Si scrive Raggi ma si legge Di Maio

Salvatore Merlo

Condannata o assolta cambia poco. Ciò che resterà della storia del sindaco romano è il ritratto inquietante di una calamitosa casualità che si è fatta governo debole ed eterodiretto. Raggi non è una mela marcia del grillismo. E’ grillismo allo stato puro

Roma. Si arrampica fino al banco degli imputati per rilasciare dichiarazioni spontanee, e lo fa con un moto di delicata vertigine nello sguardo, “è surreale”, dice quasi in un soffio. “E’ una vicenda surreale”, ripete come per darsi coraggio mentre la procura chiede una condanna a dieci mesi. Poi in un lampo: “Spero sia l’ultima volta che mi trovo davanti al pubblico ministero”.

 

Così nell’aula del tribunale, la stessa dove oggi pomeriggio la sindaca di Roma ascolterà la sentenza nel processo che la vede imputata per falso in una pasticciata vicenda che riguarda lo stipendio e la promozione di Renato Marra, fratello del suo ex braccio destro Raffaele Marra (finito in carcere per corruzione), ecco che in questa stessa aula Virginia Raggi mormora come uno scongiuro, un malumore, forse una speranza. “Spero sia l’ultima volta”, dice riferendosi ai magistrati, ovvero speriamo che nun se vedemo mai più. Speriamo mi assolvano, “la vicenda è surreale”.

 

E davvero, in un attimo, la parola “surreale” diventa la definizione più calzante per descrivere il contesto che negli ultimi mesi è emerso da questo processo tutto sommato bagatellare che si conclude oggi e che però riassume tra testimonianze, ricostruzioni e intercettazioni, gli ultimi due anni di governo Cinque stelle in Campidoglio, la summa contorta e stordente dello tsunami politico che nel 2016 ha travolto il comune della capitale d’Italia. Gente media, con carriere medie, titoli medi, forse persino capacità medie, che tuttavia improvvisamente e per irripetibile coincidenza astrale si trova proiettata in ruoli d’importanza strategica, al centro delle istituzioni, negli snodi più rilevanti e sensibili della macchina amministrativa. E da lì si attorciglia, sempre più, con un nodo di esterrefatto piacere, quasi con la perversa delizia di soccombere, in un comico rovo di errori, di balle e di pasticci, fidandosi sempre delle persone sbagliate, di approfittatori, di piccoli arrampicatori, di affaristi e mezzi imbroglioni. La procura contesta infatti alla sindaca di aver mentito alla responsabile dell’Anticorruzione del Campidoglio, quando a dicembre di due anni fa Raggi dichiarò di aver gestito lei la promozione, con considerevole aumento di stipendio, di Renato Marra alla Direzione del dipartimento Turismo del comune di Roma, mentre al contrario a occuparsi di ogni cosa sarebbe stato il fratello di Renato, cioè Raffaele, uno dei più stretti collaboratori della sindaca.

 

Marra, come d’altra parte Luca Lanzalone, l’avvocato amico di Davide Casaleggio finito in manette per corruzione nella torbida vicenda dello stadio della Roma, è una figura esemplificativa del modello di governo a Cinque stelle: il depositario di una tecnica, composta di riti e codici che rimangono una nebbia sinistra, popolata di presenze inafferrabili, per una sindaca fragile e spaesata, continuamente sottoposta alla tirannia di Casaleggio e di Beppe Grillo, al punto da aver subìto, e non preso, decisioni fondamentali, non solo sullo stadio, e su decine di altri provvedimenti (uno di questi sarebbe proprio la nomina del fratello di Marra), ma anche nella storia demagogica delle Olimpiadi cui Roma ha rinunciato quasi due anni fa. Raggi avrebbe infatti voluto indire un referendum per chiedere ai romani cosa ne pensavano dei Giochi olimpici, prima di rinunciare, e invece si è ritrovata a dover firmare un documento già pronto, scritto fuori dal Campidoglio, e consegnatole in un triste pomeriggio dal deputato grillino Simone Valente.

 

E insomma la procura, in questi mesi, ha ricostruito e in parte confermato assieme ai giornali un contesto – quello del Movimento cinque stelle – in cui la sindaca, lei che al momento dell’elezione ha firmato un contratto che le impone di obbedire allo staff del M5s, non sa, non conosce, non si orienta, e in definitiva non è probabilmente nemmeno la vera titolare del processo decisionale in Campidoglio, al punto da non avere l’autonomia per scegliere nemmeno gli assessori, i capi di gabinetto e i collaboratori, che come ha raccontato la cronaca degli ultimi due anni, le sono sempre stati via via imposti dai soliti Casaleggio, Grillo e Di Maio: Adriano Meloni, Pinuccia Montanari, Gianni Lemmetti, Massimo Colomban… per citarne solo alcuni. Tutti milanesi, veneti, emiliani, un livornese, alcuni amici personali di Casaleggio o di Grillo. Marra, paradossalmente, era invece uno dei pochissimi, assieme a Salvatore Romeo e Daniele Frongia, di cui la sindaca si fidava, al punto da entrare in conflitto con l’allora capo di gabinetto, la dottoressa Carla Raineri, che invece le era stata “consigliata”. Tuttavia proprio Marra invece di salvarla, l’ha inguaiata e trascinata fin qui, cioè fino al banco degli imputati, fino alla sentenza di oggi, che se sarà di condanna porterà all’espulsione di Raggi dal M5s e dunque probabilmente alle sue dimissioni e alle elezioni anticipate.

 

“E’ surreale”, dice la sindaca. Ma che oggi venga condannata o assolta, che venga stabilito che sia una sindaca tontolona o una sindaca bugiarda, alla fine di questo processo per un reato tutto sommato di secondaria importanza rimarrà soprattutto il quadro generale, il ritratto surreale, appunto, ma anche inquietante, di una calamitosa casualità che si è fatta governo debole ed eterodiretto.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.