Matteo Salvini (foto LaPresse)

Il pensiero unico della giustizia

Riccardo Lo Verso

Oltre il ministero dell’Interno. Basta un tweet, e Salvini sembra dire ai magistrati: o con me, o contro di me

E’la personalizzazione della politica spinta alle estreme conseguenze. L’impronta di Matteo Salvini travalica il ministero dell’Interno, di cui è responsabile, e marchia la Giustizia. O meglio, gli uomini che la amministrano. Non importa ciò che fanno i magistrati e perché lo fanno, quel che conta è l’uniformità, o meno, al pensiero del vicepremier.

 

Prendete Luigi Patronaggio. Patronaggio chi? E’ il procuratore di Agrigento che mise sotto inchiesta Salvini per il caso dei migranti bloccati a bordo della nave Diciotti della Guardia costiera italiana. Serve un ripasso perché nel frattempo Patronaggio è sparito dai radar. Eppure l’estate scorsa è stato per settimane il magistrato più insultato d’Italia.

 

Effetti collaterali del salvinismo. Il ministro usa e consuma i temi della giustizia. Li piega e li modella alla sua causa

Sono gli effetti collaterali del salvinismo. Il ministro usa e consuma i temi della giustizia. Li piega e li modella alla sua causa, che è innanzitutto social. Virale, si dice oggi. Un post su Facebook o un tweet incidono sulla percezione che si ha dell’operato dei magistrati, i quali finiscono per essere etichettati come pro o contro il vicepremier.

 

Tra i contrari, per la fetta più consistente dell’opinione pubblica, c’è Patronaggio, il primo a indagare Salvini per sequestro di persona. Quei poveri migranti a bordo della Diciotti andavano fatti sbarcare subito. Pro è il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, che ne ha chiesto l’archiviazione una volta ricevuto il fascicolo per competenza territoriale. In mezzo c’è Francesco Lo Voi, il capo dei pubblici ministeri di Palermo, città dalla quale è transitata l’inchiesta prima che il Tribunale dei ministri individuasse in Catania l’approdo finale – sicuro, per il malpensanti – dell’indagine.

 

Quello di Lo Voi è un tentativo, finora riuscito, di impermeabilizzazione giudiziaria. Niente dichiarazioni che facciano nascere il sospetto di partigianeria, niente repliche a distanza e un’abitudine ostinata a declinare, salvo casi eccezionali, le interviste. Il procuratore di Palermo ha parlato, solo ed esclusivamente, con la continenza degli atti giudiziari seppure di motivi per intervenire nel dibattito ne avrebbe avuti almeno un paio. Salvini ha provato a stuzzicarlo, senza successo.

 

Luigi Patronaggio si presentò una mattina di agosto a bordo della Diciotti. Era arrivato da Agrigento per vedere in faccia i migranti bloccati da giorni al largo di Lampedusa e poi dirottati a Catania. Le immagini del procuratore – abito blu, borsa a tracolla, cravatta e mascherina di protezione sulla bocca – fecero il giro del mondo. Con quel suo spettacolare ingresso sulla scena il procuratore divenne il nemico numero uno del ministro e degli italiani che lo seguono con un atteggiamento fideistico e contemporaneamente il baluardo della resistenza antisalviniana. Gli equilibri erano e sono fin troppo chiari. Patronaggio non aveva alcuna chance di apparire imparziale. A lui si aggrappò un’opposizione incapace di reagire alle batoste elettorali prima e al dilagare della Lega nei sondaggi poi. E quando lo ha fatto si è misurata sul terreno dei diritti dei migranti in cui Salvini sembra non temere avversari, forte della spinta popolare.

 

Appena sceso dalla Diciotti, Patronaggio disse ai cronisti di avere visto una realtà “devastante”. C’erano bimbi e genitori ammalati di scabbia. Volle precisare che nella sua iniziativa, però, non c’era alcuna interferenza con la politica “libera” di prendere le sue scelte, ma la magistratura aveva il dovere di fare rispettare le leggi, da cui “non si scappa”.

 

Tutto inutile. Patronaggio, anzi quel comunista di Patronaggio, come lo appellarono in fretta gli odiatori della rete, divenne un bersaglio. Lo accusarono di avere cercato popolarità e di fare politica indossando la toga. Cominciarono a circolare le foto, vere, del magistrato assieme a Matteo Renzi (era lì solo per un incontro istituzionale alla presenza dell’allora ministro della Giustizia Andrea Orlando) e quelle fasulle che mostravano il pubblico ministero quando era ancora uno studente universitario con dietro la bandiera rossa del Partito comunista. Unico tratto distintivo di pseudo riconoscibilità era la folta capigliatura. Troppo poco per cascarci? Tutto il contrario a giudicare dai commenti. Era lì, in quella foto post adolescenziale che fu rintracciato il peccato originale di Patronaggio. Neppure le minacce di morte ricevute dal procuratore di Agrigento in quei giorni caldissimi bloccarono l’ondata di odio. Salvini gli espresse solidarietà, ma ormai la valanga era partita.

 

La richiesta di archiviazione avanzata dal procuratore Zuccaro. Il capo dei pm di Palermo Lo Voi, che “non è stato eletto da nessuno”

Ed è per questo che Patronaggio è e resterà il pm che ha indagato Salvini forzando la mano, specie dopo che Zuccaro ha chiesto l’archiviazione per il ministro. Il resto passa in secondo piano. La fama di magistrato che non guardia in faccia nessuno, le indagini su appalti e pubblica amministrazione che costarono l’incarico al prefetto di Agrigento, la fortuna e l’onore di avere incrociato Falcone e Borsellino, “amici dell’ultima ora”, le indagini sugli assassini del parroco di Brancaccio don Pino Puglisi, la richiesta avanzata da sostituto procuratore generale di Palermo di condannare il senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri e il generale della Trattativa Stato-mafia Mario Mori (il primo è stato condannato, mentre il secondo assolto nel processo sul mancato arresto di Bernardo Provenzano): il caso Diciotti è per Patronaggio il colpo di spugna su una carriera vissuta in trincea e con i gradi dell’antimafia militante.

 

E’ una nuova militanza, quella anti salviniana, che gli è stata rimproverata. Quando si insediò ad Agrigento, “terra di confine”, aveva pronunciato parole di tolleranza per i migranti “costretti a lasciare con dolore terra e affetti, a fuggire da guerra e miseria”. Era la fine del 2016. Era un’Italia diversa e quelle parole sembravano ovvie oltre che giuste. Non c’era ancora la diga populista costruita mattone dopo mattone a renderle impopolari e buoniste.

 

La richiesta di archiviazione dell’indagine su Salvini avanzata dal procuratore di Catania Zuccaro – il Tribunale dei ministri non si è ancora pronunciato – hanno finito per essere un marchio, la prova provata della pretestuosa e ideologizzata smania di Patronaggio di mettere sotto accusa il ministro. Ed è stato facile frugare negli articoli di repertorio per trovare in quel riferimento al dolore dei migranti il movente della trama contro Salvini. Il ministro, onde evitare che tutto ciò finisse nel dimenticatoio, appena ha saputo che per Zuccaro il caso andava chiuso, ha rinfacciato in diretta Facebook a Patronaggio lo spreco di risorse per perseguire un reato inesistente. Un giudice “rosso” che se la prende con un leghista e sperpera il denaro pubblico: un mix da fare impallidire persino il vecchio alleato Silvio Berlusconi negli anni migliori della bagarre contro le toghe.

 

Luigi Patronaggio si presentò una mattina di agosto a bordo della Diciotti. Divenne il nemico numero uno del ministro

“C’è da fare una riflessione anche su come funziona la giustizia in Italia”, ha dichiarato Salvini. Che non gradisce la giustizia laddove non vede riflessa la sua immagine e mostra ammirazione per il lavoro di Zuccaro. Quest’ultimo ha definito “una scelta politica non sindacabile dal giudice penale” l’operato di Salvini sul caso Diciotti. Parole che hanno spianato la strada al primato della politica rivendicato dal vicepremier. Che assist per Salvini il quale, a onore del vero, faceva il tifo per il procuratore in tempi non sospetti. Ad esempio quando, trascorrendo nel 2017 un insolito primo maggio al Centro di accoglienza di Mineo, il leader della Lega disse: “Chi tocca Zuccaro deve vedersela con me e con migliaia di persone come me…”.

 

Ci aveva visto lungo. Anzi lunghissimo, dimostrando un’aderenza al sentire comune che nessuno al momento è capace di eguagliare. Pochi mesi dopo venne fuori la notizia che i pm di Catania indagavano, con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sul ruolo delle Ong nel Mediterraneo.

 

Zuccaro è il magistrato che teorizza sul fronte giudiziario quello che Salvini sostiene sul piano politico, e cioè che le Ong contribuiscono all’aumento dell’immigrazione e agli affari di chi fa soldi sulla pelle dei migranti. Zuccaro ritiene che le navi delle organizzazioni non governative si siano spinte nello spazio lasciato volutamente libero dalle navi militari italiane; critica l’inoperosità del governo maltese; sferza l’Unione europea che ha lasciato da sola l’Italia a contrastare l’immigrazione. Ne sono nate delle inchieste che dopo avere scalato la graduatoria delle scalette dei telegiornali si sono ammosciate. Per ultima quella che ha portato al sequestro della nave Aquarius di Medici senza frontiere e Sos Méditerranée per traffico illecito dei rifiuti, picconata nei giorni scorsi dal tribunale del Riesame.

 

Tutti temi cari a Salvini, che non vedeva l’ora di leggere la lettera con cui Zuccaro ha informato l’“illustrissimo signor ministro” della richiesta di archiviazione. Lettera che il leader leghista, neanche a dirlo, ha reso nota in diretta urbi e torbi nella affollatissima piazza virtuale di Facebook. Proprio come aveva fatto quando a firmare la missiva era stato Francesco Lo Voi, che lo avvisava di avere trasmesso al Tribunale dei ministri il fascicolo per sequestro di persona giunto da Agrigento. Salvini allora contestò che un organo dello Stato, la procura di Palermo, indagava su altro organo dello stato, egli stesso, “con la piccolissima differenza che questo organo dello stato, pieno di difetti e di limiti, per carità, è stato eletto, altri non sono eletti da nessuno”. E piovvero i like, migliaia di like, e faccine arrabbiate.

 

Cominciarono a circolare le foto, vere, del magistrato assieme a Renzi e quelle fasulle di lui giovane con dietro la bandiera rossa del Pci

Lo Voi si è fatto scivolare addosso la provocazione, spiazzando per primo probabilmente lo stesso Salvini che si mostra ondivago nelle valutazioni sul lavoro del procuratore. Qualche giorno fa la Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha arrestato una banda di scafisti che trasportava i migranti dalla Tunisia verso le coste siciliane. Niente carrette del mare cariche di disperati, ma veloci gommoni per garantire la traversata a piccoli gruppetti di persone. Uno dei tanti sbarchi fantasma che sfuggono alle statistiche ministeriali e alla politica dei porti chiusi. C’è il sospetto che la rotta dei traffici sia stata utilizzata da qualche terrorista per spostarsi nel nord Europa. Un tunisino pentito ha chiesto di parlare con i magistrati perché temeva che in Italia arrivasse un “esercito di kamikaze”.

 

Salvini nel giorno dell’operazione non ha resistito al richiamo del cinguettio mattutino. “Altro che farne sbarcare altri o andarli a prendere con barconi e aerei, stiamo lavorando per rimandarne a casa un bel po’. Scafisti e terroristi: a casa”, ha scritto su Twitter. “Stiamo lavorando”: il ministro ha parlato al plurale, piazzandosi subito al fianco del procuratore Lo Voi. E cioè dello stesso magistrato che avrebbe fatto meglio a starsene in silenzio perché non è stato eletto dal popolo, quello dell’inchiesta sul caso Diciotti. “Una medaglietta”, così l'ha definita il ministro appiccicandola sul vessillo della propaganda.

 

Acqua passata, tanto che qualche giorno fa c’è stata pure la stretta di mano tra Salvini e Lo Voi alla cena romana dalla giornalista Annalisa Chirico, presidente del movimento “Fino a prova contraria”, per parlare di giustizia. Nella politica in servizio elettorale permanente la mossa giusta, la più comoda per Salvini è stare dalla parte del procuratore di Palermo che ha messo in piedi, molto prima che il leghista divenisse ministro, un pool di magistrati per indagare sull’immigrazione clandestina e che rischia pure di traslocare a Roma per sostituire Giuseppe Pignatone. Meglio non alimentare lo scontro inaugurato con la diretta Facebook. Perché non conta cosa fanno i magistrati, che possono imboccare la strada investigativa giusta o sbagliare, ma cosa ne pensa il ministro. E’ la personalizzazione della politica, e della Giustizia, di cui Salvini è maestro.