Emmanuel Macron e Luigi Di Maio (foto LaPresse)

La manovra alla Macron è diventata Micron

Claudio Cerasa

Poteva essere la manovra del lavoro, della crescita e del taglio delle tasse ma è stata la manovra del non lavoro, della decrescita e delle tasse che non vanno giù. Perché il “successo” di Salvini e Di Maio è un altro colpo all’affidabilità dell’Italia

Nelle trentasette pagine di manovra inviate dal governo italiano alla Commissione europea c’è un un numero che ha la forza di sintetizzare in modo immediato il principale problema contenuto nella legge di Stabilità: 41,8 per cento. Il 41,8 per cento è la previsione della pressione fiscale rispetto al nostro pil prevista dal def per il 2019, e il dato significativo è che il governo ha scelto di scrivere nero su bianco che la manovra del cambiamento, che avrebbe dovuto avere un impatto choc sulla pressione fiscale italiana, non avrà alcun impatto e, nel migliore dei casi, resterà come quella di oggi. Lo scrive il governo nella sua nota di aggiornamento al def e la sensazione di spaesamento in fondo è simile a quella già provocato a luglio quando la relazione tecnica allegata alla riforma sul lavoro voluta dal ministro Di Maio indicava che negli anni a seguire per effetto del decreto dignità l’occupazione sarebbe non aumentata ma diminuita di 8 mila unità all’anno, fino al 2028. Se vogliamo, il principale deficit della manovra del cambiamento non è quello legato allo sforamento del 2,4 per cento, ma è legato all’incapacità mostrata da Matteo Salvini e Luigi Di Maio di costruire una manovra in grado di alleggerire la pressione fiscale, stimolare la crescita e creare le condizioni giuste per generare nuovi posti di lavoro.

 

Luigi Di Maio, lo ricorderete, aveva promesso che l’Italia avrebbe costruito una manovra simile a quella partorita da Emmanuel Macron in Francia. Magari le cose fossero andate davvero così. Macron ha ottenuto una deroga sul deficit dello 0,2 per cento per costruire una manovra finalizzata ad abbassare le tasse con un mega taglio fiscale da 24,8 miliardi di euro (la pressione fiscale in Francia il prossimo anno scenderà dello 0,2 per cento). Mentre, al contrario, la deroga che l’Italia (trenta punti di debito pubblico in più della Francia) ha scelto di prendersi sul rapporto deficit/pil (e che ci porterà con ogni probabilità al declassamento entro la fine del mese da parte delle agenzie di rating oltre alla possibile bocciatura della manovra da parte della Commissione europea), non servirà né a tagliare le tasse né a creare più posti di lavoro, ma solo a finanziare chi non lavora (pensioni e reddito di cittadinanza) e servirà a creare le condizioni per moltiplicare un numero significativo di tasse dirette e indirette. Il governo è riuscito a non far scattare i 12,5 miliardi di clausole di salvaguardia dell’Iva e a confermare una flat tax al 15 per cento per le partite Iva con ricavi e compensi fino a 65 mila euro (il forfait al 15 per cento esisteva già e prima di questa riforma le soglie andavano dai 30 ai 50 mila euro annui, a seconda della tipologia di attività).

 

La verità è che il numero di tasse in più generate dalla manovra supera di gran lunga le poche tasse tolte da Salvini e Di Maio. Primo: le detrazioni sulla sanità allo studio prevedono un taglio del due per cento, dal 19 al 17. Secondo: per finanziare le agevolazioni fiscali alle imprese (valore 1,7 miliardi) sono state abolite altre due forme di agevolazioni fiscali destinate alle piccole e medie imprese (Ace e Iri) il cui valore era quasi il doppio rispetto a quello introdotto sulle partite Iva (3 miliardi contro 1,7 miliardi). Terzo: il costo aggiuntivo sugli interessi pagati dallo stato sul nostro debito pubblico a causa della traiettoria scelta negli ultimi mesi da Salvini e Di Maio è stato quantificato dallo stesso ministero dell’Economia in 3,6 miliardi (è o non è una tassa in più?) e la stessa traiettoria ha fatto crollare di 120 miliardi di euro la capitalizzazione della Borsa italiana dal 7 maggio a oggi generando una tassazione indiretta sui possessori di azioni a Piazza Affari. Quarto: i sette miliardi stanziati per riformare la legge Fornero e arrivare alla famosa quota cento produrranno secondo l’Inps un “incremento del debito pensionistico destinato a gravare sulle generazioni future nell’ordine di 100 miliardi” che rischia di essere scaricato sulle future buste paga dei lavoratori attraverso un aumento del cuneo fiscale. Quinto: alle banche e alle assicurazioni è stata assicurata una stretta sulla deducibilità delle svalutazioni e un aumento delle tasse sui premi dal valore complessivo di quattro miliardi di euro. Sesto: l’unica vera nuova flat tax introdotta è quella applicata agli evasori che grazie al condono potranno ricevere una tassazione al 20 per cento sui redditi non dichiarati fino a 100 mila euro. E, concludiamo, la stessa pace fiscale che Salvini aveva promesso ai suoi elettori in campagna elettorale piuttosto che essere utilizzata per creare gettito utile per abbassare la pressione fiscale in modo strutturale verrà utilizzata solo per coprire gli aumenti di spesa previdenziale e assistenziale.

 

Si potrebbe continuare a lungo sul tema del difficile rapporto mostrato dal governo con la parola “tasse” ma ciò che risulta più grave all’interno della manovra è che l’intero impianto non presenta un solo elemento capace di mettere da parte la più importante tassazione introdotta dal governo del cambiamento: la tassa sulla credibilità italiana. La promessa di non far aumentare il debito pubblico nel 2019 e di ridurre il deficit strutturale a partire dal 2020 avrà forse l’effetto di non far peggiorare sul breve termine i differenziali di rendimenti dei titoli di stato (i Btp triennali ormai hanno un rendimento superiore ai titoli di stato portoghesi a dieci anni) ma difficilmente avrà la capacità di far tornare l’Italia un posto in cui vale la pena investire. Nella pubblicazione mensile presentata ieri da BofA Merrill Lynch sul sentiment degli investitori europei rispetto ai principali mercati azionari nazionali è presente un dato che dovrebbe preoccupare i due vicepremier italiani: nei prossimi dodici mesi il 22 per cento degli investitori europei ha scelto di investire maggiormente in Spagna e in Germania; i paesi in cui gli investitori hanno scelto di disinvestire di più sono la Gran Bretagna e l’Italia (l’esposizione degli investitori in Italia è passata da meno 20 di settembre a meno 25 di ottobre). La prima manovra del cambiamento avrebbe dunque potuto eliminare la tassa sull’affidabilità dell’Italia intervenendo in modo robusto sulle tasse, stimolando la crescita o intervenendo sugli investimenti (la cui spesa prevista nel def raggiunge lo 0,2 per cento del pil contro l’1,2 previsto per la quota 100 e il reddito cittadinanza). Ma nulla di tutto questo è stato fatto. Poteva essere una manovra da Macron, è stata purtroppo una manovra da Micron.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.