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Grillini presi per il quorum

Valerio Valentini

Il ripensamento del referendum e il difficile rapporto con la realtà politica nel M5s

Roma. Sorride guascone Igor Iezzi. “Siete troppo maliziosi”, dice il fidato deputato di Matteo Salvini nelle questioni che riguardano la giustizia. Sorride, ma in fondo non protesta quando un collega di Forza Italia gli fa notare che da un lato c’è un provvedimento, quello sulla legittima difesa, che verrà approvato con ogni probabilità nel giro di qualche settimana; e dall’altro, invece, una riforma costituzionale complessa e improbabile come sono complesse e improbabili sempre le riforme costituzionali in Italia. “Abbiamo priorità diverse”, ammette Iezzi. “E a noi sta bene. E anche a loro”, cioè ai compagni di governo del M5s, “dal momento che in fondo non ci sono incidenti”. A scongiurarlo, stavolta, è stato Stefano Ceccanti. E già questo dà il senso della contorta bizzaria delle cose, in questa legislatura del cambiamento: un giurista renziano che toglie d’impaccio leghisti e grillini su una riforma costituzionale tutta da costruire. “Ho fatto solo una proposta che è parsa ragionevole”, si schermisce lui.

 

La proposta, nella fattispecie, riguarda il ripensamento del referendum. Che nei sogni di Riccardo Fraccaro, il ministro per la Democrazia diretta, sarebbe dovuto essere senza quorum, e che invece nell’emendamento del deputato del Pd, accolto dalla relatrice grillina Fabiana Dadone, funzionerà – in sintesi – così: per fare in modo che un quesito passi, ci dovrà essere il parere favorevole di almeno il 25 per cento degli aventi diritto al voto. In sostanza, 12 milioni e mezzo di italiani che dovranno andare a votare Sì. Non proprio il “niente quorum” vagheggiato da Casaleggio padre. “Certo, abbiamo dovuto rinunciare ad un nostro caposaldo”, ammette Giuseppe Brescia, presidente grillino della commissione Affari costituzionali. “Ma se si vuole modificare la Costituzione non si può che andare incontro alle esigenze delle opposizioni”. E non che le opposizioni siano del tutto soddisfatte: c’è ancora da definire la questione delle materie su cui consentire la chiamata alle urne. “Quelle di spesa e quelle penali non possono essere sottoposte a referendum continui”, avverte Ceccanti. E però, al di là del merito delle modifiche (ben accolte, se non suggerite, anche dal Quirinale), è proprio la contrattazione a risultare sbilanciata: perché Salvini, a fronte di un provvisorio via libera al ridisegno costituzionale di Fraccaro, incassa l’accordo sulla legittima difesa. E se per il primo ci vorranno due passaggi in entrambe le camere, intervallate da tre mesi di attesa, e poi un referendum confermativo, e insomma se ne riparlerà tra un paio d’anni, la legittima difesa verrà licenziata entro marzo. Era già successo a fine novembre: quando la Lega aveva portato a casa il dl sicurezza, e in cambio Di Maio aveva ottenuto una riforma della prescrizione che scatterà, se pure, non prima del 2020. Procede così, in maniera evidentemente asimmetrica, questo patto di non belligeranza in differita tra leghisti e grillini. Fintantoché, ovviamente, Salvini non deciderà di farlo saltare e allora il M5s si ritroverà senza nulla in mano. A sentire chi sta vicino a Giorgetti, tutto ciò non avverrà tra molto tempo.

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