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La rivincita, un anno dopo. Ancora Lube-Zenit nella finale della Champions di volley maschile

“E’ la mia quinta finale. Due le ho vinte, ma sono emozionato come la prima volta”. Parla Osmany Juantorena, schiacciatore della squadra di Macerata

18 Maggio 2019 alle 06:09

La rivincita, un anno dopo. Ancora Lube-Zenit nella finale della Champions di volley maschile

foto LaPresse

L’anno scorso finì che nessuno sapeva più se ridere o piangere, erano arrivati il secondo posto in campionato e quello in Supercoppa, e prima c’era stato quello al Mondiale per club, mentre a maggio, nella notte di Kazan contro lo Zenit, quello in Champions League. Lube seconda in tutto, un’agonia. “Dopo tante finali perse ti rimane in testa quel fantasma, ma adesso l’abbiamo scacciato”. Osmany Juantorena non è mai stato uno da tragedia, “nella mia vita ho tanti rimpianti, ho perso tante finali, fortunatamente è così: significa che ci sono arrivato”. Martedì sera la paura l’ha schiacciata a Perugia, dove la Lube è andata a riprendersi lo scudetto ribaltando la sorte. Sabato 18 maggio, a Berlino, Osmany proverà a prendersi anche la rivincita della finale di coppa dell’anno scorso e a ridare a Civitanova un titolo che manca da 17 anni. “E’ la mia quinta finale di Champions – racconta al Foglio Sportivo – due le ho vinte, ma sono emozionato come la prima volta. D’altra parte questo è un lavoro così, se non senti più niente, se non senti più l’emozione che cosa giochi a fare? E’ meglio che lasci perdere. E’ stata una stagione piena di alti e bassi, abbiamo cambiato allenatore, non mi era mai successo. Questa cosa ci ha dato la carica, e adesso siamo qui”.

 

La Lube affronterà di nuovo lo Zenit, proprio come un anno fa quando finì nell’incredulità di tutti con un altro, clamoroso secondo posto. “Ogni stagione per un giocatore ha un significato speciale, e questa per me ha un senso molto particolare”. Il suo papà Osmany provò con l’atletica, voleva seguire le orme del fratello Alberto che era diventato campione olimpico nel 1976. A 25 anni smise, cominciò a guidare i pulmini portavalori, e quella è stata la sua vita fino a quando non è andato in pensione. La mamma di Osmany insegnava inglese all’università, alla facoltà di Medicina. “E’ stata qui tre mesi, adesso ci sono anche i nipotini”. Osmany ha due bambine, Victoria e Angelica, “e tutto il poco tempo che ho lo passo con loro. Per me la pallavolo è un gioco, la cosa più importante è la famiglia. Diventare papà mi ha cambiato la vita, la prospettiva, quando vedo le mie figlie ridere per me è qualcosa di straordinario”. Ha detto addio alla Nazionale per avere più tempo per loro. Anche se, precisa lui, “io voglio vincere con la squadra, i premi individuali sono una conseguenza”.

 

Da bambino Osmany cominciò con la pallacanestro, l’altezza qualche volta è un guaio. “Andai a provare il basket ma alla prima botta, al primo contatto lasciai perdere: non faceva per me. Nella stanza accanto stavano giocando a pallavolo, mi infilai lì, mi misi a guardare, ero curioso”. Il resto lo conosciamo tutti. E’ nato a Santiago, ma è venuto su a L’Avana. “Ho sempre in testa le immagini dei motorini, di questa città molto bella, molto calda. Negli ultimi tempi sembrava essersi aperto qualcosa, la possibilità di avere internet o di mettere su un business. Anche se poi Cuba è sempre la stessa”. Nel 2001 alcuni atleti della Nazionale di pallavolo cubana scapparono dal ritiro in Belgio. Un anno prima la spedizione ai Giochi di Sydney era stata deludente e le autorità sportive dell’isola avevano bloccato tutti gli atleti in patria. I cinque dissidenti convocarono una conferenza stampa, dichiararono di voler venire a giocare in Italia. Osmany aveva 16 anni, saltava la cena per vederli giocare e quando era aggregato alla Nazionale juniores gli faceva da palleggiatore. “Fu uno scandalo politico che ebbe un impatto importante sull’opinione pubblica. Ma lasciarono anche un vuoto incredibile e fu la mia fortuna: quell’evento mi permise di saltare delle tappe”.

 

Nel 2006 lo accusarono di aver assunto una sostanza dopante, lo squalificarono due anni. “Due anni difficilissimi, volevo smettere, giocavo per conto mio, non sapevo cosa fare. A costringermi a continuare è stata la mia famiglia, mi disse di continuare, che ero nato per la pallavolo”. Dal 2010 è cittadino italiano. Ha vinto gli scudetti e le coppe, soprattutto ha partecipato ai Giochi: “Erano il mio sogno, con il grande rimpianto di aver perso la finale a Rio contro il Brasile meno forte di sempre”. A 33 anni comincia vedere l’orizzonte. A Civitanova ha già messo su un’impresa di scarpe, ha disegnato lui il logo – “quando ero piccolo disegnavo moltissimo” – e ha capito già tutto: “La pallavolo prima o poi finisce. Ma di smettere non ho paura, e chi sono lo so: un giocatore di pallavolo e non un personaggio, ora sono un padre, un uomo. Sarò felice della mia carriera, di quello che ho fatto”. Con una Champions in più non guasterebbe.

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