Maurizio Martina (foto LaPresse)

Ma il Pd serve ancora?

Redazione

Il Foglio ha posto tre domande “congressuali” ad alcuni millennials della direzione del Pd: 1) Il Pd serve ancora? 2) Qual è la sua identità? 3) Che rapporto deve avere con il M5s? Ecco le risposte

No al casting per il congresso

di Caterina Conti

 

1) In natura ciò che non serve, muore. Del Pd c’è bisogno se svolge la sua funzione come forza democratica e progressista. Significa, in questa fase, svolgere un grande lavoro di collante della società introducendo anche elementi di elaborazione culturale sulle questioni centrali del dibattito pubblico. Ma per farlo ha bisogno di una credibilità che oggi non ha più e che può venire solo dall’ammissione degli errori compiuti, dalla proposta di un’alternativa seria e da una discontinuità anche della classe dirigente che lo rappresenta. Cambiare senza la paura di rimettere tutto in discussione: dopo la più grande sconfitta della sinistra, è il minimo. Per questo a mio avviso ci serve il congresso, per ricominciare dal buono che c’è.

 

2) E’ esattamente la sfida del congresso: quale linea teniamo oggi sul jobs act, quella di Poletti che l’ha firmato o quella di Cuperlo non l’ha votato? E’ una domanda lecita, che richiede una risposta articolata, profonda e non superficiale. Le vecchie divisioni del partito sono superate, abbiamo perso tutti. Ma resta che ci sono visioni alternative della sinistra e della società nel Pd. Confrontiamoci e guidi il partito chi trova riscontro maggiore nel paese, tra coloro che si appassionerebbero a questo dibattito. Non si appassionerebbero, invece, a un congresso ‘a casting’. Il Pd deve ragionare su chi sono i deboli da difendere, quai le diseguaglianze da combattere, quali le sfide culturali che ha davanti. E va riallargato lo schema del centrosinistra includendo le realtà sociali, le associazioni, i giovani, i luoghi in cui persone ‘di sinistra’ ci sono e si spendono. Se non stanno più nel Pd, è perché non abbiamo dato loro un motivo per restare.

 

3)
 Dobbiamo andare a recuperare i nostri voti andati al M5s. Intercettare di nuovo un elettorato e un corpo attivo che sono sensibili sui temi che il M5s ha posto: certo, in modo disarticolato, incoerente e superficiale ma la lotta alla burocrazia, il no al privilegio, la lotta alle mafie, l’ambiente sono temi della sinistra. Accordi di potere, invece, non penso siano utili per nessuno.

Basta guardarsi l’ombelico

di Ludovica Cioria

 

1) Il Pd serve ancora se smette di occuparsi del proprio ombelico e ricomincia ad occuparsi delle persone. Nessuna propaganda, infatti, potrà mai cancellare i bisogni delle persone e mi dispiace molto per i ‘né di destra né di sinistra’ contemporanei, ma finché ci saranno i bisogni e quindi i deboli, la sinistra esisterà sempre. Il Pd deve decidere se vuole essere un vero partito di centrosinistra, nel senso più semplice ed essenziale del termine, ovvero il partito che prende sulle spalle le esigenze dei deboli e le trasforma in battaglie per dar loro una vita migliore. 

 

2) In questo momento in Italia c’è molta insicurezza, legata alle condizioni economiche e sociali delle persone. Anche se i dati non sono catastrofici, la maggior parte delle persone sente che la propria condizione di vita non è stabile. Succede a chi ha contratti precari e vive nella paura di perdere il posto di lavoro, tanto quanto a chi si mette a cercarlo e non trova niente per mesi o addirittura anni. Il lavoro è oggi, in Italia, un dramma non solo individuale, ma addirittura familiare e quindi anche sociale. In questa società debole è chi non ha un’occupazione stabile (che non significa necessariamente a tempo indeterminato). L’identità del Pd è quindi nella battaglia per il lavoro: lavorare tutti, lavorare meglio (abolizione di tutte le forme di lavoro gratuito, più formazione e contratti poi adeguati alle qualifiche del lavoratore, sicurezza sul lavoro, salario minimo legale) e, possibilmente, lavorare meno (riduzione orario di lavoro e anni di lavoro, per agevolare ingresso nuove risorse).  Per rompere questa falsa ossessione del nemico alle porte (che sia l’immigrato, Soros o il signoraggio bancario) bisogna riportare le persone ad avere fiducia in sé stesse e nello Stato: per fare questo c’è bisogno che lo Stato diventi intransigente verso ogni forma di sfruttamento, corruzione e clientela.

 

3) Su punti chiari come questi possono aggiungersi tutti coloro che la pensano in questa maniera. Perché un conto è fare gli accordi di palazzo, fra politici, un conto è fare gli accordi di strada, fra le persone. Basta uscire dall’ambiente parlamentare per accorgersi che gli elettori sono diversi dagli eletti, soprattutto nel caso di partiti pigliatutto come il M5s. Molti di noi hanno almeno un amico che si diceva di sinistra e che invece stavolta ha votato movimento, ecco questo non deve essere un motivo per non parlarsi mai più, anzi! Se ci aggreghiamo sulla base di cose vere, ovvero delle battaglie per i bisogni, magari qualcuno che si è perso in qualche praterie stellata potrà ricredersi. Io credo sia possibile parlare ad una parte di coloro che hanno votato movimento 5 stelle, senza per forza doversi imbarcare anche tutti quegli esponenti nazionali che sono palesemente lontani da noi.

L’inverno sta arrivando

di Umberto Costantini

  

1) Il Pd non è il fine, è uno strumento se si usa per lo scopo per il quale è nato serve, se no no. È una sorta di contenitore, se dentro ci stanno persone che vogliono migliorare il paese partendo dagli ultimi, i più deboli e così spingendo tutti (indipendentemente da reddito, colore della pelle, orientamento sessuale, religione ecc) in alto bene, serve, e tanto. Se invece è fatto da gente che si spartisce potere (quel poco che resta) e non è capace né di sporcarsi le mani nella realtà di provincia né di ispirare il sogno di una società dove le persone stiano tutte meglio: no. Io lavoro perché possa essere valida la prima opzione. Per dirla alla Games of Thrones, volenti o nolenti è chiaro che “l’inverno sta arrivando? quindi dobbiamo prepararci, seminare e ispirare perché presto o tardi arriverà la primavera e una volta scioltasi la neve si possa vedere qualcosa germogliare.

   

2) L’identità è quella di sinistra e secondo me di sinistra ha ancora senso parlarne perché quella è la casa dei progressisti. Solidarietà, accoglienza, equità, uguaglianza, cure mediche gratuite per tutti, redistribuzione della ricchezza, diritto universale allo studio, fratellanza internazionale. Sono temi che sicuramente non vanno di moda oggi e con questi non si vincono oggi in Italia le elezioni, non portano consenso, ma secondo me portano senso. E per queste cose, per questi sogni lotto, per cose tiepide e ‘cerchiobottiste’ sparate tanto per seguire i sondaggi no.

   

3) M5s: no grazie. Possiamo perdere le elezioni, ma non la nostra identità. Tutti coloro che sognano e si adoperano per un’Italia inclusiva e progressista, tollerante e solidale devono stare insieme, uniti anche a costo di esser sconfitti. Loro non sono tra questi, basta aver amministrato in luoghi dove sono presenti anche loro nelle istituzioni per accorgersene e vedere che il loro obiettivo è far crescere il movimento, non il paese, spero che chi gli ha dato fiducia apra gli occhi e capisca che non è lì che si costruisce un società migliore. La storia giudicherà questi anni e francamente vorrei che quando i miei nipoti chiederanno dove stava lo zio Umberto negli anni venti gli si possa rispondere che stava dalla parte opposta dei populismi. Stava dalla parte opposta rispetto a chi, pur di avere un briciolo di retweet in più, aveva rapporti ambigui con paesi stranieri che, attraverso la rovina dell’Italia realizzavano la disgregazione dell'Europa.

Serve un racconto identitario forte

di Marco Pierini

 

1) Trovo avvilente il dibattito ombelicale sulla forma da dare al Pd. E’ la politica a mancare: con un M5s che pur di governare è disposto a seguire Salvini ovunque e una Lega che sta lentamente fagocitando il centrodestra intero è del tutto evidente che il Pd abbia un grande spazio da riempire come unica forza d’opposizione.

 

2) La sfida però è titanica: riusciamo a proporre un’alternativa egemonica dal punto di vista culturale che sappia scontrarsi con l’opzione populista senza giocare in difesa? Riusciamo a offrire un racconto ‘identitario’ forte? Il nostro problema non sono le proposte in termini di politiche pubbliche ma la difficoltà a offrire una visione forte e autentica.

  

3) Da questo punto di vista si può usare – come ho letto – la chiave di lettura del ‘popolo contro le élite’ per costruire una proposta alternativa? Per quanto mi riguarda no, per il semplice fatto che provare a costruire una nuova egemonia usando le parole d’ordine dei populisti equivale a perdere in partenza, a sancire la loro vittoria culturale prima ancora che politica. Per il Partito Democratico avvicinarsi al modello M5s nei contenuti (illiberali) e nel modo con cui guardiamo alla realtà sarebbe un errore esistenziale: c’è bisogno di un’opposizione convinta e dura ma soprattutto di iniziare fin da subito a ricostruire una proposta radicale a sostegno di un’idea aperta della società. Tutto questo per dire che a me pare che lo spazio ci sia, il tema è avere il coraggio di riempirlo. L’alternativa è non giocare nemmeno per paura di perdere, è condannare l’ultima grande forza europeista italiana alla subalternità culturale. Francamente non ce lo possiamo permettere.

Non servono cene private

di Dario Costantino

  

1) All’Italia serve un partito di sinistra capace di organizzare attorno a sé forze, idee, valori e saperi. Se la comunità del Pd decide di essere questo allora avremo ancora una funzione nel paese. Se ci lasceremo incastrare in qualche cena privata, la vedo dura.

  

2) Io sogno un partito progressista, libertario, egualitario e democratico. Mi spiego. Progressista nel senso di profonda adesione ad un’idea di sviluppo centrata nella diffusione della conoscenza, al servizio del bene comune, della piena realizzazione di ogni persona e delle scoperte del genere umano. Non dobbiamo avere paura del progresso, ma il ruolo della sinistra è anche quello di rimediare alle nuove alienazioni, incertezze e paure che ne possono scaturire. Perché il nostro obiettivo è che il progresso ci fornisca gli strumenti per la costruzione di una società più libera dalle tecnologia del potere, in cui gli spazi di autonomia e autogoverno possano ampliarsi anziché ridursi. Egualitario nel senso di giustizia sociale, redistribuzione della ricchezza, difesa e promozione dei diritti civili. Democratico perché oggi un partito di sinistra deve porsi l’obiettivo di recuperare quella porzione di potere che gli stati nazionali hanno perso con la globalizzazione e la deregolamentazione dei mercati. Ciò non significa un nuovo sovranismo nazionalista, al contrario. Dobbiamo promuovere un movimento internazionalista per fronteggiare il potere globale del capitale, regolamentare i mercati e redistribuirne i profitti. Ai progressisti europei spetta un compito difficilissimo: democraticizzare l’Unione Europea e le sue istituzioni. Renderle uno strumento di forza per i popoli europei e non un terreno di contrattazione e conflitto dei governi.

 

3) I Cinque stelle potenziali alleati? Non credo, ma dobbiamo parlare anche a chi li ha sostenuti. Dobbiamo fare opposizione in Parlamento e nella società a delle politiche di destra, illiberali e ingiuste.

Prima gli italiani? No, come gli italiani

di Marco Schirripa

  

1) “Direi che il Pd serve oggi più che mai: In primis ha il compito di provare a ricostruire in Italia la funzione del partito, prendendo atto dei tempi della modernità e delle grandi novità tecnologiche in cui oggi siamo immersi. Dobbiamo tenere insieme tradizione con innovazione, a partire dalle feste de l’unità che vanno mantenute ma ampiamente rinnovate. Inoltre (direi soprattutto) c’è un enorme spazio culturale da coprire. Chi non aderisce al sovranismo populista di Lega e M5S deve poter avere un campo di riferimento cui affidare le proprie istanze: la difesa dei principi cardine delle democrazie liberali, la visione europea, la gestione (non il rifiuto) della globalizzazione solo per citare alcuni esempi. Questi grandi spazi non possono che essere riempiti da una forza che parli ai moderati, ai riformisti, agli innovatori. Tutto quel mondo che è liberaldemocratico, europeista e non nazionalista, che è per il mercato e non per l’assistenzialismo. Ci sarebbero quindi tutti gli elementi affinché il PD avvii un lavoro strutturato, ordinato e positivo di opposizione. Naturalmente a condizione di avere la testa rivolta al futuro, non rivangando tempi passati che, inutile negarlo, non torneranno più. Non è riaprendo l’inutile disputa circa l’essenza della sinistra che ritroveremo la via delle menti e dei cuori degli italiani. Dobbiamo investire tutto sulla visione del mondo che vogliamo offrire e su un’organizzazione snella che riveda la composizione dei nostri organismi (assemblea a direzione in particolare) e che ci renda competitivi. Basta parlare di noi stessi o di come far rinascere la sinistra, questi esperimenti hanno l’impatto dello 0,01 sul consenso degli Italiani, gli esempi di Sel e Leu ce lo confermano nitidamente. Dobbiamo parlare dell’Italia che sogniamo, riscoprire il coraggio dell’umiltà e la bellezza dell’inclusione. Il contrario delle cene escludenti, da qualunque parte provenga l’invito. Aggiungo che c’è qualcosa da imparare anche dalla Lega e dal M5s: la capacità con cui riescono a parlare al paese senza parlare sempre di se stessi.

  

2) Ritengo che debba caratterizzarsi con messaggi chiari e che debba intraprendere delle sfide che ne configurino una cornice delineata. Non possiamo permetterci linee confuse che conducono i nostri elettori allo smarrimento. Esempio pratico: sull’immigrazione dobbiamo avere un messaggio unico e forte da contrapporre al ‘prima gli italiani’. La mia idea sarebbe quella di dire ‘come gli italiani’, con tutti i diritti ed i doveri che conseguono da questa affermazione. Sull’Europa va detto chiaramente che così non funziona e che la soluzione non può essere dividerla ma, al contrario, riformarla ed unirla! Vorrei un partito che tenga insieme i principi di solidarietà e accoglienza con quello di legalità e sicurezza. Che costruisca una robusta alternativa all’Europa di Visegrad e di Orbán. Vorrei un partito con un’identità forte che  magari ci faccia ‘perdere’ qualche indeciso ma che consenta, a chi vi si riconosca, di dire  ‘sì, cazzo, sono del Pd per questo, questo e quell’altro motivo’. Il Congresso deve servire in primo luogo a questo, altrimenti sarà inutile celebrarlo.

  

3) In potenza tutti possono essere buoni alleati ma con i 5 Stelle vedo delle differenze davvero troppo marcate al momento. Penso all’intervista di Davide Casaleggio sulla scarsa utilità del Parlamento, alla Casaleggiocrazia che impone dall’alto i messaggi da veicolare all’esterno e disciplina militarmente tutta la comunicazione grillina, ma penso soprattutto alle giravolte perenni che il Movimento conduce su questioni fondamentali come l’euro, i vaccini, l’immigrazione, le pensioni. E come dimenticare i cambi di opinione perfino sul Presidente Mattarella nei giorni precedenti la formazione del Governo. Se il Movimento dichiarasse di essere una forza europeista e prendesse le distanze in maniera netta dalla Lega già ci si potrebbe ragionare. Ma il vero grande problema, direi esistenziale, del Movimento è che non crede nella Politica, crede solo in sé come unico soggetto in grado di interpretare la volontà generale dei cittadini. Da qui il giacobinismo che sta nel loro modo di operare (di cui parlava Marcello Pera proprio sulle pagine di questo giornale qualche giorno addietro): “se c’è un problema politico che non è stato risolto, dicono, allora c’è un responsabile che ha lucrato, che ha complottato, e chi è considerato responsabile di quel problema deve essere eliminato o abbattuto. ‘Via Renzi’, ‘via Berlusconi’, ‘via Fornero’. Una volta, aggiungo, dicevano anche ‘via Salvini’. La personalizzazione, nella figura di un colpevole, di un problema politico che va oltre l’individuo è un metodo giacobino. Sotto questo profilo ha ragione Renzi a sostenere ‘noi siamo altra cosa’.

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