e dei membri della maggioranza”, dice Conte. E insomma adesso, dopo quasi un anno, questo avvocato e professore avventuratosi fino alle sommità del governo, non solo appare consapevole del pericolo per il paese. Ma la sua è una consapevolezza che sempre più si accompagna alla spaventosa certezza di non essere lui il capo del governo, anzi non essere proprio il capo di nulla, di non essere nemmeno espressione del M5s (“la mia è sempre stata una posizione indipendente”). Il partito che a sua volta, dopo le elezioni europee, non è più nemmeno il cardine della maggioranza.

 

La situazione al governo sembra una matrioska di paradossi e incongruenze. “La distribuzione del consenso è cambiata con le europee”, dice Conte. “Non ci sono ricadute dirette nel Parlamento, ma le forze politiche sono comunità di donne e uomini. E quindi risultati elettorali creano esaltazioni e delusioni. Purtroppo il clima elettorale non si è ancora spento. C’è un clima che non giova all’azione di governo, un clima di iper esaltazione”. Alla fine dice quasi tutte le cose giuste, Conte. Ma quasi, appunto. La sua è una figura che non può esistere, in un governo che di fatto già non esiste più perché non governa per sua stessa ammissione. E se non ci fossero lo spread sulla soglia dei 300 punti, il caos al ministero dell’Economia, la propaganda che impedisce la mediazione politica con l’Europa, i mattoidi che inventano minibot per improbabili uscite dall’euro, di questo quasi premier e del suo quasi ultimatum al quasi governo si potrebbe quasi sorridere. Un quasi sorriso che è un quasi pianto.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.