Marco Minniti e alle sue spalle il candidato alla segretaria del Pd Nicola Zingaretti (Foto LaPresse)

Gattopardi e trasformisti. Nel Pd il congresso dei lunghi coltelli

Salvatore Merlo

Delle primarie non si sa nemmeno la data, ma i candidati si pestano su tutto. Zingaretti: “Renzi vuole fregarmi?”

Roma. Non si sa nemmeno quando si vota, perché anche la data delle primarie è materia di conflitto, ma è già una corrida, una torre di Babele, uno psicodramma, il giudizio universale, o forse la quinta di Beethoven. Tum Tum Tum Tuuum. Ma in una trascrizione per armonica a bocca. Senza solennità. “Renzi vuole fregarmi? Spero proprio di no”, dice Nicola Zingaretti rivolto al “senatore semplice di Firenze”, che se ne sta alla finestra mangiando i popcorn, con l’aria di chi affetta disinteresse, fischiettando, ma che intanto viene sospettato da tutti, e in special modo da Zingaretti, che lo dice, d’essere “il gattopardo che fa tutte le parti in commedia”, di rimescolare cioè a piene mani nel calderone di questo congresso del Pd dove tutti litigano con tutti.

 

Schiaffi, graffi, soffi, vecchia e immortale abitudine. Al congresso del Lazio, ieri mattina, tanto per dire, si è ritirato Claudio Mancini, deputato, luogotenente di Matteo Orfini a Roma: “Stanno forzando le regole. W il Pd W i cialtroni”, ha scritto su Facebook. Un bel clima, senza dubbio. E in Sicilia, Teresa Piccione, che è candidata contro il renziano Davide Faraone, ricambiata allude, insinua, azzanna: “Le primarie sono un esercizio democratico di grande valore. Spero che nessuno si sogni di inquinarle”. Inquinamenti, brogli, miraggi e tradimenti.

 

Veri, fasulli, o verosimili. “Mi colpisce la mancanza di serenità di giudizio da parte di chi, dopo aver avuto tutto grazie al nostro coraggio, ora pugnala alle spalle”, aveva detto Renzi a Claudio Cerasa, qualche giorno fa, riferendosi a Paolo Gentiloni (che sostiene Zingaretti). Mentre ieri pomeriggio, su Twitter, Andrea Orlando, l’ex ministro della Giustizia, pizzicava Maurizio Martina e poi si accapigliava con il deputato renziano Luigi Marattin, per un’oscura questione di emendamenti, in una confusione suprema di linea e di orizzonti che dovrebbe, chissà, trovare un giorno sintesi nelle primarie che nessuno sa nemmeno quando saranno.

 

È un destino antico, un’energia misteriosa che sembra trascinarli alla discordia, se non alla rissa, quasi oltre la loro stessa volontà consapevole. E per spartirsi a morsi poi che cosa, alla fine? La leadership di un acrobatico 18 per cento – un miracolo – che sarebbe il risultato elettorale che i sondaggi attribuiscono per adesso al Pd. Fanno a testate, sbattono l’uno sull’altro e sulle pareti della politica come mosche chiuse in un bicchiere. E allora Zingaretti pensa che Martina e Marco Minniti, due dei suoi sei sfidanti, finiscano per allearsi, che corrano cioè separati alle primarie in realtà solo per impedirgli di vincerle.

 

E che insomma i due vogliano riunirsi dopo, in assemblea, ovviamente eterodiretti da Renzi, il “senatore semplice”, che mangia popcorn ma ha prestato il suo braccio ambidestro, ovvero Luca Lotti, a Minniti, e il suo responsabile economico, Tommaso Nannicini, a Martina. Tanto basta al vecchio allievo di Walter Veltroni, Zingaretti, per sospettare e denunciare: “Gattopardi e trasformisti”. Lui che alle primarie conta di raggiungere almeno il 40 per cento, ma teme di essere “fregato”. Se infatti nessuno prenderà la maggioranza assoluta alle primarie – il 51 per cento – allora il segretario sarà scelto dall’assemblea, un’assemblea che rispecchierà le percentuali che ciascuno dei candidati avrà raccolto alle primarie. E la somma di Martina e Minniti, verosimilmente, sarà superiore a quella del solo Zingaretti.

 

Tutto ciò, nella sua inafferrabilità per l’elettore medio, sta già innescando un meccanismo che prevede una catena di oltraggi e rappresaglie di cui ben presto si perderanno non solo l’inizio e la fine, ma anche le motivazioni di fondo. Osservandoli, i dirigenti del Pd sembrano correre all’indietro, tanto che, con l’occhio fisso allo specchietto retrovisore, sembra di rivedere i tempi di Prodi e di D’Alema, gli sgambetti, i ribaltini, le lotte di apparato, le congiure di palazzo, ma senza l’attenuante che lì almeno ci si avvelenava per il governo, per qualcosa che aveva un senso.

 

Al contrario adesso nel Pd si turbano o si allietano per cose delle quali agli altri non importa nulla, ma che per loro sono vitali perché poste in rapporto con il loro patrimonio di speranze e timori di classe. E così l’Italia, che è abituata a ogni genere di rovine – dal 25 luglio alla fine della Dc, dalla tragedia di Craxi al bunga bunga – adesso assiste con lo stesso spirito anche al congresso dei lunghi coltelli. Potrebbe essere l’ultimo.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.