Veni, vidi, bici. Ribellarsi contro la decrescita dell'Italia

Claudio Cerasa

Non si cresce barattando le grandi opere con le piste ciclabili. O si fa l’alta velocità o anche per Salvini è meglio votare

Ci piacerebbe molto essere ottimisti e immaginare che i numeri da paura dell’Italia populista possano costringere il governo del cambiamento ad avere un qualche ripensamento, a mutare strategia, a cambiare direzione, a evitare di avvicinarsi a una curva pericolosa sperando che prima o poi sia la curva a spostarsi. Ci piacerebbe molto essere ottimisti e immaginare che il governo del cambiamento possa capire che un paese che nel giro di cinque mesi brucia cento miliardi di euro in Borsa, fa perdere alle banche il 36 per cento del loro valore, aumenta lo spread di 130 punti, porta i rendimenti dei Btp decennali da quota 2,90 a quota 3,36, contribuendo a far precipitare l’indice di fiducia delle imprese a -1,7 per cento, a cancellare 40 mila posti di lavoro a tempo determinato ad agosto rispetto al 2017, a far contrarre i prestiti di 80 miliardi di euro tra aprile e agosto, a portare per la prima volta dal 2014 la crescita del pil nel terzo trimestre del 2018 allo zero per cento, sia un paese che ha bisogno di investire sulla crescita e sul lavoro e non sull’assistenzialismo e sulle pensioni. Ci piacerebbe molto essere ottimisti e pensare che Matteo Salvini prima o poi riuscirà a far prevalere al governo lo spirito pragmatico della Lega delle regioni prendendo a calci nel sedere il pauperismo grillino. Ci piacerebbe molto credere a tutto questo se non fosse che molte promesse del governo del cambiamento lasciano pensare che purtroppo il peggio debba ancora venire.

 

E per capire la ragione di tutto questo mettiamo per un attimo lo spread, il Btp, la Borsa, i rendimenti, le banche e concentriamoci sulle parole di un ministro che oltre a portare a fondo l’Italia prima o poi porterà a fondo anche la Lega. Il ministro è Danilo Toninelli, il ministero è quello delle Infrastrutture e dei Trasporti e le parole da urlo del senatore e ministro grillino non sono quelle regalate ieri alla stampa sulla Tav – per giustificare il no all’alta velocità Toninelli ieri si è inventato che “Macron ha escluso la Tav dalle priorità infrastrutturali proprio dopo aver valutato costi e benefici e non ha stanziato risorse per finanziare il percorso della galleria a Lione”, negli stessi istanti in cui le ruspe francesi a Saint-Martin-de-la-Porte stavano scavando in direzione Italia per completare il tratto francese della Torino-Lione – ma sono quelle regalate qualche giorno fa dallo stesso ministro a un incontro a porte chiuse sulle infrastrutture organizzato da Confindustria e presieduto dal vicepresidente Stefan Pan. Toninelli non ha partecipato a quell’incontro ma ha inviato una lettera con cui ha declinato attraverso due concetti il senso della decrescita del cambiamento.

 

Il primo concetto riguarda un punto che Toninelli considera motivo di orgoglio: la cifra del lavoro che stiamo portando avanti insieme alla mia squadra, ha detto il ministro, non sarà foraggiare grandi opere mastodontiche e dispendiose ma dotare il paese di una rete di tante piccole opere diffuse, che servano realmente ai cittadini.

 

Il secondo concetto che merita invece di essere riportato testualmente riguarda il modo in cui il governo ha intenzione di investire sul futuro e sulle infrastrutture del nostro paese (per le quali il Tesoro ha stanziato lo 0,2 per cento del pil, contro l’1,2 per cento stanziato per pensioni e reddito di cittadinanza). Sono poche righe ma vale la pena di impararle a memoria. Nell’ottica di una attenta cura del territorio e dell’ambiente, ha detto ancora Toninelli, “questo governo punta a fare dell’Italia un paese all’avanguardia”. Per farlo abbiamo pertanto previsto incentivi sulla mobilità elettrica ed è nostra intenzione lavorare per un futuro a basse o zero emissioni. E in questo senso, ecco la conclusione geniale, “investiremo altresì risorse pubbliche per attuare un serio piano nazionale per le piste ciclabili”.

 

L’Italia ha un problema di infrastrutture bloccate, di alta velocità a bassa velocità, di ponti che crollano e che non si riescono a costruire, di spesa per investimenti fissi lordi delle amministrazione pubbliche che dal 2008 a oggi è diminuita del 4 per cento all’anno e il ministro delle Infrastrutture piuttosto che promettere di fare tutto quello che sarà necessario fare per far crescere l’Italia – whatever it takes – promette di fare molte più piste ciclabili. Nulla di strano, nulla di incoerente con il proprio programma elettorale, nulla di contraddittorio con il programma di governo. Se non fosse però che la perfetta linearità del Movimento 5 stelle sull’alta velocità pone un problema non secondario alla Lega che suona grosso modo così: fino a che punto Matteo Salvini si può permettere di togliere dal simbolo del proprio partito Alberto da Giussano per sostituirlo con le cinque stelle del grillismo?

 

Sulle infrastrutture si gioca il futuro dell’Italia e se Salvini volesse provare a sfidare i suoi alleati di governo sul tema dei temi avrebbe una carta semplice da giocare: chiedere al M5s di portare la modifica della Tav in Parlamento e dire senza paura che sulla Tav si decide il futuro del governo. O si fa l’alta velocità oppure anche per Salvini meglio tornare alle elezioni a tutta velocità.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.