Viva il governo*

Redazione

*Quando è in discontinuità con il contratto e smentisce le promesse

Il ministro Trenta sa come rassicurare tutti gli alleati internazionali, dalla Libia a Washington. Bye bye blog

Roma. Come il ministro Tria s’è preso il ruolo di pompiere in economia, così il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha deciso di rassicurare in modo discreto – e quando occorre in modo meno discreto – i partner internazionali da cui dipendono la posizione e la sicurezza dell’Italia nel mondo. Non si tratta soltanto del comando della missione navale nel Mediterraneo, come ha ricordato brusca a Salvini. Nessuno avrebbe detto che il ministro nel suo primo mese in carica avrebbe incontrato il consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton, falco tra i falchi della politica estera americana e consigliere per la Sicurezza nazionale di Donald Trump, e avrebbe promesso, nell’ordine: l’aumento delle spese militari (quasi un raddoppio), la continuazione dell’impegno in Afghanistan (i militari scenderanno da 900 a 700 come deciso dal governo Gentiloni, ma soltanto se si trovano rimpiazzi di altri paesi), il rispetto del contratto sugli F-35 (le agenzie hanno titolato che non ne compreremo altri: altri rispetto al contratto). Inoltre ha chiesto a Bolton un aiuto perché l’Italia abbia il ruolo di leader nella stabilizzazione della Libia e possa cominciare la missione in Niger decisa alla fine della scorsa legislatura. Sono tutti punti in contrapposizione con lo spirito e la linea del blog delle stelle – forse per questo annunciati in un’intervista al sito Defense News in inglese – ma per ora tengono l’Italia sui binari di una solida continuità atlantista, anzi di più.

 

Fra poco Trenta volerà in Libia per incontrare il generalissimo di Bengasi, Khalifa Haftar, che ha minacciato l’Italia dopo la notizia sul possibile inizio di una missione militare italiana nel sud del paese. Il sopralluogo di una delegazione italiana aveva fatto molto alzare la tensione, ma l’incontro ufficiale di Trenta con Haftar – che comunque riceve visite regolari dai servizi italiani, impegnati da anni in una routine di diplomazia segreta – dovrebbe placare l’ostilità. Divisione dei compiti: Salvini conferma l’alleanza nella Libia dell’ovest, Trenta va a rassicurare l’est. 

 

Daniele Raineri

Dalla sterilizzazione delle promesse sul deficit al veto sulle nomine sovraniste. Tria (da solo) tiene in piedi i conti

Roma. Se c’è una persona che sta tenendo in piedi il paese quella è Giovanni Tria. Praticamente da solo, con interventi pacati ma determinati, in Parlamento e nelle rare interviste, il ministro dell’Economia sta proteggendo quell’equilibrio precario fatto di fiducia e credibilità che viene minacciato dal programma del suo stesso esecutivo e dalle dichiarazioni incendiarie della maggioranza che lo sostiene. Tria ha cercato di dare ampie rassicurazioni sulla volontà di non uscire dall’euro, soprattutto impegnandosi a rispettare gli obiettivi di bilancio fissati dai governi precedenti, quindi riduzione del deficit e del debito. Nessun aumento del deficit o “ridiscussione dei Trattati europei” – come scritto nel contratto – ma al massimo un aumento degli investimenti fatti anche attraverso un taglio della spesa corrente (“La nostra discontinuità con i governi precedenti non sarà sul livello di deficit, ma sul mix di politiche fiscali”, ha detto a Bloomberg).

 

Ma l’impegno di Tria nel delicato compito di non far saltare il banco per aria è visibile anche nelle nomine. Ad esempio nella delicata scelta per il ruolo di direttore generale del Tesoro, Tria sarebbe orientato a una soluzione interna, Alessandro Rivera, che negli scorsi anni ha gestito per il Mef la delicata partita delle crisi bancarie invece di Antonio Guglielmi di Mediobanca, sponsorizzato dal M5s, autore di uno studio controverso sull’uscita dall’euro realizzato con Marcello Minenna di Consob per Mediobanca (vigilata da Consob). Secondo Libero quotidiano, Tria avrebbe anche bloccato la nomina del pm Michele Ruggiero come consulente al Mef del sottosegretario Alessio Villarosa del M5s. Ruggiero è il pm della procura di Trani delle fallimentari inchieste contro le agenzie di rating, gli specialisti in titoli di stato e i funzionari del Tesoro responsabili del debito pubblico. Dopo tanti complotti stranieri immaginari, una nomina del genere in una situazione così delicata sarebbe stata un autocomplotto sovranista. Tria lo ha sventato.

Salvini si traveste da Minniti per incontrare partner arabi che contano, dai libici ai sauditi

Roma. Il governo gialloverde ha scelto di continuare l’alleanza strategica con Tripoli e con il premier Fayez al Serraj e questa non era una cosa scontata dopo anni di dichiarazioni molto ostili da parte dei Cinque stelle. Portabandiera di questo sostegno è il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, e anche in questo caso si tratta di una scelta di continuità pragmatica con il governo Gentiloni, che teneva i rapporti con Tripoli grazie al predecessore di Salvini, Marco Minniti. Stare dalla parte di Serraj è una scelta che può essere definita concreta, perché in zona abbiamo molti interessi, dal blocco dell’immigrazione fino al settore energia – l’Eni ha appena annunciato la messa in produzione di dieci pozzi di petrolio, dopo anni di investimenti – ma anche una scelta idealista, perché segue il piano di riconciliazione nazionale che è stato negoziato con le Nazioni Unite con l’intervento di tutti i maggiori attori dell’area e porta, si spera, verso una stabilizzazione duratura. E dire che per affinità ideologiche da social media il governo gialloverde starebbe con l’altra parte, con Khalifa Haftar a Bengasi, che è appoggiato dai russi e dall’Egitto del presidente Abdel Fattah al Sisi. Si vede che dagli scranni del governo il mondo si guarda con un’altra prospettiva. Giovedì pomeriggio, tanto per fare un altro esempio, Salvini ha ricevuto al Viminale l’ambasciatore dell’Arabia Saudita. “L’Arabia Saudita costituisce un elemento di stabilità e affidabilità tanto nei rapporti bilaterali quanto come attore nel più generale scacchiere mediorientale. E’ mia intenzione rilanciare la collaborazione tra i due paesi per riprendere un dialogo costruttivo non solo in tema di sicurezza ma in tutti i settori economici, commerciali e culturali”, ha detto il ministro, e ha annunciato una visita entro la fine dell’anno. Come l’intervista atlantista della Trenta uscita in inglese, anche questo incontro con i sauditi non è stato molto spinto dagli spin doctor del governo. 

 

Daniele Raineri

Il ministro dell’Istruzione Bussetti non vuole togliere i fondi alle scuole paritarie, nonostante il M5s

Roma. Che il Movimento cinque stelle sia tendenzialmente contro le scuole paritarie e spinga con forza per un ruolo più preponderante dello stato nell’istruzione pubblica italiana non è un mistero. “Vogliamo cancellare qualsiasi forma di finanziamento pubblico alle scuole private e alle scuole paritarie – aveva detto in campagna elettorale Alessandro Di Battista – Vogliamo finanziare solo la scuola pubblica. Se vuoi andare alla scuola privata, paghi”. Ora che il M5s è al governo con la Lega, però, e ha votato un ministro leghista all’Istruzione, Marco Bussetti, si scontra con le idee di chi invece sa che senza scuole paritarie l’intero sistema scolastico italiano collasserebbe. Prima di scendere a Roma, Bussetti lavorava al provveditorato di Milano. Docente e dirigente, il ministro si occupa da anni di amministrazione scolastica nella regione che meglio di tutte ha saputo far fruttare la parità scolastica aiutando economicamente le famiglie che non vogliono iscrivere i propri figli nelle statali.

 

Intervistato a giugno dal Corriere della Sera, alla domanda sul M5s che vorrebbe togliere i finanziamenti alle scuole private paritarie, Bussetti aveva risposto così: “E’ un tema complesso, da affrontare senza pregiudizi. Il ruolo delle paritarie è fondamentale, la loro chiusura non aiuterebbe le scuole statali e si genererebbero costi extra. Senza contare che la libertà di scelta educativa è un valore”. Ma Bussetti è stato ancora più chiaro parlando ad Avvenire, pochi giorni fa: “La libertà educativa è un valore da preservare. Io garantisco il mio impegno nella difesa di questo diritto di scelta. All’ordine del giorno non ci sono interventi o modifiche sulla questione delle scuole paritarie”. Con buona pace di Alessandro Di Battista e gran parte del M5s, che dovranno così abbandonare la loro battaglia. Domani in Parlamento Bussetti presenterà le linee guida del suo ministero, e si capiranno meglio le sue intenzioni. L’impressione è che, nonostante le promesse in campagna elettorale, anche sulla scuola il governo del cambiamento cambierà ben poco.