Milano non salverà l'Italia

Claudio Cerasa

La Tav, ci dice Beppe Sala, è una cartina di tornasole sui problemi del nostro paese: isolamento, sfiducia, inaffidabilità di Salvini e Di Maio. Come si combatte l’Italia a bassa velocità? Chiacchierata con il sindaco di Milano: “Sulla Tav ha vinto il M5s”

Il dibattito sul futuro dell’alta velocità tra Torino e Lione non può più essere considerato solo un tema legato al destino di un’infrastruttura strategica per il nostro paese ma deve essere necessariamente considerato per quello che la Tav è ormai diventata: una cartina di tornasole per capire lo stato dell’economia italiana. Nella storia della Tav, e nel dibattito surreale attorno al tema dell’alta velocità, c’è il film di un paese pazzotico che sottovaluta i costi dell’isolamento, i rischi della decrescita, il prezzo dell’incertezza, lo scotto dell’inaffidabilità. E se c’è una città da cui risulta maggiormente evidente la traiettoria dissennata del governo del cambiamento, è la capitale economica e finanziaria d’Italia: Milano. Ieri mattina, poche ore prima che il cda della Telt firmasse l’avvio dei bandi per 2,3 miliardi di lavori nel tunnel di base della Torino-Lione, ora ci vorranno sei mesi prima che le aziende che hanno deciso di presentare offerte ricevano l’invito formale da Telt per partecipare al bando, abbiamo chiamato al telefono il sindaco Beppe Sala, e abbiamo provato a leggere con lui tutti i segnali della cartina di tornasole dell’alta velocità. Sulla Tav, il sindaco di Milano pensa che il grande rischio per l’Italia è quello di “aggravare la sua posizione di debolezza in Europa”, di “issare in aria la bandiera della non affidabilità”, di “creare un precedente di gravità inaudita sul tema della gestione dei fondi infrastrutturali”. Al contrario di quello che si potrebbe credere il sindaco di Milano non vede nel duello a distanza tra Salvini e Di Maio una sconfitta del M5s e una vittoria della Lega, ma una sconfitta clamorosa della Lega di Matteo Salvini. “Diciamoci la verità. Occorreva fare un capolavoro politico, lo dico con ironia, per riuscire a rimettere in discussione senza un voto del Parlamento un’opera figlia di un trattato internazionale, e Salvini è riuscito in questo incredibile capolavoro politico: ha accettato di rallentare l’alta velocità creando le condizioni perfette nei prossimi sei mesi per rendere possibile quello che ieri sembrava impossibile fare: bloccare l’opera. Più che concentrarci però sulle questioni tecniche ciò che andrebbe capito, quando parliamo di alta velocità, è che oggi in gioco non c’è solo il futuro di una linea ferroviaria ma la non credibilità di un paese e la sua propensione naturale a mostrare al mondo il suo autolesionismo. Come sindaco di Milano mi capita ogni giorno di parlare con persone interessate a investire nella nostra città ma da mesi mi accorgo che gli investitori osservano l’Italia con uno scetticismo che fino a un anno fa non c’era. Oggi c’è un governo che rimette in discussione contratti in essere, che rimette in discussione l’appartenenza all’Europa, che mostra indifferenza rispetto al futuro del nostro debito pubblico, che rimette in discussione i valori non negoziabili di una democrazia, che trasforma il cambiamento non in una forma di progresso ma in una semplice demolizione del passato, che sta creando le condizioni per arrivare alla prossima legge di Bilancio senza avere altra scelta se non quella di alzare l’Iva o introdurre una patrimoniale e che non capisce che l’unico modo che ha un sindaco di una grande città come Milano per dimostrare che l’Italia resta comunque un paese dove vale la pena investire è giocarsi la carta del ‘finirà’”.

 

Ovverosia? “Milano non ha problemi di business, oggi attrae il 30 per cento di tutti gli investimenti che arrivano nel paese, produce circa il 10 per cento del pil, a breve aprirà a Milano l’headquarter di Uniqlo, che assumerà 250 persone, e aprirà anche Primark, che assumerà altre 300 persone, e paradossalmente la crisi di affidabilità del nostro paese è diventato un volano ancora più forte per l’economia della nostra città. Eppure da qualche mese a questa parte mi accorgo che molti di coloro che devono decidere se investire o no in Italia lo fanno perché qualcuno gli ricorda che negli ultimi 75 anni l’Italia ha avuto 71 governi e perché si rendono conto che il governo disastro di oggi non ci sarà in eterno. E la ragione per cui Milano, con buona parte della sua cittadinanza e della sua classe dirigente, ha deciso con forza di scommettere sui temi dell’apertura e dell’accoglienza è perché in un momento in cui c’è un paese che chiude, e si rannicchia, una città che vuole essere all’altezza dell’Europa non può che aprirsi e non può che ricordarsi di una grande lezione di Filippo Turati: le libertà sono tutte solidali, non se ne offende una senza offenderle tutte”.

 

Il tema dell’isolamento è un tema a cui il sindaco di Milano pensa non solo quando ragiona sulle prospettive economiche italiane ma anche quando riflette sul futuro di un’altra partita cruciale per un pezzo importante dell’Italia: le Olimpiadi. Il prossimo 24 giugno, a Losanna, gli 87 membri del Comitato olimpico internazionale decideranno a quale paese assegnare l’edizione invernale delle Olimpiadi del 2026 e dopo il ritiro di Sapporo (Giappone) e di Calgary (Canada) le uniche due candidature in ballo sono quella svedese, con Stoccolma, e quella italiana, con Milano e Cortina. Fino a qualche settimana fa, la candidatura di Milano e di Cortina poteva contare su un numero di delegati del Cio superiore ai 44 necessari per la maggioranza assoluta, ma da qualche mese la politica isolazionista a colpi di vaffa verso l’Europa dal governo italiano potrebbe aver ribaltato la situazione e il sindaco non nasconde di essere preoccupato: “La questione dell’isolamento del nostro paese, che è una questione che esiste anche sul tema dell’alta velocità, è una questione diplomatica”. 

 

La questione diplomatica è “molto importante e molto grave – prosegue Sala – e prima o poi dovrebbe ragionarci anche una persona seria come Enzo Moavero Milanesi, che purtroppo nel governo sembra non avere l’autonomia necessaria nei momenti di difficoltà. Avere una rete di buone alleanze è fondamentale quando si parla di economia ma lo è anche quando si parla di soft power e rispetto alle Olimpiadi invernali la questione è fin troppo semplice da spiegare: se i delegati del Cio faranno una scelta non-politica, la candidatura di Milano e Cortina è al sicuro; ma se faranno una scelta influenzata dai governi che in un certo modo rappresentano, l’isolamento dell’Italia rischia di trasformarsi in un autogol”. L’isolamento di cui parla Sala, però, non riguarda solo il rapporto dell’Italia con il resto d’Europa ma anche i rapporti di alcuni amministratori locali con il governo centrale. E a Milano, dice Sala, oltre a un problema con Salvini, che il sindaco affronterà tra qualche riga, c’è anche un grosso problema con Luigi Di Maio: “Vi sembra normale che in nove mesi, da quando Di Maio si è insediato al governo, il ministero dello Sviluppo economico non abbia mai sentito la necessità di creare un dialogo istituzionale con la città che traina lo sviluppo del paese? Non si tratta di una questione di rispetto, vivo benissimo anche senza avere rapporti politici con Di Maio, ma di una questione di prospettiva: uno dei ministri più importanti d’Italia avrebbe forse un qualche interesse a mettere da parte i colori politici e a far tesoro dell’esperienza e dell’energia della nostra città”.

 

La non credibilità del governo, secondo Sala, Di Maio a parte, è inscritta nel contratto di governo, che è la negazione di ciò di cui l’Italia avrebbe bisogno non solo per i temi contemplati ma anche per l’approccio dogmatico che al contratto hanno i suoi contraenti, che mostrano ogni giorno una buona dose di inaffidabilità anche perché rivendicano il dovere di non adattare il contratto al cambiamento delle condizioni economiche. Ma una volta esauriti i temi economici Sala ragiona su un altro tema di cui il ministro dell’Interno dovrebbe occuparsi con più attenzione: la sicurezza. “Dei problemi economici creati in buona misura anche dalla Lega all’Italia abbiamo già parlato (tra le altre cose, a proposito di cambiamenti, a gennaio i tassi di interesse sui prestiti erogati nel mese alle famiglie per l’acquisto di abitazioni, comprensivi delle spese accessorie, sono stati pari al 2,31 per cento, in aumento dal 2,26 per cento di dicembre, ndr) e occorrerebbe concentrarsi anche sui temi di cui Salvini farebbe bene a occuparsi di più. Penso per esempio alla sicurezza e all’immigrazione, e se mi si chiede se in questi nove mesi è cambiato qualcosa da questo punto di vista da sindaco posso dire che no, non è cambiato nulla”. In che senso? “Nel senso che non possiamo dimenticare che in campagna elettorale Salvini aveva promesso che avrebbe mandato via nel giro di pochi mesi 600 mila clandestini, non possiamo dimenticare che il governatore della Lombardia Attilio Fontana in campagna elettorale aveva promesso che avrebbe mandato via nel giro di pochi mesi dalla sola Lombardia qualcosa come 100 mila clandestini. Da quando Salvini è ministro i 600 mila clandestini sono diventati 6 mila, le forze dell’ordine aggiuntive che il ministro dell’Interno aveva promesso di mandare a Milano non sono mai arrivate e prima o poi anche gli elettori di Salvini si accorgeranno che tra i post e la realtà c’è una distanza immensa che si può colmare solo annunciando meno e lavorando di più. Nessuno pensa che sia possibile rimpatriare 600 mila clandestini in un lampo, ma se Salvini si dedicasse un po’ di più al suo lavoro e riuscisse a firmare qualche accordo in più per i rimpatri, occupandosi più di soluzioni che di capri espiatori, finirebbe forse un po’ meno sui giornali ma farebbe certamente qualcosa di utile”. Secondo Sala, sia il tema dell’alta velocità sia il tema dell’approccio scelto sull’immigrazione dimostrano che il problema di chi governa l’Italia è quello di “non capire che la sovranità della settima economia più grande del pianeta la si può difendere solo attraverso l’integrazione e solo rendendo l’Europa non meno forte ma più forte di oggi”. Ed è anche per questo che dal 21 marzo, giornata in cui si festeggia san Benedetto, patrono d’Europa, “Milano inviterà tutti i cittadini a esporre la bandiera europea al fianco di quella italiana”. Pensi alla campagna elettorale e non puoi che pensare al centrosinistra del futuro e con Sala affrontiamo due temi complementari tra di loro: il futuro possibile del Pd guidato da Nicola Zingaretti e il futuro possibile di un partito che ancora non c’è.

 

“Da interista dico che Zingaretti mi ricorda un po’ Lele Oriali, ha le caratteristiche di un giocatore che con pazienza sa come si lavora per ricostruire una squadra e credo sia importante avere un leader inclusivo che sappia dividere bene il ruolo di segretario di partito da quello di futuro candidato premier. Ma con sincerità e lealtà devo anche suggerire agli amici del Pd e all’amico Zingaretti che non ci si deve montare la testa per una sessione di primarie ben riuscita e per una manifestazione di successo a Milano. La traversata nel deserto è lunga e la campagna per le elezioni europee va affrontata non con lo spirito di un partito d’opposizione che si limita a raccogliere il malcontento ma con lo spirito di un partito che vuole diventare il portabandiera dell’innovazione. E le liste per le europee saranno cruciali per dimostrare che il Pd sa uscire anche dal suo perimetro tradizionale. Quanto al futuro del centrosinistra è evidente che il grande tema politico è cosa fare per non essere minoritari. E per non essere minoritari ed essere dunque pienamente alternativi non occorre aspettare future elezioni, quando ci saranno, e secondo me non saranno presto purtroppo per l’Italia, ma occorre creare le giuste condizioni per allargare da subito il bacino del centrosinistra. La Lega al nord deluderà presto molti elettori, il Movimento cinque stelle perderà sempre più consenso, la crisi di Forza Italia è una crisi che rischia di essere senza fine se Berlusconi non farà qualcosa di concreto per rigenerare il suo terreno di gioco e nel giro di poco tempo si aprirà uno spazio politico che già oggi esiste e in questo scenario credo sia utile che l’amico Carlo Calenda dia una mano per costruire insieme a chi vorrà un nuovo fronte e per allargare la coalizione”. Il tempo è scaduto e con Sala concludiamo la nostra chiacchierata con due flash conclusivi. Il primo riguarda la Scala, il secondo la democrazia digitale. Sulla Scala, il sindaco, dice che le polemiche sull’ingresso dell’Arabia Saudita nel cda del Teatro sono surreali e che su questa partita “i leghisti sono falsi come Giuda”: “Hanno introdotto loro i sauditi ad Alexander Pereira, sovrintendente del Teatro alla Scala, hanno partecipato con un loro rappresentante lo scorso 11 febbraio a un consiglio di amministrazione che ha discusso di questa possibilità e sanno perfettamente che non c’è nessuna decisione presa, ma che il tema sarà oggetto del prossimo cda tra sette giorni”. Sul tema della democrazia digitale, infine, il sindaco di Milano lancia una proposta ai deputati e ai senatori di questo Parlamento: “In Svizzera – dice Sala – stanno facendo una proposta di referendum per abolire le votazioni online, per ribadire che le votazioni digitali non danno garanzie di sicurezza sufficiente in una stagione in cui esistono forze straniere pronte a interferire nei voti di paesi sovrani e per ribadire che le votazioni digitali sono una delle principali minacce non solo per la democrazia rappresentativa ma anche per la democrazia diretta. Io la penso come gli svizzeri e sarebbe bello se in Parlamento qualcuno avesse il coraggio di presentare una legge per vietare la truffa della democrazia digitale. Chi ci sta?”.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.