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Se la difesa dei beni comuni diventa regressione allo stato primordiale

Il confine tra la legge umana e le leggi della natura

10 Febbraio 2019 alle 06:00

Se la difesa dei beni comuni diventa regressione allo stato primordiale

Una bandiera durante la Manifestazione nazionale per i beni comuni e contro le privatizzazioni del maggio 2014 (foto LaPresse)

L’uomo, diceva William Somerset Maugham, ha un’inestirpabile concezione erronea del proprio ruolo nella natura. In caso di dubbio, contribuiscono a fugarlo due notizie concomitanti apparentemente non correlate: qualche giorno fa, a Roma, sono tornati a riunirsi i comitati per la raccolta firme in favore della legge d’iniziativa popolare proposta dieci anni fa da Stefano Rodotà a difesa dei beni comuni; la scorsa settimana, a Parigi, l’Agenzia per la biodiversità e l’Ufficio nazionale per la caccia e per la fauna selvatica si sono ripromessi di fondersi entro il 2020 in una nuova istituzione, l’Ufficio per la biodiversità. In entrambi i casi, il presupposto è che la legge umana debba non solo adeguarsi alle leggi della natura ma possa addirittura favorirne il decorso, cavalcandole e indirizzandone il destino al punto da far sospettare l’ambizione che un domani siano le leggi nella natura ad adeguarsi alla legge umana.

 

Ciò risulta eclatante nel caso italiano. La legge Rodotà non solo è stata ripescata da giuristi che ambiscono (ha scritto Ugo Mattei sul Fatto) a “introdurre i beni comuni e i diritti delle generazioni future nel cuore di un codice civile” ma vagheggia una campagna di “alfabetizzazione ecologica” il cui scopo a lungo termine è creare una “piattaforma stabile per l’esercizio della democrazia diretta” da parte di “cittadini stanchi di essere ingannati”. Il ragionamento è che la natura – non solo l’acqua ma anche “la flora selvatica, i ghiacciai nuovi e perenni”, per l’occasione equiparati ai “beni culturali e molte altre cose ancora” benché non specificate – sia il bene comune per eccellenza; come tale la sua gestione va consegnata al popolo in quanto ogni forma di democrazia rappresentativa risulta “controllata in tutto il mondo da interessi privati organizzati e oligarchici”, il cui obiettivo è piegare la natura al profitto. La Costituzione in effetti si riserva in via eccezionale di demandare “servizi pubblici”, tramite esproprio, “a enti pubblici o comunità di lavoratori” ma i promotori della legge Rodotà sembrano interpretare l’articolo 43 come ritorno allo stato di natura rousseauiano: l’attimo prima di quando il primo uomo s’impossessò di qualcosa.

 

I francesi, più modesti o forse più affezionati alla burocrazia, ascrivono invece allo stato il compito di “riconquistare la biodiversità e rafforzare l’esercizio della polizia ambientale”, come sostiene il ministro della Transizione ecologica e solidale François de Rugy. Tale ambizione è espressamente contenuta nel titolo di una legge in vigore ormai da tre anni (“Legge per la riconquista della biodiversità, della natura e dei paesaggi”) che fra le righe attribuisce all’uomo un potere retroattivo di cui, in natura, nessuna creatura dispone; inoltre la data della bislacca fusione fra Agenzia per la biodiversità e Ufficio per la caccia, i cui interessi non dovrebbero collimare, coincide con la convocazione a Marsiglia della prossima Unione internazionale per la conservazione della natura. Se per gli italiani il richiamo della natura è regressione politica alla società primordiale, oltralpe è utopia conservatrice il cui obiettivo è rendere neutrale la presenza dell’uomo così che lasci intonso il proprio habitat, secondo la teoria romantica che – come diceva Wordsworth – considera l’uomo “non ben intonato alla natura”. Paradossalmente quest’ambizione di perfetta naturalezza lo eleva al di sopra delle altre specie animali che pacifiche appaiono, vivono come possono e caso mai scompaiono senza patemi.

 

L’uomo presume invece che le proprie astrazioni – il popolo, lo stato – possano avere un influsso concreto e provvidenziale su un contesto che faceva e farà a meno di lui. Il concetto di bene comune sembra ricalcare quello di “bene universale” che Alexander Pope ascriveva alla natura tre secoli fa. Se non che il poeta non lo intendeva nel senso di beneficio collettivo per l’uomo e l’ambiente bensì come certificazione della reciproca indifferenza: il bene universale è dato dall’equilibrio fra il male parziale che l’uomo fa alla natura per sopravvivere e il male parziale che la natura fa all’uomo perché lo ignora.

Antonio Gurrado

Nato nel 1980. Vive a Pavia (è ghisleriano) dopo essere vissuto a Gravina in Puglia, Napoli, Modena e Oxford. Scrive di religione, editoria, illuminismo, calcio e Inghilterra; anche su Tempi e su Quasirete della Gazzetta dello Sport. Libri: Voltaire cattolico (Lindau) e Ho visto Maradona (Ediciclo).

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