Aaron Smith, mediano di mischia degli All Blacks (foto LaPresse)

Placcaggio senza tatuaggio

Emmanule Michela

Ai Mondiali di rugby, la federazione nipponica chiede agli atleti di coprire simboli e scritte in vista sul corpo. E per gli All Black neozelandesi sarà un problema

Per Sonny Bill Williams, faccia squadrata da samoano e due braccia energiche che spiegano meglio di qualsiasi articolo la sua passione per rugby e pugilato, sarà dura trovare il modo di coprire le infinite fantasie che gli decorano la pelle. Ma se il prossimo anno farà parte della squadra neozelandese di rugby impegnata ai Mondiali in Giappone, dovrà adeguarsi pure lui che, scherzo del destino, nel 2008 è diventato il primo All Blacks a convertirsi all’islam, trovandosi a fare i conti con una religione che i tatuaggi proprio li proibisce. Dalle parti di Tokyo, però, la fede non c’entra, dietro alla richiesta che è stata trasmessa dalla federazione a tutte le nazionali attese per il massimo torneo al mondo della palla ovale: “Coprite i tatuaggi che avete sul corpo”. C’entra la criminalità e la Yakuza, la mafia locale giapponese, la cui affiliazione è simboleggiata dalla presenza di tatuaggi sul corpo, tanto temuti da portare oggi diversi locali pubblici, palestre e piscine nipponiche a vietare l’ingresso a persone con simboli e scritte in vista.

 

Sarà quindi un Mondiale senza tatuaggi, perché il rugby è sport di signori e una richiesta che forse poteva apparire perfino estrema non ha levato particolari proteste. Lo ha sottolineato ieri Alan Gilpin, a capo dell’ente organizzatore del torneo: le squadre si adegueranno tutte. “Non forzeremo alcuna nazione a coprirsi, ma vogliono farlo loro perché vogliono essere visti come rispettosi della cultura giapponese”. E sia, quindi, anche se forse si è già arrivati, silenziosamente, a una sorta di compromesso, con l’ipotesi di allenamenti fatti con mute e fasciature sulle braccia e i match dove, invece, pare che si chiuderà un occhio e si potrà scendere in campo con i tatuaggi in vista.

 

A Londra c’è chi storce il naso (tanti sono i giocatori tatuati nel regno di Sua Maestà) e chi invece ricorda che quando nel 2003 Wilkinson e Johnson sollevavano la Coppa del Mondo in squadra non c’era nessun giocatore che mostrasse disegni o scritte, “bassezze” tipiche del football. Se c’è però un popolo per cui i tatuaggi hanno una valenza particolare sono invece i maori, per i quali disegni e fantasie sul corpo sono strumenti di comunicazione sociale che servivano a mostrare in antichità origine famigliare e rango di chi andava in battaglia. Indicano il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, al pari dello status sociale. Nonostante ciò, la federazione neozelandese ha fatto già sapere che non farà storie, anzi. “Quando siamo in tour con una delle nostre squadre tentiamo di essere rispettosi di costumi e culture locali, e non succederà diversamente quando visiteremo il Giappone”.

 

Arti coperti, quindi, per Aaron Smith, mediano di mischia degli All Blacks e già campione del mondo nel 2015, due braccia impreziosite quasi per intero dalle fantasie maori. Così come per il tallonatore Codie Taylor e per Tj Perenara, che anche loro portano i simboli del loro popolo sulla pelle. Peccato, perché ogni rugbista neozelandese ha il suo tatuaggio e la sua storia, e non soltanto maori. Non gioca più in nazionale, ormai, Ma’a Nonu, che sulla schiena portava una grande crocifissione per ricordarsi che, dopo alcuni scivoloni, era bene rimanere con i piedi per terra se avesse voluto giocare a rugby a lungo. Jerome Kaino, nato nelle Samoa americane ma All Blacks sin dalla tenera età, ha una gigante fantasia che gli copre spalle e petto, sulla destra, a simboleggiare la sua famiglia e la sua terra d’origine. Un secolo fa, invece, era tanto l’attaccamento al rugby di Doolan Downing che l’All Black si era fatto stampare sul braccio il Ranfurly Shield, il trofeo che si giocano le selezioni provinciali neozelandesi e che lui aveva vinto con la squadra di Auckland. Era il 1914, e la sua nazionale si trovava in tour in Australia: allo scoppio della Prima Guerra mondiale non ci pensarono troppo e si imbarcarono tutti per l’Europa. Undici giocatori di quella squadra morirono in battaglia, e il primo a cadere fu lui, Downing, nella Campagna di Gallipoli. Consegnando alla storia il mito di quel tatuaggio.

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