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L’impresa dice no al governo Lega-M5s

Il presidente di Confindustria ci dice che i “poteri forti” sono Salvini e Di Maio e conducono l’Italia al disastro economico

30 Ottobre 2018 alle 10:35

L’impresa dice no al governo Lega-M5s

Il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia intervistato dal direttore del Foglio Claudio Cerasa alla Festa del Foglio

Pubblichiamo ampi stralci dell’intervista che il direttore del Foglio, Claudio Cerasa, ha fatto al presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, sabato 27 ottobre scorso a Firenze, durante la Festa del Foglio a Palazzo Vecchio.

  

Qui il video integrale dell'intervento di Boccia

L'industria Boccia il governo gialloverde

"I poteri forti sono solo due: Salvini e Di Maio", dice il presidente di Confindustria alla Festa del Foglio. Ecco l'intervento integrale

  

Claudio Cerasa: Sono passati circa cinque mesi dall'inizio del governo. Ci sono elementi per essere ottimisti rispetto alla traiettoria che è stata presa da Salvini e Di Maio?

 

Vincenzo Boccia: “Posso sintetizzare che siamo ottimisti nelle aspettative e pessimisti nelle previsioni. Le critiche che ci fanno, e che sono utili per migliorare, sono legate al tendenziale di crescita del paese. Ciò che rende incoerente questa manovra è che il governo dichiara che attraverso la crescita la manovra diventa sostenibile. Le considerazioni che arrivano, parlano di una crescita debole e questo non ci rende ottimisti per il futuro. Varrebbe la pena approfondire anziché rifiutare le critiche degli altri per capire come trovare una soluzione ai problemi del paese”.

 

C. C.: Proviamo a giudicare quello che è stato fatto finora. Noi sappiamo che la scommessa fatta finora dal governo è di sforare il deficit per fare crescere il paese più del previsto. Isoliamo tre macro temi: lavoro, imprese e credibilità del paese. Partiamo dal lavoro: è stato fatto fatto qualcosa in questi cinque mesi per andare incontro alle esigenze di chi crea lavoro?

 

V. B.: “Questa manovra è fatta di due pilastri. Uno è il contratto di governo, riguarda i fini dell'esecutivo: la flat tax per gli autonomi, il reddito di cittadinanza. Il secondo pilastro a detta del governo è quello sulla crescita, che è un obiettivo nazionale. Il metodo è quello di sforare le regole, per aumentare la crescita, e questo ci permette di finanziare il primo pilastro. Però cosa c’è nel secondo pilastro sul lavoro? Nulla. Sul cuneo fiscale? Nulla. Sull’inclusione dei giovani? Nulla. Sulle imprese? Si depotenzia Industria 4.0, si mette un po’ di Ires sulle imprese, e si impone un carico da 90 di tasse sulle banche, che non sono una questione sociale.

 

Le banche sono quel corpo intermedio che usa i flussi finanziari dei risparmi per mettere in moto l’economia. Se noi aumentiamo la tassazione sulle banche, e se aumentiamo lo spread solo in virtù delle dichiarazioni, e questo è già un capolavoro, corriamo il rischio che davanti a noi non c’è solo una questione di costo del denaro ma anche una questione potenziale di stretta creditizia. Perché le banche hanno acquistato titoli di stato italiani e se i titoli di stato assumono un maggiore rischio questo impatta anche sul capitale delle banche. Anziché chiedere a Putin di comprare i nostri titoli pubblici, cerchiamo di rafforzare le nostre banche e la nostra economia perché quando qualcuno ci fa una cortesia c’è sempre un favore dietro all’angolo da ricambiare. Chi vuole difendere la dignità degli italiani deve partire dalle spiegazioni economiche. Queste spiegazioni sono oggetto di distrazione da parte del governo che pone altre questioni legittime e non sa che attraverso le spiegazioni economiche può realizzare i propri obiettivi politici. Sulle spiegazioni economiche non c’è nessuno ascolto”.

C. C.: Ci sono alcune questioni su cui si può intervenire mettendo dei soldi. Se le banche dovessero avere dei problemi si può intervenire con una ricapitalizzazione, anche se potrebbe essere molto doloroso. Poi ci sono temi su cui i soldi non bastano, tipo la credibilità di un paese. In questi cinque mesi, il giudizio sullo stato della credibilità dell'Italia è positivo o negativo?

 

V. B.: “Si sono susseguite dichiarazioni a tutto campo: sia pro-europee sia anti-europee, c'è stata molta confusione. Se guardiamo all'andamento dello spread, vediamo che spesso è aumentato a seguito di dichiarazioni e non fatti. Noi la manovra l’avremmo fatta in modo diverso, però crediamo che la sfida della crescita sia interessante. Vediamo che al momento ci sono due criticità: il governo non ha un buon rapporto con i corpi intermedi, né precedentemente e né successivamente alle proposte di legge. Non c’è dialogo e questo non coincide col fatto che bisogna andare sempre d'accordo. Il governo deve capire quali sono le proposte degli altri, e se vanno nell'interesse nazionale. La credibilità sta nella dimensione della politica e dell’economia e si misura con i risultati.

 

Noi possiamo dichiarare quello che vogliamo però se tra qualche mese la crescita non ci sarà e se ci sarà meno occupazione, l’esecutivo si giocherà non solo l’abilità di governare il paese, ma anche la sua credibilità. Quindi andiamo oltre, non c’entra solo la sostenibilità della manovra economica. Non vorrei che si usasse sempre l’alibi delle colpe degli altri. Tra qualche mese, se non dovesse arrivare la crescita, che noi tutti ci auguriamo, non vorrei che la colpa fosse scaricata sull’Europa. Il governo deve iniziarsi ad assumere la responsabilità delle proprie scelte. Ritengono che questa manovra aumenti la crescita – secondo me no, per loro sì – allora se tra tre mesi osserveremo la crescita, al governo gli faremo un applauso. Se tra tre mesi non dovesse esserci la crescita, a Salvini e Di Maio basterà guardarsi allo specchio per capire di chi è la colpa. Non vorrei che tra qualche mese la colpa sarà di qualche potere forte, degli altri, e iniziamo un gioco in cui cerchiamo le colpe, che sono in realtà davanti a noi”.

“La somma dei nazionalismi non creerà un’Europa migliore ma un’Europa peggiore. Ora dobbiamo dire ‘Europa First’” 

  

C. C.: Un non detto, che vive come un incubo in questa fase storica in Italia, riguarda il tema dell’euro e dell’Europa. Il rischio è che in maniera volontaria o involontaria tutto ciò che viene fatto in questa fase politica ed economica porti l’Italia tra qualche mese o tra qualche anno a scegliere cosa fare sulla moneta unica. Parlando con i colleghi di altri paesi europei, percepisce che questa è la grande paura attorno alla parola Italia?

 

V. B.: “La preoccupazione è che la somma dei nazionalismi non crei un’Europa migliore ma un’Europa peggiore. Quelli che dovrebbero essere alleati della Lega sono gli stessi che hanno criticato maggiormente l'Italia. Il grande dibattito delle elezione europee non sarà Europa Sì o Europa No, ma ‘Europa come’. L’Unione europea dovrebbe essere un grande luogo in cui accettare la sfida riformista per costruire un nuovo sogno di un’Europa ideale per i giovani, le imprese e le dotazioni infrastrutturale. Questo è fondamentale per evitare che da gennaio arrivi la procedura di infrazione, che ci stiamo chiamando, è che a quel punto diciamo che è colpa dell’Europa che non ci consente di fare quello che vogliamo, cioè più debito e più deficit. Il rischio è che anziché costruire un’Europa del futuro – orientata attorno a tre pilastri fondamentali: pace, prosperità e protezione – costruiamo invece un’Europa dei nazionalismi che è l'opposto di quello che vogliono i cittadini. Noi vogliamo un’Europa che costruisca cittadini europei di nazionalità italiana, che vogliono aprirsi e non chiudersi. Ci rendiamo conto che se qualcuno parla di “First France”, “First Germany” e “First Italy”, questi mercati si chiudono e non si aprono e noi rallentiamo rispetto alle prospettive dell'Italia. Noi dobbiamo guardare alle sfide con la Cina e con gli Stati Uniti. La Cina ha deciso di diventare il più grande esportatore al mondo e sfrutta la Via della Seta per accedere al mercato europeo. Dall'altra parte c'è l'America, che ha imposto i dazi per proteggere la propria industria, e ha abbassato le tasse e il costo dell'energia per le aziende. Due paesi con chiavi di lettura diverse che però hanno la stessa priorità: la questione industriale.

 

Noi europei invece andiamo nella direzione opposta: la disintegrazione fa gli interessi di Russia e Stati Uniti e, un po' meno, della Cina. Ci rendiamo conto di questo? Vogliamo replicare all‘America First’ del presidente americano Trump, che ha un enorme mercato interno, con l’‘Italy First’? Ma ci rendiamo conto di quello che siamo? Mi sembra evidente che rispetto a quel mercato tu devi rispondere con un ‘Europe First’, e questo non significa che viene prima l'Europa dell’Italia. Significa che l'Italia, che ha una grande identità nazionale, vede nell’Europa una clausola di salvaguardia per il futuro, partendo da un concetto semplice che si può sintetizzare con una frase di Jean Monnet: ‘I miei obiettivi sono politici ma le mie spiegazioni sono economiche’. I governi e i partiti d’Europa devono ripartire dalle spiegazioni economiche per raggiungere degli obiettivi politici, questa è l'Europa che sogniamo. In Europa ci vuole più politica, il primato della politica, che deve diventare sogno e speranza per i cittadini europei. I nostri colleghi francesi, che sono europeisti come noi, vogliono organizzare ‘merci Europa’, grazie Europa, ma per me questo non è sufficiente, non basta raccontare l’Europa del passato, ma bisogna pensare al futuro. Churchill diceva ‘ti voteranno per quello che farai non per quello che hai già fatto’.

 

E’ arrivato il momento di pensare al ruolo dell'Italia in Europa. Se vuoi un'Italia che non è periferia ma è centro del mediterraneo, che è aperta ad est e a ovest, devi creare le infrastrutture anziché distruggerle. Perché le infrastrutture rappresentano un’idea di società, collegano centro e periferie e paesi al mondo. Senza periferia la tua idea di società non è inclusiva. Io vi faccio più di un esempio: dall’Aeroporto di Firenze, al Terzo Valico, alla Pedemontana. Ma come cresciamo se chiudiamo i cantieri? I cantieri e non i progetti: noi andiamo oltre e con le dichiarazioni facciamo aumentare lo spread. Mi scusi direttore, io sono ottimista però oggi è sabato mattina e anziché dedicarlo alla famiglia devo dibattere sul futuro del paese e questo mi crea un certo nervosismo.

 

C. C.: Una retorica forte, non solo italiana ma anche europea, ha trasformato le banche nei nemici del popolo. Chi ha portato avanti questa retorica oggi si trova al governo a dovere fronteggiare un possibile problema. Qualche giorno fa Luigi Di Maio ha detto che il clima è stato avvelenato dalle parole di Mario Draghi. Secondo lei il clima è avvelenato dalle parole del governatore della Bce o dalle promesse del governo?

 

V. B.: “L’atteggiamento di uno dei consiglieri di Trump, che qualcuno al governo sta adottando, è che se hai un problema devi inondarlo di cacca. Ma cerchiamo di difendere la lucidità del capire: il Quantitative easing chi se l’è inventato? L’Italia a differenza di altri paesi non ha usato soldi di Stato per salvare le banche, visto il nostro enorme debito pubblico. Poi, le banche italiane hanno finanziato il debito pubblico italiano e questo è stato per loro un grosso elemento di rischio perché hanno in pancia oltre 300 miliardi di titoli di Stato e questo crea una sovrapposizione tra le criticità del bilancio dello Stato e quello delle banche. Inoltre, le banche non sono il simbolo dei ricchi ma sono quello strumento di impresa che si mette in mezzo tra il risparmio e finanziamento dello sviluppo.

 

Se tu attacchi le banche da un punto di vista politico e fiscale e fai aumentare lo spread il combinato disposto delle due cose, che depotenzia il valore dei titoli di Stato, potrebbe comportare una stretta creditizia. Prima di arrivare a ciò, perché non eviti di realizzare questa minaccia che viene solo dall'interno del paese? Se partiamo da una logica di pregiudizi, in cui vogliamo individuare le colpe senza prescindere dalle spiegazioni economiche, allora il paese rischia molto. Il punto non è il dibattito tra Draghi e Di Maio ma il problema è il seguente: abbiamo chiare le complessità del funzionamento dell’economia italiana o pensiamo che se arriva la stretta creditizia possiamo dare la colpa ai poteri forti? I poteri forti sono solo due: Salvini e Di Maio, faccio nomi e cognomi, non sono generico. Perché hanno le leve della politica economica dell’Italia e perché possono fare tutte le nomine delle aziende pubbliche, a trazione del governo. Mi sembra giusto, e così. Io vorrei fare un appello dal pensiero forte, perché io non sono un potere forte, anche se un giorno lo vorrei diventare. Prima di arrivare a un punto di non ritorno io penso che bisogna fare qualche riflessione: non puoi dire di volere un dialogo con l’Europa, se poi non sei pronto a cambiare nulla della manovra”.

“Anziché chiedere a Putin di comprare i nostri titoli pubblici, cerchiamo di rafforzare le nostre banche, motore dell’economia” 

 

C. C.: Questo è un punto chiave. Per ora abbiamo descritto le criticità di questa fase storica ma un buon ottimista, che è contro il rancore, deve anche proporre qualcosa di costruttivo. Che modifiche farebbe lei alla manovra non per arginare lo spread ma per dare una prospettiva di futuro e garantire posti di lavoro all’Italia?

 

V. B.: Vari punti. Bisogna partire dalle infrastrutture, e realizzarle nel più breve tempo possibile. Bisogna riaprire i cantieri e mettere da parte la questione ideologica, che non è marginale. Poi, aumentare il tetto del fondo di garanzia per le imprese per dare una finanziabilità in questa fase delicata. Poi, terzo, dobbiamo aprire un fondo di inclusione per i giovani – al sud abbiamo il 34 per cento di disoccupazione giovanile e non la risolveremo con le pensioni. Poi bisogna detassare i premi di produzione, per aumentare gli stipendi dei lavoratori in base alla loro produttività. Quella produttività che serve per rendere più competitiva l’Italia in confronto alla Germania. E ho tante altre proposte, Direttore, gliele può riferire lei al ministro Tria visto che abbiamo difficoltà a confrontarci, così facciamo un gioco di squadra. E poi c’è il pagamento della Pubblica amministrazione – possiamo lavorare a una mega cartolarizzazione che non costerebbe allo stato e manderebbe flussi di liquidità alle imprese. Ci sono cinque o sei punti, su cui bisogna fare coerenza.

 

Ad esempio, i cantieri li apri o non li apri? Perché se pensiamo che le opere faraoniche non bisogna farle, e bisogna fare solo le piste ciclabili, allora viviamo su due mondi diversi. Sono cinque cose semplici da dire ma difficile da fare. Come sempre, ci vuole la volontà politica. Però in questo modo il secondo pilastro della manovra sulla crescita coinciderebbe con gli obiettivi del governo, con la credibilità e con una maggiore crescita. Però se poi si decide di depotenziare l’industria 4.0, tassare le banche, chiudere i cantieri, allora è difficile fare la crescita. Però il nostro ruolo è quello di fare proposte, non denunce. Perché la denuncia senza la proposta non ha senso. Noi siamo interpreti, e non portavoce, del malessere di chi fa impresa. Allo stesso modo, la politica deve essere interprete e non portavoce del malessere dei cittadini. Se i partiti diventano portavoce non si fa più politica, si fa anti politica. Non c’è più una dimensione interpretativa della politica. Se si fa un referendum per decidere ogni scelta, allora non c'è più bisogno di un leader. Vogliamo avere questo? Io penso di no. Si chiamava un tempo centralismo democratico, amato da molti e applicato molto bene in Cina. Ma noi in Italia abbiamo altre dimensioni di una società democratica”.

 

C. C.: Nella nota tecnica del decreto dignità c’è scritto che quella riforma brucerà 8 mila posti di lavoro l’anno. La manovra poi ha destinato l’1,2 per cento del pil a chi non lavora, attraverso il reddito di cittadinanza e le pensioni. Infine il governo ha chiamato gli imprenditori “prenditori”. Sul lavoro il governo ha fatto poco. Ma la stima sugli 8 mila posti di lavoro in meno prevista dai tecnici del Mise non rischia di essere eccessivamente ottimistica?

 

V. B.: “La situazione è più grave di quella che lei immagina. Il dl dignità non comporterà né un aumento né una diminuzione nel numero dei posti di lavoro. La conseguenza sarà una: avendo eliminato le cosiddette casuali da 36 mesi a 12 mesi, il turnover dei giovani aumenterà e avrai una maggiore sostituzione da anno in anno. Ma il punto è il reddito di cittadinanza. Premetto che nel paese bisogna eliminare i divari, e che la proposta è condivisibile. Tuttavia, il lavoro ha una dimensione politica, pedagogica e formativa. È possibile che il reddito di cittadinanza lo possiamo concedere a chi può rifiutare fino a tre proposte di lavoro? Ma nel mezzogiorno del paese avere una proposta di lavoro è già un miracolo. Poi, il posto di lavoro deve essere entro i 53 chilometri dalla tua residenza. Perché noi, giustamente, viviamo in un paese di piena occupazione, talmente opulento che stiamo costruendo una pedagogia formativo per i nostri giovani. Invece stiamo incentivando il lavoro in nero: basta lavorare in nero durante il fine settimana per avere 800 euro al mese. Stiamo dicendo ai nostri giovani: non studiate, tanto la soluzione nel paese c’è. Questo è l’atteggiamento che noi dobbiamo combattere, che non è la divisione tra poveri e ricchi, la questione della classe sociale. Ma come lo vuoi costruire con questo processo. Il decreto dignità sono le elementari, qui siamo al master”.

 

“Se pensiamo che le opere infrastrutturali non vanno fatte, e bisogna fare solo piste ciclabili, viviamo su due mondi diversi”

C. C.: Salvini, Di Maio e Tria. Se potesse fare una domanda a ognuno di loro, cosa gli chiederebbe?

 

V. B.: “Non sono mai andato da Marzullo perché mi ha sempre inquietato quando diceva ‘si faccia una domanda e si dia una risposta?’. La domanda è molto semplice: come intendete spiegare a noi cittadini il secondo pilastro della manovra, che è la crescita. Ritenete che i cantieri di Tap e Terzo Valico vadano riaperti? Ritenete che ci sono delle misure ideologiche che vanno a danno del paese? Le proposte di Confindustria vanno nell’interesse del paese? E se no, quali sono le alternative per stimolare la crescita? Le piste ciclabili? Se a questo mi danno una risposta, allora siamo a posto. Ognuno di noi ha i traumi da bambino. Il ministro dei Trasporti Toninelli doveva partecipare a un incontro con Confindustria. Non è venuto e ha mandato una lettera di tre pagine. Semplifico quella che c’era scritto: ‘Non opere pubbliche ma piste ciclabili’. A me fa piacere perché noi di Confindustria abbiamo un’associazione che fa biciclette. Però a me questa cosa mi ha traumatizzato un pochino”.

C. C.: “Veni, vidi, bici!”.

 

V. B. “Settimana prossima abbiamo la fiera del ciclo e del motociclo a Milano, organizzata da Confindustria e da un’associazione di Confindustria. Noi useremo la dimensione della piste ciclabili per immaginare il futuro del paese, che però è settoriale e non complessivo”.

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