cerca

Così i dalemiani per Renzi sono diventati dalemiani per Minniti

Credono nel carisma, cioè nel dono della grazia del capo. Oggi quel dono viene riconosciuto nell'ex ministro dell'Interno

Email:

allegranti@ilfoglio.it

4 Dicembre 2018 alle 08:41

Così i dalemiani per Renzi sono diventati dalemiani per Minniti

Marco Minniti (foto LaPresse)

Roma. Marco Minniti, come noto, è candidato al congresso del Pd. Marco Minniti, ex dalemiano, è candidato con il sostegno dei renziani, tra cui Luca Lotti e Lorenzo Guerini. Marco Minniti, candidato al congresso del Pd con il sostegno dei renziani, è stato coordinatore della segreteria nazionale dei Ds (correva l’anno 1996 e in segreteria era entrato un paio d’anni prima), braccio destro di D’Alema e suo sottosegretario alla presidenza del Consiglio (era il 1998). Marco Minniti ha con sé nella war room congressuale Claudio Velardi e Nicola Latorre, ex dalemiani che hanno fatto in tempo a essere renziani prima di restare delusi o rottamati. La facciamo breve: i dalemiani che prima stavano con Renzi adesso stanno con Minniti.

 

Sono dalemiani adulti, un po’ come i cattolici di Romano Prodi, hanno lavorato per l’ascesa del padre – persino in senso escatologico, visto che il dalemismo, come spiegano certi adepti, “è una religione” – e ne hanno visto cadute e limiti. Crescendo, hanno sperimentato anche la dottrina della chiesa di Rignano, e hanno assistito anche in quel caso a cadute e limiti del renzismo. Questa contiguità politico-culturale fra renziani e dalemiani (e oggi fra renziani, dalemiani e Minniti) era già stata spiegata sul Foglio una volta da Andrea Peruzy, ex direttore della Fondazione ItalianiEuropei, che a Salvatore Merlo disse: “Sono dalemiano, dunque mi sta simpatico Renzi”. E perché? “Renzi è riformista e modernizzatore, come lo era D’Alema quando faceva ancora D’Alema. Guardi che si assomigliano… Persino caratterialmente, un po’”. Per completare il ragionamento di Peruzy, va detto che i dalemiani sono stati quelli con la maggiore cultura centrista e leaderista del Pci-Pds-Ds. Gli ingraiani e i miglioristi erano più critici (ancorché diversamente critici).

 

La matrice leaderista del Pci risale a Togliatti. Chi ha fatto in tempo è stato giovanissimo togliattiano, quindi berlingueriano, poi dalemiano e, infine, renziano. E’ uno schema classicamente weberiano: i dalemiani credono nel carisma, cioè nel dono della grazia del capo. Oggi quel dono viene riconosciuto in Minniti. Nella storia recentissima, il primo a capirlo fu Francesco Bonifazi, che dopo aver sostenuto il dalemiano Michele Ventura alle primarie fiorentine del 2009 passò alla causa del renzismo. Ma la lista è lunga e ora i “dalemiani x Renzi” sono diventati “x Minniti”, concedendosi pure il lusso di congedare il padre, cioè il Conte Max, abbandonandone la casa.

 

Pier Carlo Padoan, ex direttore scientifico della Fondazione ItalianiEuropei ed ex ministro dell’Economia del governo Renzi, oggi sostiene Minniti al congresso. Così come il deputato Andrea Romano, tra i primi a lavorare per la candidatura Minniti, anche lui ex direttore scientifico della Fondazione ItalianiEuropei, dal 2000 al 2005. C’è poi Carlo Cerami, noto avvocato milanese, già alla guida della sede milanese della Fondazione ItalianiEuropei, sostenitore di Renzi e oggi di Minniti. “La scuola di partito partorisce eccellenti quadri che si fanno dirigenti e infine, se la storia lo impone, segretari”, dice Cerami riferendosi a Minniti. In quota territorio & sicurezza, c’è invece Dario Nardella, sindaco di Firenze – firmatario dell’appello dei sindaci minnitiani – viene dai Ds e ha sempre vantato buoni rapporti con il mondo dalemiano.

 

A differenza dell’ultimo congresso, invece, Matteo Orfini non sarà della partita. Anima dei Giovani Turchi, negli ultimi anni è stato (diversamente) renziano, con l’ex segretario del Pd s’era scontrato non poco prima della conversione sulla via di Rignano. Adesso però ha salutato i compagni di viaggio renzian-dalemiani per sostenere Maurizio Martina perché, ha detto Orfini, “se andiamo in tv a dire che l’immigrazione mette a rischio la democrazia in questo paese, che è una sciocchezza, poi la gente finisce anche per credere a Salvini che vuole sparare sui barconi. La lettura che è stata data dal nostro governo su quei temi, credo abbia sdoganato una lettura di destra”. D’altronde, l’apostasia colpisce un po’ tutti. D’Alema, ma anche Renzi.

David Allegranti

David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Su Twitter è @davidallegranti.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi