Sveglia: il conformismo populista nasce dall'antiberlusconismo

Giuliano Ferrara

Gli anti casta, il vaffa come progetto di onestà, la retorica dei sudditi. Chi sono i veri inventori del sovranismo derelitto

Luigi Manconi pensa di essersi preso una rivincita intellettuale su di noi, che lo ospitammo per anni in una rubrica settimanale intitolata “Politicamente correttissimo”, perché alcuni tra i foglianti, spero la maggioranza ma ciascuno è libero di azzeccarla o di sbagliare in proprio, non sono del tutto convinti che Trump sia una buona innovazione ideologica politica istituzionale nell’American Republic né che l’asse Salvini-Seehofer-Putin-Di Maio sia la più auspicabile delle soluzioni per l’Europa e l’Italia. Saremmo diventati, a forza di cattiverio destrorso, politicamente corretti de sinistra. Così la pensa Manconi. Ma le cose non stanno propriamente così, è “politicamente e storicamente scorretto” sostenerlo, e questo da un Manconi non c’era da aspettarselo.

   

Un quarto di secolo fa Berlusconi, nostro vecchio amico e tutore che a nostra volta tutelavamo come ci piaceva, da servi liberi, conquistò il voto dei forgotten man, nella specie gli operai di Mirafiori, lasciando i liberal di casa nostra, la carovana progressista aggiogata al carro di magistrati d’assalto ed establishment, a brancolare nel buio; chiese e ottenne il consenso come figura eminentemente ricca e televisiva; agì per vent’anni da grande attore caratterista imponendo un paio di cosette: la questione della libertà dagli impacci, quelli sì politicamente correttissimi, dello stato fiscale socialdemocratico al suo declino e l’alternanza di forze diverse alla guida del governo (dello stato, direbbero gli attuali tagliagole metaforici che hanno conquistato Palazzo Chigi e i ministeri). Anticipò Trump di un quarto di secolo circa, e lo supererà di gran lunga nel ricordo degli storici, con un modello di leadership personale calcisticamente vincente che andò dalla lingua scioltissima alle cene eleganti, gli è mancata solo la pratica del gioco del golf, ma quello fino agli ultimi accadimenti era uno sport sopra tutto americano, da noi furoreggiava il Milan.

   

La reazione de sinistra e politicamente corretta a Berlusconi fu la delegittimazione delle maggioranze parlamentari (e mi spiace che su Repubblica Sebastiano Messina non se ne sia accorto, altro che Craxi, che fu un parlamentarista convinto fino al suo ultimo discorso a Montecitorio), e un attacco personale spietato, che rovesciava i valori costituzionali ai quali si appellava ipocritamente, contro la persona che aveva dato al paese in cui viviamo, incarnandola, la possibilità di scegliere chi ci governa in modo chiaro e dunque alla sinistra dell’Ulivo o vecchia sinistra il diritto di governare serenamente quando vinceva nelle urne, fino all’ultimo paradosso di lasciare il testimone all’uomo di sinistra che con il Jobs Act e altre riforme liquidò una tradizione di immobilismo e di pietrificazione sociale e classista della società e della cultura italiana.

   

La campagna anticasta, il vaffanculo come progetto di onestà e il salvinismo come sovranismo dei sudditi nacquero dall’antiberlusconismo, non da Berlusconi, che non andava sulla Piazza Rossa con la felpa del fan di Putin, casomai lo ospitava regalmente nella sua villa in Sardegna e ricambiava nelle dacie di stato o private del capo della democratura postsovietica, sempre con l’idea poco trumpiana di avvicinarlo alla Nato, non viceversa. Provvedendo intanto il Cav. a fare il cerimoniere dei Trattati di Roma, impeccabilmente, e a dare seguito alla nostra tradizione politica di democrazia liberale, con qualche innovazione mattocchia ma particolarmente sapida e politicamente scorretta. Dunque si può essere contro il conformismo di ceto e di linguaggio oggi come ieri, e tanto più oggi che questo conformismo si è impadronito malamente di un antico sostrato di protesta scorretta trasformandolo da risotto in merda. Si può essere contro l’aborto, come peraltro Bobbio, Ginzburg e Pasolini e Amartya Sen, senza per questo abbracciare le gesticolazioni con vangelo e rosario in mano a leader incerti sulle loro radici cristiane, e dunque sconclusionati tribuni di una religione incivile da strapaese insieme ai loro vocianti corifei di una stagione interrotta con la Renuntiatio di Benedetto XVI. Si può stare dalla parte degli eroi del soccorso marittimo, anche quelli con l’anello al naso, anche i cestisti spagnoli di Memphis, e contro il nostro generalissimo dei porti chiusi senza per questo rinnegare la vocazione al controllo dell’immigrazione e senza dismettere il massimo disprezzo per le gesticolazioni dell’antirazzismo e dell’umanitarismo come professione (Saviano, per esempio). Si può considerare un’attività di prostituzione civile e intellettuale il boicottaggio di Israele, caso di political correctness paracriminale se ce ne sono, senza indossare la kefiah e incassando, sebbene il latore del dono sia un pazzo vero e un bambino viziato, il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di uno stato ebraico (sai che novità nella riforma costituzionale di Netanyahu). Si può restare scorrettissimi e non farsi dirigere (purtroppo, vista l’arte) da Daniel Barenboim e dalle sue fisime, ma senza consegnarsi a un occidente privato della leadership americana e soggetto al magnetismo di una Russia sempre bella e cara ma pericolosa. Si può perfino condividere una celebra frase di Edward Said: “Non ho mai capito che cosa significhi amare il proprio paese”, senza che questo cosmopolitismo di reazione al piccolo sovranismo dei derelitti che ci governano appaia una moda di Capalbio. Insomma, caro Manconi, alcuni di noi sono diventati chic ma non radical, o se preferisci radical ma non chic.

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.