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Che cosa sono e a cosa servono i comitati civici lanciati da Renzi

Oltre la sinistra e la destra, ricordano i meetup del M5s. “Ne fanno parte 2.500 persone in tutta Italia”, dice Ivan Scalfarotto

21 Dicembre 2018 alle 06:00

Che cosa sono e a cosa servono i comitati civici lanciati da Renzi

Matteo Renzi (foto Imagoeconomica)

Roma. Ma che fine hanno fatto i “comitati civici” lanciati da Matteo Renzi a ottobre? E soprattutto, a che cosa servono se non a creare l’infrastruttura del nuovo possibile partito dell’ex segretario? Tutte domande che vanno girate a Ivan Scalfarotto, deputato e organizzatore della rete dei comitati (foto sotto). “Il lavoro – spiega Scalfarotto – sta andando bene, cresciamo in modo organico. In questo momento abbiamo 220 comitati attivi in tutta Italia. Per essere considerato attivo un comitato deve essere formato da almeno 5 persone. Altri 348 comitati sono composti da meno di 5 persone e in totale sono 2.500, sparse in tutta Italia, quelle che hanno contribuito al progetto”. Per farne parte, spiega Scalfarotto, bisogna dare un contributo libero e autenticarsi tramite email e carta di credito. “Non c’è, per intenderci, un coordinatore che paga per tutti e iscrive 50 persone che non sanno nemmeno di essere state iscritte”.

 

  

 

Ma qual è l’obiettivo? “Stiamo cercando di costruire uno spazio di iniziativa politica contemporanea che appartenga a questo secolo, con una piattaforma Internet che consenta di formare una rete di comitati ampia e capillare”. Internet però da solo non basta, spiega Scalfarotto, le persone si devono anche incontrare. I comitati si sono visti a Torino a inizio novembre, poi a Mestre a inizio dicembre. “A gennaio ci vedremo per tre sabati di seguito: il 12 a Roma, il 19 a Milano, il 26 a Napoli, per fare in modo che gli iscritti si conoscano tra di loro”. Gli iscritti “non hanno fatto politica o non appartengono a partiti”. Certo, ci sono anche iscritti al Pd, ma tendenzialmente “c’è gente nuova. Spesso sono giovani e questo risponde all’idea di creare uno spazio politico, anzi civico, per mettere insieme persone che non avevano fatto politica all'interno dei partiti”. Persone che comunque “hanno voglia di reagire alla politica di questo esecutivo. Quello che preoccupa non è che ci sia un governo che la pensi diversamente dai precedenti ma che metta in discussione le regole. Ecco, chi fa parte dei comitati non vuole che l’Italia diventi l’Ungheria”.

 

Dunque, dice Scalfarotto, gli obiettivi del comitato prescindono dai partiti: dalla difesa dell’Europa alla tutela delle autorità di garanzia, alla difesa della libertà di stampa e della veridicità delle informazioni. Domanda: ma per fare tutto questo non c’è già il Pd? No, spiega il deputato del Pd, perché questi obiettivi “sono pre-politici. Chi si attiva in difesa di questi valori lo fa in quanto civis, non in quanto homo politicus. Non ha bisogno di tessere per scendere in piazza per difendere la Tav, come è successo a Torino. Gli italiani che hanno pagato per la mensa per i bambini a Lodi non erano di questo partito o di quest’altro. Semplicemente, si rifiutano di vivere in città in cui il razzismo è stato ufficializzato dalle istituzioni. E ancora: la libertà di stampa mica appartiene solo al Pd, no? Appartiene a tutti”.

 

Insomma, non importa “essere di destra o di sinistra: i comitati li abbiamo creati per coloro che la mattina a casa si indignano quando leggono il giornale o guardano il tg”. Prima “potevano farlo in solitudine” adesso invece possono mettere insieme qualche amico e indignarsi in gruppo. Sembra tuttavia di sentire la descrizione dei vecchi meetup del M5s. Persone che vogliono superare le tradizionali divisioni, fuori dai partiti... Scalfarotto dice che non gli dispiacciono “le organizzazioni spontanee che nascono dal basso, poi dipende dall’uso che ne fai. Il M5s ha sicuramente attivato energie che però poi sono state utilizzate in modo blasfemo. Le cose che fanno sono orribili però esiste uno spazio di attivismo che i partiti politici non sono in grado di costruire”. E il compito dei comitati è quello di resistere a “un governo illiberale come quello che abbiamo”. Sì, ma il Pd? “Serve una struttura snella che si attivi in modo rapido. Se ho da muovere una critica al Pd è questa: è fagocitato dalle procedure da seguire. Parla sempre di sé e anche i giornali parlano del Pd quando il Pd parla di sé”.

David Allegranti

David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Su Twitter è @davidallegranti.

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