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Lo strano senso di D'Alema per il dialogo

Claudio Cerasa

Secondo l'ex presidente del Consiglio un partito come il Pd se vuole tornare un giorno al governo non può in nessun modo permettersi di non dialogare. Una domanda provocatoria al Partito democratico

Al direttore - D’Alema dice che non ha alcuna intenzione di sostenere un candidato del Pd alle prossime primarie. Ma possiamo realisticamente sostenere che nessun candidato del Pd voglia sostenere le posizioni di D’Alema?

Marco Marini

  

Lasciamo da parte il dibattito sull’ombra di D’Alema sul Pd del futuro e concentriamoci su un punto più interessante. Nel discorso fatto sabato scorso alla festa di Italiani Europei per giustificare l’alleanza che il Pd dovrebbe costruire a poco a poco con il Movimento 5 stelle, D’Alema dice che, di fronte a partiti che riescono a intercettare il popolo, un partito come il Pd se vuole tornare un giorno al governo non può in nessun modo permettersi di non dialogare. D’Alema ha detto anche che fu lui tra il 1995 e il 1996 a promuovere la stessa operazione con la Lega. E allora cogliamo lo spunto per porre al Pd una domanda provocatoria che prima o poi varrà la pena mettere a tema: siamo proprio sicuri che un domani dovendo scegliere di essere la stampella di un partito pericoloso per la democrazia, come il M5s, e di un altro pericoloso per l’economia, come la Lega, sia necessario fare la prima scelta piuttosto che la seconda?

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.