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Se Salvini ascolta il Trio (no euro) più che Tria il default non è lontano

Alberto Bagnai, Claudio Borghi e Antonio Rinaldi sono i consiglieri economici del leader leghista. Per Lamberto Dini, "un gruppo di pericolosi pseudoeconomisti"

31 Maggio 2019 alle 11:05

Se Salvini ascolta il Trio (no euro) più che Tria il default non è lontano

Claudio Borghi, Matteo Salvini, Alberto Bagnai (foto LaPresse)

Roma. Qual è la strategia di Matteo Salvini in vista del confronto con Bruxelles? “Andare volutamente in infrazione per potere fare per tre anni quello che gli pare, perché le regole europee sono assurde”. A dirlo è Antonio Rinaldi, neoeletto eurodeputato della Lega, davanti a un esterrefatto ex direttore generale della Banca d’Italia: “Quando ho sentito quelle parole ho trasecolato – dice al Foglio Lamberto Dini – Salvini è malconsigliato da un gruppo di pericolosi pseudoeconomisti: vogliono sentirsi dire di no alle loro richieste per poi potere rendere legittime soluzioni più estreme. E’ un rischio enorme per il paese”. Il nucleo di questo gruppo di consiglieri economici è sicuramente formato dai due presidenti di commissione no euro, Alberto Bagnai e Claudio Borghi, a cui si è aggiunto ora Rinaldi. I tre sono i firmatari del “Manifesto di solidarietà europea” che, nel 2013, chiedeva una “segmentazione controllata dell’Eurozona” (ovvero uno smantellamento della moneta unica) a cui andava aggiunto in alcuni paesi mediterranei “un abbuono (haircut) dei debiti” (cioè un default).

 

La sera dello spoglio del trionfo alle europee, nella war room leghista di Via Bellerio, con Salvini c’erano poche persone e una di queste era proprio il presidente della commissione Bilancio alla Camera Claudio Borghi, teorico dell’Italexit immediata (di notte, in un weekend) e autore di alcune proposte che in questi ultimi dodici mesi hanno contribuito a mandare in fibrillazione i mercati facendo impennare lo spread (dalla cancellazione del debito da parte della Bce, ai minibot). Insieme a Borghi, nella stanza con Salvini, c’era proprio Antonio Maria Rinaldi, che annuncia l’intenzione da parte del leader leghista di “andare volutamente in infrazione”. L’influenza dei consiglieri No euro sulla linea politica della Lega si è intensificata, come dimostrano le dichiarazioni degli ultimi giorni. Poco prima delle elezioni, Salvini ha dichiarato che “è un dovere superare i vincoli europei, non solo il 3 per cento di rapporto deficit pil ma infrangere anche il 130-140 per cento di debito”. E subito dopo le elezioni ha ribadito il concetto: “Non voglio sfidare nessuno, ma non mi impicco a un parametro, un numero o una regoletta”. A ruota sono arrivate le dichiarazioni di Borghi, che ha parlato di un aumento del deficit per il prossimo anno, di un superamento della regola del 3 per cento di deficit e di investimenti pubblici finanziati direttamente dalla Bce. Due giorni dopo le europee il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari ha presentato una mozione – sottoscritta anche dal capogruppo del M5s Francesco D’Uva – che impegna il governo a introdurre i “minibot” (primo passo verso l’Italexit). E, dopo il bagno di consensi, la Lega già pretende passare all’incasso richiedendo la poltrona di ministro degli Affari europei, fino a qualche mese fa occupata da Paola Savona. Il nome che circola è quello del vate dei no euro, Alberto Bagnai. “Le irresponsabili dichiarazioni di Salvini sull’aumentare il deficit fregandosene delle regole europee e soprattutto della reazione dei mercati finanziari fanno pensare che l’influenza della malefica linea Borghi-Bagnai sia aumentata in maniera sensibile, rispetto alla linea responsabile Tria-Giorgetti-Garavaglia – dice Riccardo Puglisi, economista dell’Università di Pavia – E parliamo dell’influenza su un Salvini che ora vale il doppio nel governo”.

 

La linea dell’asse Borghi-Bagnai (più Rinaldi) è però in netta contrapposizione rispetto a quella del ministro dell’Economia Giovanni Tria, che proprio ieri al Festival dell’economia di Trento, intervistato insieme all’economista del Mit Olivier Blanchard, ha ribadito che la cosa più importante è “non spaventare gli investitori” perché il paese è in una situazione delicata: “Non siamo in condizione di far aumentare il debito, ma non possiamo ridurre il deficit in modo accelerato”. Lo strabismo della linea economica del governo sarà evidente anche dalla risposta che il ministro Tria invierà oggi per replicare ai rilievi contenuti nella lettera della Commissione europea. Nel rapporto sui cosiddetti “fattori rilevanti”, che avrebbero impedito il rispetto della regola sul debito, il Tesoro farà probabilmente notare – come nelle precedenti occasioni – che il paese ha una bassa crescita per cause esterne (il calo del commercio globale) e una differente stima dell’output gap (la differenza tra pil e pil potenziale). Ma accanto a questa critica verranno sicuramente ribaditi gli impegni del Def sulla riduzione del debito pubblico nei prossimi anni e sul rispetto dell’obiettivo di riduzione del deficit per l’anno prossimo (se non aumenta Iva, si dovranno tagliare spese per un pari importo). L’impostazione economica di Tria è quindi opposta a quella del Trio (Bagnai-Borghi-Rinaldi). Ma chi è più ascoltato da Salvini? E’ questa la domanda che si fanno gli investitori italiani e internazionali.

Luciano Capone

Luciano Capone

Sono cresciuto in Irpinia, a Savignano. Sono al Foglio da 12-13 anni, anche se il Foglio non l’ha mai saputo, da quando è diventato la mia piacevole lettura quotidiana. Dal 2014 sono sul Foglio e stavolta lo sa anche il Foglio. Liberista sfrenato, a volte persino selvaggio.

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