Lo stato di diritto non è un rutto

David Allegranti

La distopia di Casaleggio è diventata realtà grazie allo show di Alfonso Bonafede

La colonna sonora, il sorrisetto di Bonafede, il tono di voce di Bonafede, la stretta di mano di Bonafede, la telecamera che insegue Battisti, gli agenti con i guanti di gomma che lo afferrano, l’aereo che parte in slow motion. L’orribile filmato del ministro della Giustizia, con l’esposizione al pubblico ludibrio del criminale Cesare Battisti, non stupisce. C’è tutto un canone, tutto un codice pienamente rispettato da Bonafede, avvocato che ha iniziato la sua carriera politica nel meetup fiorentino mandando in streaming il consiglio comunale di Firenze. E’ il codice Casaleggio (Gianroberto) e basta rileggersi quello che scriveva il co-fondatore del M5s per accorgersi che i Cinque stelle, arrivati al governo, stanno facendo quello che prima poteva essere solo teorizzato su carta.

 

Nel mondo immaginato da Casaleggio in un libretto del 2015, “Veni vidi web” (Adagio editore) erano già contenute le premesse politico-culturali del futuro governo felpa-stellato. Un mondo senza sindacati, partiti politici, senza vertici aziendali, senza leader. Un mondo governato secondo i ritmi, i riti e le regole della Rete. Una Rete di cui Casaleggio nel suo libro – con autorevole prefazione di Fedez – sottolineava soprattutto gli aspetti positivi, in preda a quello che Evgeny Morozov chiamerebbe tecno-entusiasmo. Il mondo immaginato da Casaleggio, oggi messo in pratica dai suoi scherani giunti al governo del paese, riserva un trattamento preciso a “corrotti e corruttori”, figurarsi agli altri: devono essere “esposti in apposite gabbie sulle circonvallazioni delle città”. D’altronde, come disse Casaleggio a un raduno del M5s a Imola, pur di eliminare i crimini bisogna essere disposti a tutto. A partire dalla corruzione, naturalmente, che ti fa finire appeso in tangenziale (ma senza il celebre trattore di Fabio Rovazzi): “La prima cosa da fare — disse Casaleggio — è eliminare la corruzione con l’onestà, mettere mano alla giustizia ed eliminare la prescrizione. Bisogna mettere persone oneste nelle amministrazioni, scelte in base alla fedina penale. I sospettabili non sarà possibile sceglierli”. Fu un via libera al Tribunale del Popolo, dove le indagini durano in eterno, anche dopo la morte del presunto reo, le cui colpe cadranno inevitabilmente sui figli, i quali saranno a loro volta indagati a vita, e via così finché il giudice non emette una sentenza “nel nome della gggente”. Casaleggio stabilì un nuovo criterio per la selezione della classe dirigente: la sospettabilità. Quindi, armati dei manuali di Lombroso, i nuovi guardiani del popolo devono andare in giro a caccia di “sospettabili” (ma Casaleggio sarebbe stato il primo a essere fermato a un posto di blocco). Insomma, nella distopia di Casaleggio e Bonafede, la polizia indaga sul pre-crimine, come Tom Cruise in Minority Report (dal racconto di Philip K. Dick “Rapporto di minoranza”), che arresta chiunque sia intenzionato a compiere un delitto e stia per concretizzarlo, prima dunque che il fatto sia avvenuto, e trasforma un arresto in una performance per il Truman Show; il corpo del condannato viene usato per propaganda elettorale.

 

Nel caso di Battisti non ci sono reati da prevedere, li ha già commessi e per questo giustamente deve stare in carcere. Ma se c’è una differenza enorme fra essere garantisti e fessi, ce n’è anche una enorme fra il rispetto della legge e l’esposizione al pubblico ludibrio. Per questo, la Camera penale di Roma ha annunciato che presenterà un esposto in procura; il sindacato dei penalisti chiederà di verificare se il video violi la norma che disciplina “il divieto di pubblicazione dell’immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre la stessa si trova sottoposta all’uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica” e quella che prevede sanzioni a carico di chi non adotti “le opportune cautele per proteggere i soggetti tradotti dalla curiosità del pubblico e da ogni specie di pubblicità”. Lo stato di diritto non è un rutto.

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  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.