L'Italia, il malato d'Europa

Claudio Cerasa

La scazzottata sui migranti con Macron e la reazione all’allarme del Fmi sull’economia sono due facce della stessa medaglia. Perché un governo che trasforma il complottismo in un collante sta facendo di tutto per essere vulnerabile di fronte alla prossima crisi

A prima vista potrebbero sembrare due storie molto diverse e per nulla sovrapponibili ma in realtà, se ci si riflette un istante, esiste un filo sottile che collega le parole allarmate del Fondo monetario internazionale sull’economia italiana e le polemiche del governo relative alle responsabilità che avrebbe la Francia rispetto al dossier degli sbarchi dei migranti dalla Libia. Il Fondo monetario ha scritto, in un report presentato ieri a Davos, che le tensioni sul bilancio italiano, tra “timori riguardanti i rischi sovrani e finanziari che hanno impattato sulla domanda interna”, sono uno dei fattori che hanno contribuito maggiormente al rallentamento dell’Eurozona e lo ha fatto nelle stesse ore in cui la Francia ha scelto di convocare l’ambasciatore italiano a Parigi in seguito alle frasi di Luigi Di Maio il quale ha promesso, riferendosi alla Francia di Macron, di voler portare avanti politiche in sede italiana e in sede europea finalizzate “a sanzionare quei paesi che non decolonizzano l’Africa, perché quello che sta succedendo nel Mediterraneo è frutto delle azioni di alcuni paesi che poi ci fanno pure la morale”.

 

A prima vista potrebbero sembrare due storie molto diverse e per nulla sovrapponibili, ma in realtà, sia che si parli di rischi di recessione sia che si parli di rischi di ritorno di ondate di flussi migratori il tema che caratterizza il governo italiano è sempre lo stesso, ed è la capacità innata di autoinfliggersi problemi da solo, trasformando il complottismo antisistema nell’unico collante identitario del cambiamento e facendo di tutto per mettere il paese nella condizione di essere vulnerabile di fronte alla prossima crisi. Vale quando si parla di crisi economica – Salvini ieri ha detto che “il Fmi è una minaccia per l’economia mondiale”, ma se tu passi il tuo tempo a smantellare tutto ciò che ha permesso all’Italia di superare la crisi del 2011 non puoi aspettarti che il tuo paese sia forte di fronte a un periodo di decrescita – e vale anche quando si parla di immigrazione: anche su questo fronte il percorso tafazziano del governo merita di essere messo a fuoco nel dettaglio.

 

Prima di scaricare sulla vocazione coloniale della Francia la responsabilità dell’immigrazione dalla Libia all’Italia, il governo italiano, per bocca di Matteo Salvini, aveva trovato un altro modo creativo per spiegare le ragioni che hanno portato alcune imbarcazioni cariche di migranti a salpare dalla Libia alla ricerca di fortuna – una di queste è naufragata venerdì scorso a ottanta chilometri a est da Tripoli con 120 persone a bordo. In questo senso, il ministero dell’Interno, ripreso a pappagallo il giorno dopo da Alessandro Di Battista, ha sostenuto che le navi stanno ricominciando a partire dalla Libia in quanto incoraggiate dalle ong che soccorrono migranti nel Mediterraneo. Matteo Villa, un bravo ricercatore dell’Ispi, mettendo insieme i dati della Guardia costiera, dell’agenzia Onu per i rifugiati e dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, ha dimostrato con un grafico perfetto, ripreso ieri dal Post, che non esiste alcuna correlazione tra la percentuale di migranti soccorsi dalle ong e il numero di persone partite dalla Libia, e che non corrisponde al vero la teoria che nei mesi in cui l’attività delle ong è più intensa le partenze sono necessariamente maggiori.

 

Dal 2017 a oggi la ragione per cui gli sbarchi sono diminuiti in modo costante è legata non alla ritirata delle ong ma alla creazione di una serie di accordi con le autorità libiche fatti dall’ex ministro dell’Interno, Marco Minniti, e finalizzati a dare mezzi adeguati alla Guardia costiera libica per fermare gli scafisti nelle acque libiche e a innescare con l’aiuto del governo Serraj un processo di rimpatrio di irregolari nei paesi africani e un meccanismo di cooperazione con le organizzazioni umanitarie. E se mai, come sembrano sospettare sia Luigi Di Maio sia Matteo Salvini, gli sbarchi dovessero tornare a essere più copiosi rispetto a oggi, la responsabilità non andrebbe attribuita né a Macron né alle ong ma all’incapacità dell’Italia di mantenere saldi i patti costruiti in passato con le milizie libiche – incapacità che potrebbe essere combattuta bevendo qualche mojito in meno in campagna elettorale (l’ultimo viaggio fatto in Libia da Salvini è del 25 giugno) e perdendo un po’ di tempo a dialogare con le tribù libiche, a rafforzare Serraj, a monitorare con l’Onu i centri di detenzione, a contenere Haftar, a evitare che in Libia la Francia possa passare dallo status di alleato a quello di avversario (non succederà, o almeno non in fretta, ma dovesse esserci una nuova ondata di immigrazione la nuova legge sulla sicurezza firmata da Salvini che rende clandestini tutti i richiedenti asilo metterebbe l’Italia in una condizione di maggiore insicurezza e di maggiore irregolarità). Che si parli di immigrazione o di economia in fondo poco cambia e su entrambi i fronti Salvini e Di Maio hanno portato avanti una politica simmetrica e autolesionista che ha impedito al nostro paese di creare le condizioni giuste per gestire le prossime crisi in modo più ordinato rispetto al passato. Il Fondo monetario ieri ci ha ricordato che il dramma dell’Italia è che i problemi, piuttosto che risolverli, se li sta creando da sola. Vale quando si parla di economia, vale quando si parla di immigrazione. Il malato d’Europa, ha detto implicitamente ieri l’Fmi, dopo il Regno Unito è diventato l’Italia, e per capire da dove arrivano i guai non serve cercare un nemico sulla carta geografica: per Salvini e Di Maio in fondo basterebbe solo guardarsi allo specchio.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.