mauro Berruto durante Italia vs Brasile - Pallavolo maschile World League (foto LaPresse)

La schiacciata di Berruto

Salvatore Merlo

“Gli sportivi hanno un potere straordinario, è il momento di schierarsi”. L’ex ct della Nazionale di volley contro Lega e M5s. “Manca un’opposizione, la fa solo la chiesa”

Torino. Cita Bobbio e San Francesco, “sono un uomo di sinistra cresciuto all’oratorio”, dice, zona Borgo San Paolo, quartiere operaio di Torino. Chiesa e pallone. E sentendolo parlare, con le sue inflessioni garbate e timide, se non addirittura trattenute, viene da pensare che questo cinquantenne che ha girato il mondo per poi tornare qui, nella sua città, sia a modo suo espressione di quella torinesità che pure, refrattaria com’è agli sbrachi e agli spasmi plebei, ha tuttavia votato sindaco Chiara Appendino “ma soltanto perché non l’ha percepita come una sciroccata del grillismo”. Mauro Berruto, un bronzo olimpico e due argenti agli europei da allenatore della Nazionale italiana di pallavolo, oggi direttore tecnico della Nazionale di tiro con l’arco, è un uomo che parla sempre misurando le parole e arrotondando i pensieri, con un senso di riflettuta moderazione che rende ancora più sorprendenti le considerazioni appuntite che invece riserva al governo italiano e alla fase storico-politica che il nostro paese sta attraversando. “La metafora che mi viene in mente è quella di un’enorme gru cui è agganciata una palla d’acciaio da demolizione. Questo sta succedendo. Lega e Movimento 5 stelle, insieme, sono questa gigantesca macchina che si abbatte sulla società italiana, sulla sua cultura e persino sulla sua civiltà. A distruggere non ci vuole niente. Costruire invece è molto più faticoso”. Esageri? “Temo di no”.

   

“Troppo spesso questa fase viene paragonata al fascismo. Secondo me però non è affatto così. È peggio”

C’è in lui come una partecipazione alle cose del mondo spiritosamente compresa di sé. “Troppo spesso questa fase viene paragonata al fascismo”, dice. “Secondo me però non è affatto così”, aggiunge. “È peggio”, conclude sorridendo.

   

Quello che viviamo è il periodo che precede il fascismo. È il momento in cui si guasta tutto, ogni codice di grazia civile, persino il linguaggio. Pensate alla storia di Trieste, al vicesindaco leghista che per strada s’imbatte nelle coperte di un senzatetto e allora decide di prenderle e buttarle in un cassonetto… Quello che mi ha terrorizzato di questa storia non è tanto il gesto in sé, orrido. Ma il fatto che questo tizio poi se ne sia vantato su internet il giorno dopo. Il suo non era un raptus. Che è un’attenuante anche nel codice penale. Lui agiva stando immerso in un’idea malata. Con consapevolezza”.

   

Ed è come se Berruto volesse esprimere il senso di una responsabilità personale, che gli impone di parlare e prendere parte. “C’è in questa politica, nella sua parlata violenta, nel suo modo selvaggio di stare al mondo, qualcosa che m’inquieta profondamente. E poiché credo che lo sport parli un linguaggio universale, persino più universale della religione – per quanto questa mia espressione possa apparire blasfema – allora penso che esprimersi sia un dovere degli uomini di sport. Tanto più perché quella che viviamo non è una fase qualsiasi. Ricordo quando a metà degli anni Novanta andai a trovare padre Pedro Opeka, in Madagascar, dove lui, calciatore in una vita precedente, si prendeva cura da missionario degli emarginati, dei poverissimi che ad Antananarivo, la capitale, trovavano rifugio nella discarica alle porte della città. Uomini, donne, moltissimi bambini. Opeka aveva cominciato con il calcio, per proseguire con il Vangelo. Oggi lì, in quel posto tremendo, ci sono scuole e ospedali. Grazie a lui. Ebbene non scorderò mai che a un certo punto Opeka fece avvicinare uno di questi bambini di strada, vestito con una maglietta della Juventus. La maglietta di Roberto Baggio. Opeka chiese al bambino di spiegarmi che differenza ci fosse tra Gesù e Baggio. Tieni conto che c’era stata da poco la finale del Mondiale del 1994, quella che perdemmo ai rigori con il Brasile. Il bambino rispose: ‘Gesù non avrebbe sbagliato quel rigore’”.

   

E tu cosa pensasti? “Mi misi a ridere. Ma c’è da riflettere invece. Gli sportivi, a quei livelli, hanno un potere straordinario. E credo abbiano anche il dovere dell’esemplarità. In qualche modo, con molta modestia, in una dimensione certamente molto diversa, anche io penso di avere questo genere di dovere”.

    

Negli Stati Uniti ci sono stati casi in cui i grandi campioni del football e del baseball, i giocatori neri, non hanno cantato l’inno nazionale in segno di protesta per quanto sta accadendo nel loro paese governato da Donald Trump. “Ci sono dei momenti in cui bisogna schierarsi, bisogna far capire da che parte si sta”. E Berruto qualche settimana fa ha scritto un post su Facebook, anzi un’invettiva, “ma dal linguaggio sorvegliato”, precisa lui, rivolta al governo di Lega e Movimento cinque stelle.

   

 

“Trovo perniciose una serie di idee che stanno introducendo. A cominciare da quella secondo la quale studiare non serve”

Li hai definiti “cialtroni”. Perché? Berruto sorride. “Non saprei da dove cominciare. Trovo perniciose una serie di idee che stanno introducendo. A cominciare da quella secondo la quale il sapere specialistico non serve, che studiare non serve, che conoscere professionalmente una cosa sia quasi una colpa. Ma vi rendete conto? Guai a dire che si stava meglio quando non c’era internet. E’ una stupidaggine, ovviamente. Mai come oggi informazioni e conoscenze sono state così facilmente reperibili e alla portata di tutti. Ma il rischio di tutta questa vicenda, questo culto dell’ignoranza e della non professionalità che porta degli incapaci circondati da altri incapaci a occuparsi di cose importantissime, non potrà non avere ricadute. Ricadute dannose. Si sta componendo davanti ai nostri occhi una mostruosità che diffonde un messaggio stupidissimo, e cioè che basta bordeggiare il web per impadronirsi di un qualunque sapere tecnico, scientifico, o professionale. Si diffonde l’idea che meno sai meglio è. Che tutti possono fare tutto. E che in fondo siamo tutti uguali. Quando non è così, perché un medico non è un ingegnere. E uno che fa lo steward allo stadio San Paolo molto probabilmente non sa come funziona il meccanismo del debito pubblico.

 

C’è una sorta di arroganza degli ignoranti. Pensate a Lino Banfi. A un certo punto, quando è stato nominato all’Unesco da Di Maio, le sue parole sono state travisate. È passato il messaggio che lui avesse detto che ‘è finito il tempo degli esperti e dei professori all’Unesco’. Ovviamente Banfi non aveva detto nulla di tutto ciò. Ma non è un caso che nel clima in cui viviamo la frase di Banfi si sia invece trasformata in un’accusa ai laureati. Agli esperti. È molto significativo. Se la competenza non è più un valore, ecco, allora noi stiamo facendo un danno ai nostri figli e al futuro del nostro paese. La competenza fa la differenza. In tutti i campi. Nello sport cambia tutto se corri 100 metri in undici secondi o in otto secondi. E non è certo un caso se nella scherma, probabilmente il fiore all’occhiello del nostro sport, gli allenatori vengono chiamati ‘maestri’. L’attacco alle competenze, l’attacco ai maestri, quello stupido tic che porta per esempio ad aggiungere la desinenza ‘oni’ alle parole professore, intellettuale, economista… Questa retorica idiota punta a smontare figure che posseggono un sapere che invece è importante e deve essere messo in comune. L’ignoranza esiste e va emendata, non coccolata.

  

“Tentano di smontare lo sport con una riforma del Coni che affida la gestione dei finanziamenti a un organismo lottizzato tipo cda Rai”

Trovo allarmante che i professori di scuola in Italia siano pagati poco, e sostanzialmente tenuti nell’irrilevanza sociale. Come trovo allarmante che gli allenatori sportivi, veri presìdi di civiltà nelle nostre città, siano quasi sempre dei volontari. Si dovrebbe investire di più, e valorizzare le figure che trasmettono saperi. E invece eccoci qua, stiamo facendo esattamente l’opposto. Li stiamo umiliando. Un giorno di molti anni fa incontrai Alberto Granado, il vecchio amico di Che Guevara. E questo signore ormai anzianissimo, ultra ottuagenario, mi disse che secondo lui il grado di civiltà di un paese si misurava da tre ‘esse’: Sport, Scuola e Salute. Aveva perfettamente ragione. E quello che sta succedendo in Italia è che non solo il governo, questa specie di subcultura dell’ignoranza, sta umiliando le competenze. Ma stanno anche tentando di smontare lo sport con una riforma del Coni che affida la gestione dei finanziamenti a un organismo lottizzato che sembra il Cda della Rai”. E la Salute? “Non si può coccolare l’antiscientismo di chi demonizza i vaccini”.

   

Insomma non c’è niente di positivo in quello che succede? Il cambiamento, la nuova élite… “L’unica cosa che trovo confortante è che saranno spazzati via. Cancellati dalla storia. Anche se prima faranno moltissimi danni, e ci metteremo un’eternità a ripararli. ‘Questi’ è come se avessero deciso di iniettare dentro il vuoto lasciato dalle forze politiche che governavano prima una sostanza velenosa: la rabbia. Non vengono dal nulla. Vengono fuori dagli errori degli altri. Ma che ci siano stati degli errori non significa che mi deve piacere la barbarie. Non è consolatorio. E non rende tutto meno preoccupante. Per fortuna, però, la rabbia è un elemento instabile, volatile. E a un certo punto, quando la completa inutilità di questa gente sarà conclamata, allora saranno i loro stessi elettori a spazzarli via. E con la stessa rapidità con la quale li hanno issati sul trono. Quello che però temo sono i danni che nel frattempo saranno in grado di fare. L’Italia vive in una campagna elettorale lunghissima, violentissima, permanente, fatta sulla pelle di tante persone. È evidente che tutte queste parole d’ordine, questi assolutismi verbali, queste certezze categoriche, agitate con un linguaggio scomposto, abbiano il solo obiettivo di arrivare alle elezioni europee. Lo trovo indecente. Si arriva alle elezioni europee attraverso l’utilizzo strumentale di tragedie umane, come quelle alle quali assistiamo in questi giorni a Siracusa e nel Mediterraneo. Con poche decine di disperati che sono lasciati sospesi come sugheri in mare per garantire qualche orrido voto in più a Salvini. Ma che storia è? Che civiltà è? Che futuro ha un paese così?”.

   

“L’immigrazione deve avere delle regole, ma non possiamo farci travolgere dalla paura irrazionale degli altri, pensare di restare chiusi”

Non possiamo accoglierli tutti. È fisicamente ed economicamente impossibile. “Certo. Siamo tutti d’accordo sul fatto che l’immigrazione vada governata. Ma c’è modo e modo. Governare un fenomeno epocale come questo non significa trasformare in uno spettacolo da campagna elettorale le sofferenze di cinquanta o cento persone che arrivano in un porto. E poi dietro c’è tutta una subfilosofia malata che alimenta la paura degli altri, che siano neri, gialli, biondi, europei o quant’altro. Nella mia storia di allenatore ho avuto a che fare con contesti molto diversi. Ho allenato squadre di quartiere, a Torino, e squadre nazionali, dalla Grecia alla Finlandia. E ho capito che si deve uscire dai pregiudizi. Ho capito la bellezza della contaminazione. Ricordo bene che i finlandesi facevano degli allenamenti spettacolari durante tutta la settimana, dal lunedì al sabato. Davano il massimo. Erano eccezionali. Poi però si arrivava alla partita della domenica, ed entravano in gioco tutta una serie di variabili – il pubblico, l’arbitro… – e il risultato finale durante la partita era molto lontano dalle premesse degli allenamenti. In Italia e in Grecia invece era esattamente l’opposto. Il lunedì era mezzo riposo, il martedì un po’ si cominciava, il mercoledì un po’ di più ma sempre di mala voglia… poi però quando si arrivava alla partita, la domenica, succedeva un miracolo: i giocatori entravano come in uno stato di trance agonistica, e davano il meglio. In maniera imprevedibile. Questo significa che in Finlandia io, l’allenatore, dovevo essere assente durante gli allenamenti e presentissimo durante la partita domenicale. Mentre in Grecia e in Italia dovevo al contrario andare con la frusta durante gli allenamenti, e lasciare i giocatori liberi di esprimersi nel corso della partita. Pensa che bello se fossimo tutti finlandesi durante la settimana, e poi tutti greci o italiani durante la domenica! Per questo penso che la diversità e la contaminazione sono ricchezze”.

   

 

E Salvini che c’entra? “Salvini e i suoi amici pensano al villaggio di Asterix, il loro modello è il piccolo stagno chiuso. Ma il piccolo stagno chiuso diventa facilmente una palude dalla quale si diffonde la malaria”. Tutto ciò che sta fuori dalla provincia di Varese li terrorizza. “Ma certo. E questo è un problema. Perché il villaggio chiuso è biologicamente destinato a esaurirsi. Questo modo di pensare non porta da nessuna parte, se non al deperimento organico di una società. Perché tutti siamo d’accordo che l’immigrazione deve avere regole, ma queste si devono basare su principi di civiltà e di razionalità. Non possiamo farci travolgere dalla paura irrazionale degli altri, e pensare di restare chiusi nella nostra piccola, microscopica patria convinti che non ci sia il mondo là fuori. Questo riguarda anche i rapporti con l’Europa. Mi sembra persino paradossale che se ne debba parlare, che se ne discuta, come se non fosse evidente. Essere europei significa restare italiani, con la nostra bellezza, con le nostre grandissime qualità, le nostre peculiarità, ma in un sistema che è in grado di relazionarsi con la Cina, con l’India e con il Brasile, con gli Stati Uniti d’America. È evidente che per poter interloquire con il mondo non ti puoi presentare con i tuoi sessanta milioni di abitanti. Sei piccolissimo. E’ una questione di standing. Di numeri, di forza. Eppure dicono che vogliono smantellare l’Europa. Un suicidio collettivo. Quando al contrario l’unica direzione che ci può consentire d’avere un futuro sono gli Stati Uniti d’Europa. Non voglio citare quel famoso monologo di Al Pacino, allenatore di football che parla alla sua squadra nel film ‘Ogni maledetta domenica’… Tuttavia quel monologo oggi si potrebbe parafrasare così: o noi europei risorgiamo adesso come collettivo, o saremo annientati individualmente”.

  

Meglio la Lega o il Movimento cinque stelle? Esiste un meno peggio? “Mi spaventa di più la Lega. Non ho nulla a che fare con loro da nessun punto di vista. Al contrario il Movimento cinque stelle, che poteva avere dei tratti interessanti, mi ha allontanato, ha scatenato in me ripulsa, per il metodo e i modi che utilizzano. Il Movimento cinque stelle è una delusione pazzesca. Credo lo sia anche per i suoi elettori. Chi votava Lega, invece, credo riconosca una certa continuità. In fondo fanno oggi con gli immigrati quello che fino a ieri facevano con i meridionali. Salvini è il figlio di Bossi. Certo mi stupisce che tanta gente creda alla versione patriottica dell’ultimo Salvini, che fino a pochissimo tempo fa era un nativista settentrionale con profonde venature di razzismo nei confronti dei meridionali. Una cosa da piccolo cortile della storia. Miserabile”.

  

Torino è stata città d’immigrazione operaia dal sud d’Italia. “Ed è un esempio, da questo punto di vista molto importante e interessante. Prima che io nascessi la città viveva difficili conflitti sociali e culturali. Le strade erano tappezzate di scritte contro i ‘terroni’. Oggi non c’è una sola famiglia torinese che non sia mista, che non abbia meridionali che sono diventati perfettamente torinesi. Pensa a quanto è cambiato tutto. La città industriale, travolta dall’immigrazione, ha poi integrato, vissuto la perdita della Fiat, ed è rinata con un’identità nuova. Città della cultura. Torino dimostra che non ci si può chiudere. Mi piacerebbe che la mia città oggi fosse il primo posto dove comincia a soffiare il vento di una nuova primavera”.

   

Ma a Torino governano i Cinque stelle. “Appendino è una grillina anomala. Quando la osservo, quando la ascolto, ho come l’impressione che vorrebbe dire tante cose che però alla fine non dice”. Per esempio? “Per esempio sulla Tav. Una delle cose che ha sempre garantito il progresso è stata la velocità: nel trasportare le idee, le cose, le persone. Come si fa a essere contro?”. Appendino è contro. “Io credo, anzi so, che Appendino non è contro la Tav. E segnalo che lei era anche favorevole alle Olimpiadi”. Ma Torino se l’è fatte togliere le Olimpiadi, con il suo atteggiamento sospettoso e ondivago. Era l’unica città al mondo che, candidata, aveva un comitato contrario ai giochi: il CoNO. “La verità è che Appendino la pensa in maniera molto diversa da gran parte dei suoi colleghi che siedono nella maggioranza del Consiglio comunale”. Non si direbbe. “Ma è così”.

   

In Italia manca l’opposizione? “Sì. Ed è un guaio. L’unica opposizione organizzata, radicata, credibile a tutto quello che sta avvenendo in Italia è la chiesa cattolica. Mi sono reso conto di una cosa in questi giorni. Il mio post su Facebook, l’invettiva contro il governo, ha avuto decine di migliaia di condivisioni. Sono rimasto sorpreso che tanta gente condividesse il mio stesso umore e i miei pensieri. Eppure ho come l’impressione che nessuno sappia dove esprimerlo questo umore. Credo che si debba ancora dare una casa a questa parte del paese che è molto più ampia di quello che sembra. Ed è molto più vasta di quello che dicono i sondaggi. Dicono che il 50 per cento degli italiani è con la Lega e con il Movimento cinque stelle. Ma io non lo credo affatto. Il cinquanta per cento di quelli che intendono votare non è il cinquanta per cento degli italiani. Ci sono italiani di destra che non sono salviniani, e non sentono come loro quel linguaggio sguaiato che non era certo quello dei conservatori alla Montanelli. C’è una sinistra che ha orrore del grillismo. E ci sono i cattolici. Il problema è che manca una casa nella quale riconoscersi”.

   

E non è un problema da poco. “Però qualcosa la possiamo fare tutti. Possiamo fare politica con i comportamenti quotidiani. Oggi viviamo di atteggiamenti estremi. E allora è già un atteggiamento di resistenza politica il parlare senza nulla concedere al turpiloquio, alle frasi nette, alle parole forti, alle sparate e alle cafonerie. Questa oggi è più che mai una forma di azione politica”.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.