Giacomelli ci spiega perché il Pd non deve aver fretta di fare il congresso

David Allegranti

“Abbiamo bisogno di riflettere e aggiornare il nostro progetto politico e la nostra politica", dice il deputato del Partito democratico

Roma. “Il Pd è molto più di una discussione surreale su chi cena con chi, come ci si chiama e sul marketing spicciolo. Questa roba non serve a niente”. Antonello Giacomelli, deputato vicino a Luca Lotti, dice che il Pd si sta avvitando su un dibattito “assurdo, incomprensibile per la gente. Poi ci lamentiamo se non ci votano? Maddai”. “E’ surreale”, ripete ancora Giacomelli. “Io ho stima di Matteo Orfini, ma l’insistenza del presidente del Pd che dice ‘sciogliamo il Pd’ e anche la sua insofferenza verso il congresso, peraltro deliberato dall’assemblea che presiede, è incomprensibile. Manteniamo la lucidità delle cose”. Sicché, dice Giacomelli, “la data è il problema finale non quello da cui partire. Guardi, per me il congresso si può fare prima o dopo le Europee. La domanda è un’altra: a cosa ci serve il tempo che ci separa dall’elezione del nuovo segretario? A individuare un percorso impegnativo di approfondimento. Al contrario, una conta tra l’empatia dei dirigenti non ci serve. Dobbiamo andare alle radici vere delle nostre difficoltà”.

 


Antonello Giacomelli (foto Imagoeconomica)


 

Dunque, dice Giacomelli, “abbiamo bisogno di riflettere e aggiornare il nostro progetto politico e la nostra politica. Noi siamo apparsi i sostenitori di un modello sociale ed economico fondato sul mercato senza frontiere, sull’idea di globalizzazione, sull’innovazione, sull’Europa come patria, sulla società aperta. Ma non siamo riusciti a trovare delle risposte a quella parte crescente di popolazione che avvertiva questo modello come penalizzante. E non è una parte piccola. Se questa è la radice della crisi non credo che il problema siano il nome, il simbolo o cose simili. Vedo che passiamo dal Fronte repubblicano al fronte progressista e rimango perplesso. Ho letto con attenzione il suo reportage da Pisa, non mi pare di ricordare una domanda sullo statuto del Pd, sul nome o sul simbolo. C’erano piuttosto le considerazioni di una fetta di cittadini, non per forza soltanto la fetta più debole o emarginata, che avvertiva la difficoltà rispetto a un modello sociale, economico, che ci caratterizza. In quella fetta, da lei raccontata, c’è la lontananza e il distacco, nonché la disponibilità a votare per proposte anti sistema come Lega e Cinque stelle”.

 

Dice Giacomelli che oggi servirebbe “un’assemblea degli esterni come quella della Dc. Io avrei chiamato, non a porte chiuse, giuristi, professori, economisti, sociologi, esponenti dell’economia reale produttiva e del terzo settore, per intavolare una discussione e avere delle risposte. E’ vero, le risposte dei populisti e dei sovranisti sono sbagliate, saranno pure inefficaci, ma è vero che le domande sono giuste e non possiamo dire che l’elettorato sbaglia a porle. O che prima o poi capirà. Il tema quindi non è sciogliere il Pd Semmai di esser coerenti all’ambizione di elaborare un nuovo pensiero politico. Non è neanche, come propone qualcuno, la separazione consensuale fra i sostenitori di Blair e i sostenitori di Corbyn. Mi pare una tesi semplificata, una rappresentazione inattuale. Serve una nuova visione culturale, un progetto politico diverso rispetto alla visione individualista e nazionalista che i populisti e i sovranisti affermano. Per me la cultura di riferimento, oggi ancora di più, è quella della dottrina sociale della chiesa, se non addirittura del magistero del Papa se non rischiassi di sembrare clericale, che consiste nella supremazia della persona sul mercato. Io non sto né con Corbyn né con Blair. Sto con chi riesce a dare una risposta alle speranze disattese di una parte troppo ampia di elettori, che ci ha percepiti come troppo attaccati alla globalizzazione senza regole e una società aperta, senza confini. Tutte cose su cui puntare, certo, ma senza concedere al mercato la sovranità di regolatore di diritti e speranze delle persone”.

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  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.