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Il Pd vuole ammazzare il Pd

Attenzione a non giocare con le primarie aperte e il segretario-premier

9 Novembre 2018 alle 06:00

Il Pd vuole ammazzare il Pd

Matteo Renzi vota alle primarie per il segretario del Pd(Foto LaPresse)

Sarà il congresso del Pd a stabilire se il Partito democratico continuerà a esistere nella forma di un contenitore aperto, contendibile e a vocazione maggioritaria, o se invece regredirà alla forma polverosa della socialdemocrazia novecentesca, consegnandosi a un destino incerto, ma forse coerente con l’antropologia a basso tasso di carisma (e verrebbe anche da dire, con tutto il rispetto, anche di vitalismo, almeno per il momento) delle candidature alla segreteria che stanno avanzando in questi giorni. La commissione statuto, riunita ieri al Nazareno, ha infatti correttamente rinviato al congresso una decisione cruciale che riguarda la natura, la visione del mondo, l’anima stessa del Pd: la modifica cioè di quella regola statutaria nella quale si prevede – come peraltro avviene in tutti i principali partiti del mondo – che il segretario sia anche il candidato alla presidenza del Consiglio.

 

È evidente come la separazione delle due figure porti con sé dei rilevantissimi effetti di carattere politico. Corrisponderebbe infatti quasi a un cambio di sesso per il Pd, tant’è vero che, fin dalla nascita del partito fondato da Walter Veltroni – il primo segretario candidato premier – quella norma dello statuto è stata considerata il cuore stesso della grande novità che la sinistra introduceva nella politica italiana: un leader, capo partito e candidato premier, eletto in un meccanismo di primarie aperte a chiunque, dunque contendibili, insomma capaci di determinare profondissime novità, di produrre leadership sorprendenti e, chissà, persino in conflitto con i gruppi dirigenti (com’è capitato con Matteo Renzi). Leadership, nel migliore dei casi, collegate più alle istanze e ai fermenti della società che alle logiche di apparato della cosiddetta “classe eterna”. La fine delle primarie aperte porta con sé il ritorno delle tessere e l’odore stantio di nomenclatura. Non un grande viatico per il rilancio di un partito in crisi di consenso e di rappresentatività.

Redazione

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