L'antiberlusconismo spregevole ha prodotto il populismo di oggi

Giuliano Ferrara

Breve ripasso di un ventennio mica male per l’Italia. Per smascherare i colpevoli di una presa di potere a furor di popolo

Quando prese il potere, Berlusconi era un Cavaliere del lavoro milanese, con tenuta viscontea in Brianza, molto ricco, forse il più ricco, parlava con tocco magico del paese che amava a tutti gli italiani, poi prendeva un sacco di voti da Funari tra le mortadelle e gli “avanti Di Pietro!”, prometteva i miracoli del lavoro, un milione di posti, e del taglio fiscale, meno tasse per tutti, rilanciava il tema nella forma-sonata della libertà, il suo nazionalismo era giocoso, calcistico, tifoso, Forza Italia!, i suoi compagnons de route si chiamavano Letta, Confalonieri, Dell’Utri, Giuliano Ferrara, Previti, Squillante, una barca di socialisti già craxiani sfiniti dagli assalti, molti democristiani di bella fattura ma semiclandestini ormai, un’armata di giornalisti drop out, compagni di scuola, gente d’azienda varia, imprenditori talentuosi e sorridenti alla vita futura, qualche raro sindacalista riformista che la pagherà cara, derrate di publitalioti bene in carne con qualche publidiota, e naturalmente una folla variopinta di ruffiani, questo succede sempre. Mondo e mercati erano in maturazione verso esiti progressivi e abbondanti della società aperta e globalizzata, Clinton aveva preso il potere da due anni, la Silicon Valley cominciava a fare le faville che appiccheranno il grande incendio produttivistico della fine dei Novanta con la prima ondata delle nuove tecnologie dispiegate, le burocrazie e gli enti intermedi facevano le loro solite scommesse, l’establishment bancario e industriale ne diffidava, lo aveva deriso e combattuto quando rompeva il monopolio dell’informazione di stato e il protocollo di Mediobanca, ma diffidava fino a un certo punto (“se vince lui vinciamo tutti, se perde perde solo lui” è la famosa frase cinica dell’avvocato Agnelli). I suoi testimonial popolari erano Mike Bongiorno e Raimondo Vianello, il suo pegno un’impresa dei sogni costruita da un impresario di sogni, con i fondali color confetto e Beautiful e tutto il resto. I suoi veri nemici erano magistrati ex mani pulite con Borrelli alla testa, e il pool schierato a falange nonostante le avance e le ambiguità del mediocre eroe Tonino, un nucleo del partito ex comunista, i costituzionalisti di sempre, i bellettristi del buon gusto, e quella che Cossiga, simpatizzante diffidente anche lui, chiamava “la nota lobby” di Scalfari e De Benedetti, roba forte. Il Cav. certo era anche un impunito, la sua fortuna era stata meritatamente guadagnata in un’Italia semilegale per tutti, non solo per i partiti che dominavano la scena negli anni Ottanta. Di soperchierie in punto di diritto ne ha fatte, ma mai abbastanza per compensare la grande soperchieria del rigetto costituzionalistico e antifascista e della character assassination del parvenu di massimo talento e di buoni voti popolari. 

 

L’antiberlusconismo fu un fenomeno cupo, una rivolta degli spodestati dal populismo dolce e democratico del grande illusionista e gaffeur, tutta condotta nel segno dell’ideologia e della propaganda, solo i terzisti nicchiavano ma con molte cautele, l’Italia che piaceva e voleva piacere si mise di cattivo umore, di animo nero, e si lanciò contro quest’anguilla scintillante chiamata Caimano da un formidabile scrittore visionario e pazzo, il professor Franco Cordero, il tutto durò due decenni, gli diedero mazzate micidiali con l’assistenza speciale di una masnada di giornalisti esteri disinformati e radical chic (ciao Tom), a cui poi toccarono in forma di nemesi il buon Arnold Schwarzenegger e Donald Trump; ricevettero risposte spesso all’altezza, il Cav. tra disastri e ricostruzioni salvò la roba e la libertà italiana, che non è poco, ma più di tanto non poteva fare, perché era un genio sbandieratore, all’opposizione al governo e in campagna elettorale, ma naturalmente non sapeva far politica, guidare una coalizione di governo, sistemare le cose nel suo movimento delle origini. Quel movimento era fatto di buona plastica, era un magnifico set che ha cambiato in meglio la nostra percezione della politica e della vita, poi fu spacciato per mafia nelle leggende metropolitane della Repubblica delle procure, che Dell’Utri sconta in carcere per la sua intollerabile disgrazia capace di trasformare in reato penale grave amicizie palermitane discutibili, disinvoltura, operatività manageriale in terra sconsacrata. E il famoso partito diventava anno dopo anno un banale partito personale di yesman. Il culmine della cupezza si ebbe quando gli fu penalmente rimproverato un divorzio triste, una via d’uscita allegra, da gran puttaniere di prima classe, sempre gentile e generoso con le sue odalische, e di fronte a pedinamenti loschi, intercettazioni da bordello giuridico, processi alla “furbizia orientale” della belle dame sans merci, e alla fine fu costretto a far votare alle Camere una mozione in favore della “nipote di Mubarak”, alla quale noi demi-vierge del berlusconismo ci sottraemmo ma che adesso, col senno di poi, sottoscriverei di corsa.

 

L’antiberlusconismo fu una spregevole adunata continua dell’Italia perbenista, generò in progressione l’anticasta e il populismo incazzato, e finì nel governo del vaffa e della democrazia diretta via Srl di oggi. E’ stato uno stalking assassino, un modo di delegittimare le istituzioni prendendo per buona la favola di un loro sequestro a Villa Certosa, quando è ormai chiaro chi e perché e in che mondo nuovo e con quali competenze e con quali camerati e con quale vocabolario scuro scuro ma antineri ha preso il potere a furor di popolo. Lo stalking è durato vent’anni e passa. Ricominciamo? Direi di no, o come si dice adesso gentilmente, anche no.