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La Nazionale, i Mondiali, il futuro. L’Italia vista sottorete da Ivan Zaytsev

Per un paio di scarpe ha perso gli Europei di pallavolo, ora sogna le Olimpiadi. “Giocare è bello anche a 30 anni”. Lo zar ci racconta cosa vuol fare da grande

8 Settembre 2018 alle 06:05

La Nazionale, i Mondiali, il futuro L’Italia  vista sottorete da Ivan Zaytsev

Ivan Zaytsev (foto LaPresse)

[Questo articolo è stato pubblicato nel Foglio Sportivo dell'1 e 2 settembre. Qui potete leggere l'intero numero

 


 

E’ quello che ha un nome da terribile, un cognome da russo e un accento mezzo umbro e mezzo romano. E’ quello che ha i capelli diritti e tagliati – così, a occhio – con un tosaerba. E’ quello che ha metà corpo tatuato e l’altra metà che ha tutta l’aria di essere in gentile attesa di diventarlo. E’ quello che ci guarda sempre dall’alto in basso, ma senza superbia, a meno che non si sieda, lui, perché se ci sediamo anche noi, continuerà a guardarci dall’alto in basso, sempre senza superbia. E’ quello che voleva fare le scarpe alla Federazione, e poi ce lo spiegherà. E’ quello che spara i servizi a 127 km/h (record olimpico) e addirittura a 134 (record mondiale), roba che, tradotta in centesimi di secondo, significa che non puoi aspettare di vedere dove va il servizio, è indispensabile intuirlo, o prevederlo, o profetizzarlo, o insomma scommetterci, tant’è che i suoi servizi si trasformano in “aces”, assi, assi di cuore quadri fiori e picche, e assi di legno, autentiche legnate.

  

Ivan Zaytsev era Cavalese, in Val di Fiemme, Trentino, teatro della Marcialonga, sci di fondo d’inverno e mountain bike d’estate, e sede del ritiro della Nazionale italiana di pallavolo che si sta preparando ai Mondiali, una marcialonga in programma da domenica 9 a domenica 30 settembre, in Italia (Roma, Bari, Firenze, Milano, Bologna e Torino) e in Bulgaria (Sofia, Varna e Ruse). La sua vita (“Mia”, il titolo dell’autobiografia), 204 centimetri senza contare la cresta, fatta di salti in alto e in lungo, di schiacciate e ricezioni, di muri e bagher, di palle e pensieri che viaggiano ai limiti di velocità del codice della strada.segue a pagina due

  

La Nazionale

“Una buona squadra, consapevole, responsabile, carica, ci siamo caricati e un po’ imballati di lavoro, adesso siamo finalmente nella fase dello scarico, alla ricerca dei meccanismi, della scioltezza, della brillantezza, della memoria, trovarsi e immaginarsi, conoscersi e sapersi a memoria, a occhi chiusi, a cuore aperto. Una squadra che mi piace, perché è sana, giusta, equilibrata. Se riusciamo a ingranare – e adesso lo stiamo facendo, ma ancora soltanto a tratti – e a migliorare, possiamo puntare in alto. I nostri traguardi sono sempre in alto. Se fossimo corridori, saremmo come quegli scalatori che guardano ai gran premi della montagna. E allora Cavalese è perfetta: qui il panorama è verticale”.

 

Il campionato

“Dopo due anni a Perugia, eccomi a Modena. Dopo uno scudetto, una Coppa Italia e una Supercoppa italiana, eccomi in una città e in una società che hanno scritto la storia della pallavolo. Dopo l’impossibilità a continuare nella Sir Safety per un miliardo di ragioni, ecco un’opportunità e un’occasione, per me e per Modena, in cui credere e lottare. E’ una squadra nuova, giovane, equilibrata, un mix di forze interessante, anche un cantiere aperto in cui lavorare tutti insieme, mettendoci la nostra scienza della costruzione. Non saremo i favoriti del torneo, ma cercheremo di rompere le palle a tutti. A cominciare proprio con Perugia. Al mio posto, per non rimpiangermi, è arrivato Leon, cubano, un orco, che mette paura. A tutti, ma non a me. Meglio così. Sotto quella rete si combatte una guerra, fatta prima di sguardi, poi di legnate”.

 

Le scarpe

“Avevo chiesto di usare le mie scarpe, e non quelle della Federazione, perché è una questione di seconda pelle, sentirsele così bene da non sentirsele affatto. E poi mi sembrava che altrove – dal calcio allo sci – non esistessero questi problemi di sponsorizzazioni. Non riuscimmo a trovare una soluzione, e saltai gli Europei. Adesso la soluzione è stata trovata, la Federazione mi ha preparato scarpe su misura, per le mie caratteristiche e le mie esigenze, ne rinnovo un paio la settimana, mi sembra di essere una Formula 1 al cambio-gomme. Il problema di fondo rimane, lo affronteremo più avanti, questo non è certo il momento più adatto, ed è solo uno dei problemi che la Federazione italiana dovrà risolvere per rinnovarsi, allargarsi, puntare più in alto. Il nostro sport ha orizzonti meravigliosi”.

 

L’età

“Il 2 ottobre compirò 30 anni. Mi sento giovane e forte, magari un po’ meno pazzo e un po’ più saggio, ma ancora con il fuoco dentro e addosso, e voglia, tanta, voglie, tante, a cominciare da questi Mondiali, e poi il campionato, i campionati – con Modena ho firmato un contratto triennale –, e le Olimpiadi, quelle di Tokyo del 2020, c’è un conto in sospeso, il bronzo a Londra nel 2012 e l’argento a Rio de Janeiro nel 2016 sono stati, allo stesso tempo, dolci e amari, gioie e rimpianti, godimenti e rabbie, e quando entro in campo non voglio fare prigionieri, tantomeno me stesso. In Nazionale e a Modena giocherò da opposto, collaborando nella ricezione: è un ritorno al passato, o forse al futuro, dipende dal punto di vista, e io cerco sempre di guardare oltre. I 30 anni mi spingono a guardarmi anche intorno: immaginare quello che farò da grande. Un piano, ancora, non ce l’ho. Intanto mi diverto. Con Red Bull ho lanciato un mio gioco-app, ‘Allenati con Ivan Zaytsev’. Con Red Bull e Stand by me ho fatto un documentario su di me partendo dai miei tatuaggi. Ho altri progetti in ballo. Alcuni li improvviso, tipo flash-mob. Come quando invito i ragazzi a venire al cinema con me e insieme riempiamo una sala”.

 

La famiglia

“Siamo in quattro. Io, Ashling, Sasha che ha quattro anni, e Sienna che non ne ha neanche uno. Ashling si è sobbarcata la maggior parte del trasloco da Perugia a Modena, la vita ci ha abituati a diventare viaggiatori, viandanti, nomadi, significa anche aprirsi a gente e luoghi, a storie e tradizioni, portare la nostra vita in quella di tutti. Quando ho postato la notizia della vaccinazione di Sienna è successo un gran casino, si è scatenata una gran caciara, in famiglia abbiamo passato due giorni di fuoco per le polemiche con i no vax. Ci sembrava, la vaccinazione, una profilassi e una terapia doverosa e giusta per il rispetto che si deve tenere verso il prossimo e la comunità. La questione è delicata, e quel post ha scatenato reazioni che non mi aspettavo. Comunque, Sienna gattona, Sasha va come un treno, e la prossima settimana comincerà l’inserimento nell’asilo. Sasha ha bisogno di stare con i bambini: la vita è un grande gioco di squadra, e bisogna imparare a giocare fin da piccoli”.

 

Il gioco

“Giocare è bello. A pallavolo, e non solo a pallavolo. Prendere la vita dal suo lato giocoso. Il gioco unisce, alleggerisce, costruisce. Ho partecipato ai ‘Giochi senza barriere’, quelli organizzati da Bebe Vio allo Stadio dei Marmi di Roma. A Bebe non si può dire di no: è una forza della natura, ha una voglia contagiosa di vita, di sport, di gioco. Ho conosciuto campioni dello sport come Massimiliano Rosolino, nuoto, Valentina Vezzali, scherma, Martin Castrogiovanni, rugby. C’erano anche Fedez e Paola Turci. I miei gusti musicali sono anche altri. Ho appena comprato un biglietto per andare a vedere il concerto degli Smashing Pumpkins a Casalecchio di Reno, il 18 ottobre. Billy Corgan, voce e chitarra, qualcosa di speciale lo regala sempre”.

 

L’Italia

“Non è un bel momento. C’è come un vuoto, una confusione, un disorientamento generale. E ci sono sempre polemiche, litigi, risse. Amo l’Italia, qui sono nato, qui abito e qui vivo, qui gioco, e quando gioco per l’Italia, con la maglia azzurra – la maglia azzurra anche quando è bianca, e dico maglia anche se è una canottiera –, do tutto me stesso, e quando ascolto l’inno mi vengono i brividi. Ma non è un bel momento. Il crollo del ponte Morandi a Genova è il simbolo di un’Italia che non si cura, che non si preoccupa, che non si valorizza, che si trascura, che si dimentica di se stessa. E’ stato come un terremoto, ma stavolta la colpa non è della natura, ma proprio dell’incuria. Errori umani, condanne a morte, sentenze di morte. Nella tragedia ha perso la vita anche Samuele, un bambino che giocava a pallavolo. Ai Mondiali schiacceremo anche per lui”.

Marco Pastonesi , giornalista, per anni alla Gazzetta dello Sport

e autore, tra gli altri, di “Mia”, “La quinta tappa”, “Spingi me sennò bestemmio”.

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