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Governo Truce-La Malfa

Liberalizzare gli appalti è un po’ come mettere Palamara al posto di Cantone. Pazzia, ma è un’idea: ce ne sono altre?

1 Giugno 2019 alle 06:15

Governo Truce-La Malfa

Matteo Salvini (foto LaPresse)

Per il governo in deficit del governo Salvini-La Malfa, con il macroeconomista del Fmi Blanchard all’Economia, flat tax no Iva e ancora un condono pacificatore, e come ha detto a Trento il superkeynesiano “chissenefrega del debito”, ho qualche dubbio bocconiano, e i mercati alzano il sopracciglio, ma non mi scandalizzo. Per anni, quando era più che possibile e allo strumento ricorrevano francesi e tedeschi, abbiamo qui sostenuto il governo in deficit. Il che certo ci mette in conflitto con l’agenda Giavazzi e la lettera della Bce, manifesti di cui pure siamo stati e siamo militanti fervorosi, ma come scritto ieri non si può avere tutto nella vita: io vorrei Carlo Bonomi al Quirinale o a Palazzo Chigi, ma lui ha da lavorare in Lombardia. Se i capitalisti e gli economisti vanno con il Truce, fascismo e antifascismo sono fottuti. Ieri vi avevamo avvertiti: la City tifa Truce, e l’America pure, e Putin di rincalzo. Questa storia della liberalizzazione degli appalti, primo atto di rilancio degli investimenti produttivi in infrastrutture, diciamo così, ha però un lato in ombra: è come mettere Palamara al posto di Cantone, che è pur sempre una scelta politica. Non so i miei amici bocconiani, certo i grillini non si opporranno. Il partito dell’onestà-tà-tà vorrà ben raccogliere il frutto della sua lunga predicazione: hanno dimezzato i vitalizi e intaccato le pensioni del ceto medio, distribuendo mance e ricevendone in cambio risposte scortesi, ora triplichino tranquilli il libero sistema degli appalti, con o senza le cautele della licitazione privata.

 

Quando distribuivano soldi a gratis, disoccupazione e pensione, i gialloverdi erano grotteschi e basta; ma i mercati hanno tardato a punirli, ’sti infami, e gli elettori di Strasburgo hanno fatto metà del lavoro di castigamatti, solo metà. Ora che rinunciano a incassare, e vogliono spendere quello che non hanno in grandi e piccole opere, nel bel paese dove dopo il voto finalmente il sì suona, sempre grotteschi risultano, keynesiani a parte, ma chissà, forse in una direzione giusta. I mercati generosi non resteranno per sempre impuniti. Ho idea che anche la deregolamentazione, vecchio sogno reaganiano e incubo trumpiano, faccia parte del gioco. Dobbiamo aspettarci buchi, finanziari e montani, trivellazioni, costruzioni, quand le bâtiment va, tout va, occupazione, produttività, fiducia, finalmente un po’ di cementificazione, Italia eccezione giapponese in Europa. L’austerità è per i greci e per i tedeschi, che ci hanno guadagnato, non per i romani, che si sono sempre occupati di diritto.

 

Ma c’era una volta il partito del nord, e c’era il partito del pil, addirittura. Repubblica è in clandestinità, ma il Corrierone vorrà dire la sua, immagino. A sentire Carlo Bonomi veicolato dal direttore qui ieri, e Visco, e i tassi, e Lady Spread, quella del governo Truce-La Malfa non è una via praticabile. Certo bisogna osservare che col casino che c’è in giro non si può affidare la difesa dei famosi valori alle lettere da Bruxelles o non solo alle lettere e alle multe. Che l’Italia sia in flagrante infrazione si era capito da un anno e mezzo. Che il costo della medesima sia alto, ce ne siamo accorti. Ma anche a sinistra occorre si facciano venire un’idea: per ora a Trento ha parlato in modo che si sentisse il solo Blanchard, salvinien.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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