Chi vince la sfida tra Zingaretti e Martina nei gruppi parlamentari

David Allegranti

Governare un partito senza il controllo sui gruppi può essere un caos, specie in un Pd balcanizzato come quello di oggi in cui è scoppiato il bomba libera tutti

Roma. Forse Nicola Zingaretti vincerà il congresso (magari dopo aver perso tra gli iscritti ma conquistando il primo posto nei gazebo) e sarà il nuovo segretario del Pd. Forse dunque nel Pd passerà la nuova linea dialogante e “governista” con il M5s, secondo la quale con i Cinque stelle, anche se Nicola Zingaretti nega tutto, si dialoga, ci si confronta e, magari, poi si fa pure una bella alleanza contro la Lega. Secondo un sondaggio Emg di metà dicembre, il governatore del Lazio sarebbe in vantaggio con il 52 per cento, seguito da Maurizio Martina con il 33 per cento, Roberto Giachetti con il 7 per cento, Francesco Boccia con il 4, Maria Saladino con il 3 e infine Dario Corallo con l’uno.

 

Zingaretti però deve per forza raggiungere il 50 più uno per cento, altrimenti il nuovo segretario sarebbe eletto dall’assemblea e in quel caso il secondo e il terzo arrivato – ipotizziamo Martina e Giachetti – potrebbero allearsi per batterlo. Comunque, in caso di vittoria, Zingaretti avrebbe un problema di non poco conto: diventerebbe capo di un partito con la maggioranza dei parlamentari schierata con l’avversario sconfitto.

 

  

Guardando un po’ i numeri dei gruppi di Camera e Senato ci si accorge infatti che Martina ha con sé più deputati e senatori di quanti non ne abbia Zingaretti. Il Pd ha in totale 111 deputati e 52 senatori. Sul taccuino di Lorenzo Guerini, capofila insieme a Luca Lotti dei “renziani per Martina” ci sono segnati questi numeri: 86 parlamentari vicini a Matteo Renzi, compresi quelli europei (che sono 8), ai quali vanno sommati quelli di Orfini/Delrio/Martina che dovrebbero essere 20/25. Paola De Micheli, che segue le truppe zingarettiane in Parlamento, dice che non c’è un dato finale “perché continuano ad aumentare”, ma in realtà se la matematica non è un’opinione con Martina starebbero fra i 98 e i 103 parlamentari.

 

Il resto dei non moltissimi deputati e senatori superstiti alla slavina del 4 marzo è diviso fra i concorrenti. Gli zingarettiani anche nella migliore delle ipotesi (compresa quella surreale che prevedrebbe il mancato auto-sostegno alla propria candidatura di Francesco Boccia e il ticket Roberto Giachetti & Anna Ascani) sarebbero 60-65. Insomma, se fosse così, Zingaretti farebbe come nel 2013, quando Renzi diventò segretario per la prima volta ed ereditò il gruppo parlamentare scelto da Pierluigi Bersani. Con una differenza sostanziale però: nel 2018 il Pd è all’opposizione, quindi i concetti di lealtà e fedeltà alla linea sono molto più labili. Governare un partito senza il controllo sui gruppi può essere un caos, specie in un Pd balcanizzato come quello di oggi in cui è scoppiato il bomba libera tutti.

 

Oltretutto, i due capigruppo alla Camera (Graziano Delrio) e al Senato (Andrea Marcucci) sono renziani e ci resteranno, come da tradizione, almeno fino a metà legislatura. Non solo. Zingaretti, principale indiziato per un eventuale dialogo-accordo con il M5s, dovrà gestire in caso di vittoria anche il rapporto con il mitologico territorio. Ieri alcuni amministratori locali di peso come Matteo Ricci (sindaco di Pesaro), Giorgio Gori (Bergamo ) Antonio Decaro (Bari ) e Dario Nardella (Firenze) hanno diffuso un Manifesto “per un partito unito e riformista”, che costruisca l’ “alternativa culturale e di popolo alla destra populista”, partendo “dalle città e dai territori”.

 

I firmatari dicono “no a qualunque ipotesi di scissione” (un colpo alle intenzioni renziane), così come a alleanze con il M5s (un colpo alle intenzioni del giro zingarettiano), “che stanno dimostrando incompetenza e sudditanza alla peggiore destra dal dopoguerra”. Chiedono di mettere al centro del dibattito congressuale punti come “l’organizzazione federale del partito”, “il ruolo delle autonomie locali”, “la battaglia della competenza”. Difficile pensare che Gori o Nardella, finiti gli impegni elettorali per le amministrative dell’anno prossimo, possano accettare (in caso di esito positivo) la potenziale dalemizzazione del Pd e relativo dialogo con il M5s, finalizzato, come noto, alla romanizzazione dei barbari.

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  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.