La gran cialtronata di sciogliere il Pd

Claudio Cerasa

Più congressi, più satelliti, più ztl, meno cene. Risorgere è dura ma si può

Il tema dei prossimi mesi è tutto qui: occuparsi di staccare la spina o preoccuparsi di trovare una nuova spinta? Da qualche mese a questa parte, una buona fetta dell’opinione pubblica italiana ha scelto di dedicare grande attenzione alla crisi d’identità vissuta dai partiti che si oppongono alla maggioranza di governo e i ragionamenti relativi al futuro dell’opposizione spesso si concludono più o meno così: il Pd non ha più senso perché il Pd è un partito morto. Il fatto che alcuni tra i più importanti volti del Pd non siano in grado di organizzare neppure una cena per discutere come costruire una sana e robusta opposizione al governo dello sfascio non aiuta a portare acqua al mulino del benessere democratico. Ma se si tenta di guardare con attenzione allo scenario di fronte al quale ci troviamo oggi, ci sono buone ragioni per sostenere invece un concetto semplice: pensare di sciogliere il più importante partito d’opposizione italiano perché quel partito ha perso malamente le elezioni ed è ormai solo rappresentativo delle ztl delle città, è una boiata pazzesca. E per capire il perché è sufficiente concentrarsi su alcuni punti semplici.

 

Primo punto: la Lega, che nel 2013 prese il 4 per cento e che nel 2018 secondo i sondaggi intercetta più del 30 per cento del consenso degli italiani, è lì a dirci che quando un progetto non funziona occorre occuparsi più del contenuto che del contenitore. Anche il Pd oggi ha un problema di contenuto più che di contenitore e per risolvere il problema del contenuto in fondo ha una soluzione facile: convocare un congresso subito, mettere in campo il meglio che offre il Pd e arrivare alle elezioni europee con un leader legittimato dagli elettori. Le primarie sono ancora uno straordinario strumento di selezione della classe dirigente e se nel Pd esiste un problema legato alle primarie quel problema è legato all’incapacità di chi le perde di accettare di essere rappresentato da chi ha vinto ai gazebo. Il Pd è un partito entrato in crisi non con le elezioni del 4 marzo 2018, che sono state solo il colpo di grazia, ma con il referendum del 4 dicembre 2016, quando una minoranza del partito spezzò in due il Pd non rispettando il voto delle primarie e votando contro l’indicazione del segretario.

 

La morte della vocazione maggioritaria del Pd, non la morte del Pd, nasce da lì. E fino a quando non vi sarà una nuova occasione per far rivivere questa vocazione bisogna fare i conti con il risultato del 4 dicembre: il ritorno dell’epoca del proporzionale. Nell’éra del proporzionale cambiare pelle in modo radicale, magari solo per adeguarsi allo spirito del tempo sovranista, è un rischio che un partito che cerca una nuova spinta non può permettersi e per questo prima ancora di capire in che modo un partito in cerca di identità deve evolversi è necessario comprendere cosa si rappresenta. E l’esempio della ztl ci aiuta a mettere a fuoco il problema. Essere il partito dei centri storici delle città, per esempio, può essere non un punto di arrivo ma un buon punto di partenza per ricostruire un progetto alternativo a quello disegnato dall’Italia populista e un partito come il Pd non ha altra strada da seguire se non quella di essere il megafono di un’Italia diversa rispetto a quella della decrescita felice: un’Italia che trasforma gli imprenditori nel vero pivot della crescita (sarà la questione settentrionale a far ballare il governo) e un’Italia che trasforma in una sua priorità non la distruzione del lavoro tramite reddito di cittadinanza, ma la creazione di maggior lavoro e di migliori salari.

 

In un momento storico in cui la vocazione maggioritaria può esistere solo in contesti più unici che rari, un partito che non vuole passare il resto della sua vita all’opposizione deve ragionare su uno spartito diverso: non più la vocazione a essere maggioritari ma più semplicemente la vocazione a essere maggioranza. E per provare a essere un giorno di nuovo maggioranza non serve sciogliersi, litigare sulle cene, scommettere sulla sottomissione al grillismo, trasformare i problemi di un gruppo dirigente nei guai di una comunità, ma serve, oltre che innescare subito una competizione interna attraverso il congresso, favorire la nascita di un nuovo contenitore che potrebbe aiutare il Pd a raccogliere i voti che oggi non ha più la forza di mettere insieme. Più che ripartire dalle periferie, dunque, il Pd dovrebbe trovare un modo per ripartire dal centro, ricordandosi che costruire un futuro limitandosi a distruggere il passato è il modo migliore per mettere altra legna sul fuoco pericoloso dello sfascio dell’Italia.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.