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O si chiude con il passato o si chiude il sindacato

Il governo del cambiamento sta creando le condizioni per cambiare la curva dell’occupazione. Ragioni per sognare una marcia dei 40 mila organizzata dalla Cgil senza Jerry Calà ma con gli imprenditori, contro i veri nemici del lavoro

Claudio Cerasa

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cerasa@ilfoglio.it

6 Luglio 2018 alle 06:14

O si chiude con il passato o si chiude il sindacato

Una manifestazione dei sindacati lo scorso primo maggio (foto LaPresse)

Dovrebbe essere a difesa dell’occupazione, ma l’occupazione migliora solo quando le sue idee non vengono ascoltate. Dovrebbe essere a difesa degli esclusi, ma quando la sua dottrina viene recepita sono gli esclusi a pagarne le conseguenze. Dovrebbe essere a difesa dei giovani, ma quando va a negoziare la sua attenzione è rivolta prima di tutto ai pensionati. Dovrebbe essere a difesa dei corpi intermedi, ma i suoi idoli sono proprio quelli che sognano di sbarazzarsi dei corpi intermedi. Dovrebbe essere a difesa della rappresentanza, ma i suoi paladini sono quelli che sognano di sbarazzarsi della democrazia rappresentativa. Dovrebbe essere a difesa di una politica a sostegno di salari più alti, ma quando le sue idee si intrecciano con quelle della politica il suo interesse primario è rendere più difficile ogni norma capace di decentralizzare la stesura dei contratti aziendali.

 

Se il principale sindacato dei lavoratori, ovvero la Cgil, fosse ancora interessato a difendere un pizzico della sua dignità, di fronte a un governo pronto a togliere alle aziende ogni incentivo utile a migliorare il livello di occupazione del nostro paese dovrebbe armarsi di coraggio e trovare la forza per fare l’unico gesto che potrebbe ridare decoro al sindacato più importante d’Italia: guardarsi allo specchio, darsi un buffetto, provare a risvegliarsi e ripartire da zero. Ripartire da zero significa aprire gli occhi e rendersi conto che i governi non sostenuti dalla Cgil hanno fatto aumentare l’occupazione, mentre quelli sostenuti dalla Cgil promettono di far diminuire l’occupazione. Ripartire da zero significa aprire gli occhi e rendersi conto che tutte le riforme che avrebbero dovuto azzoppare l’Italia sono quelle che in realtà le hanno permesso di rialzarsi (do you remember Jobs Act?). Ripartire da zero significa aprire gli occhi e rendersi conto che era falso sostenere che il contratto a tutele crescenti avrebbe aumentato i licenziamenti. Ripartire da zero significa aprire gli occhi e riconoscere che combattere contro la flessibilità non è un modo di combattere il precariato ma è un modo di combattere l’occupazione. Ripartire da zero significa riconoscere che ogni battaglia fatta per dare più diritti a chi diritti ne ha già molti significa togliere diritti a chi diritti ne ha pochi. Ripartire da zero significa imparare a memoria le frasi con cui due giorni fa il presidente dell’Inps Tito Boeri ha ricordato che “se dovessimo oggi abbassare l’età di pensionamento con prestazioni che hanno ancora una forte componente retributiva, condanneremmo i lavoratori a destinare fino a due terzi del proprio salario al pagamento delle pensioni”, che “ogni abbassamento dell’età pensionabile comporta anche riduzione dell’occupazione perché il prelievo contributivo aumenta e il lavoro costa di più, che “il tasso di licenziamento nell’arco dei 36 mesi relativi ai rapporti di lavoro nati nell’era jobs act ha registrato una percentuale di licenziamenti identici ai contratti precedenti”. Ripartire da zero significa rendersi conto che, come dice oggi Marco Bentivogli nella bella intervista concessa a Salvatore Merlo, “il populismo sindacale ha favorito il populismo politico”, e che dunque se si vuole combattere il populismo politico occorre scegliere una di queste due strade: o chiudere con il passato o chiudere questo sindacato. Chiudere con il passato significa creare le condizioni per costruire insieme con le imprese una grande coalizione finalizzata a esportare in Italia un modello di relazione tra le parti sociali simile a quello che la Germania ha conosciuto ben prima del famoso piano Hartz, quando, alla fine degli anni Novanta, i rappresentanti dei lavoratori e i rappresentanti degli imprenditori decisero di allearsi per dare una spinta al proprio paese puntando sulle stesse due priorità di cui oggi avrebbe bisogno l’Italia: un piano per la decentralizzazione della contrattazione sindacale e un piano per il miglioramento della competitività dell’industria tedesca.

 

Chiudere con il passato significa questo. Significa smetterla di giocare a fare i Jerry Calà del mercato del lavoro. Significa smetterla di alimentare la bolla populista. Significa riconoscere che combattere a favore della chiusura della nostra economia è la via più breve per combattere anche a favore della chiusura del nostro paese (è su questo, cari amici di Rolling Stone, che chi tace è complice). Significa, in altre parole, preparasi al dopo Susanna Camusso, che ci sarà alla fine del prossimo gennaio, scommettendo su un volto capace di mostrare alla Cgil una verità oggi difficilmente contestabile: un sindacato dei lavoratori che combatte a difesa dei protetti e applaude un governo che promette di allontanare dal mondo del lavoro i meno protetti non è un sindacato amico dei precari ma è un sindacato nemico del lavoro. Se ci fosse un sindacato dotato di un pizzico di dignità dovrebbe affrettarsi a capitalizzare i nuovi equilibri determinati dall’anno zero della politica per promuovere insieme con gli imprenditori una marcia dei quarantamila contro un governo che il primo cambiamento che rischia di regalare al nostro paese è quello relativo alla curva dell’occupazione. Chiudere con il passato significa questo. Significa osare. Rischiare. Azzardare. Azzerare. Significa combattere il lavoro in nero, e non alimentarlo. Significa combattere le inefficienze, e non alimentarle. Significa semplicemente scegliere da che parte stare quando si parla di Ilva, di Tap, di Tav, di infrastrutture, di imprese, di sgravi, di produttività, di incentivi ai contratti a tempo indeterminato. O si sta con il sovranismo o si sta con la crescita. In questo senso la scelta è chiara. O si chiude con il passato oppure meglio chiudere il sindacato. E meglio mettersi in marcia per fondarne uno che sappia riconoscere la differenza tra una politica capace di dare dignità a un paese e una capace di togliergliela con la velocità di un tweet.

 

Ieri la Cgil, insieme con la Cisl e la Uil, ha aderito a un appello promosso da Libera, dal Gruppo Abele, dall’Arci e dall’Anpi per indossare, il prossimo 7 luglio, “una maglietta rossa per un’accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà”. Ma Cgil, Cisl e Uil dovrebbero capire che non si può pensare di difendere il principio di accoglienza di un paese senza battersi per rendere quel paese più accogliente per chi ogni giorno prova a investire risorse e capitali. O si sta con il sovranismo o si sta con la crescita. O si sta con l’apertura o si sta con la chiusura. Il tempo per guardarsi allo specchio c’è. La scommessa è grande. L’occasione è d’oro. In gioco non c’è solo un sindacato. In gioco c’è il futuro dell’Italia.

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Commenti all'articolo

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    06 Luglio 2018 - 21:09

    Peccato che le statistiche Istat sull'occupazione indichino che il 95% dei nuovi posti di lavoro siano contartti a termine: se questo non è il fallimento del contratto a tutele crescenti previsto dal jobs act ditemi voi cos'è. Per continuare ad assumere in maniera precaria bastava anche la legge precedente con l'articolo 18

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  • dongivu

    06 Luglio 2018 - 20:08

    Gramsci, Togliatti, Berlinguer, fino a Landini, Camusso, Civati, Fassina, Grillo e M5Stelle, una cultura facile da inculcare ed assimilare nel contesto delle libertà e del benessere occidentali, adesso chi la vince? Solo il suo fallimento la distruggerà e il prezzo lo pagheremo tutti.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    06 Luglio 2018 - 12:12

    Ab ovo. I tentacoli del diffuso modus vivendi attuale sono luciferini, incatenano e privilegiano l’effimero come alternativa al fare e al dire le cose come stanno. Siamo immersi nell’ubriacatura folle procurata dalla libertà senza responsabilità che interessati coppieri hanno versato ad libitum, nelle fauci bramose e sbavanti delle masse. Ferrara l’ha ben definita “l’ottusa e feroce religione dei diritti”, che nasce dail’ubriacatura folle. Finirà, fatalmente, come prevedeva Platone. Non servirà chiamarla democrazia diretta o sovranismo o con neologismi allettanti, di comodo, mielosi e truffaldini: la sostanza non cambia. Uno sguardo al time line della storia lo conferma. Inevitabile fare una chiacchierata con la Libertà. Prima che il lemma perda il suo significato che ne impone un uso responsabile. La vera "democrazia" è quella in cui libertà e responsabilità procedono di pari passo. Non quella che trasforma i desideri in diritti.

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  • DBartalesi

    06 Luglio 2018 - 12:12

    Per fare quello che ha elencato, una grande battaglia per le libertà riassumibile in nel suo slogan "O si sta col sovranismo o si sta con la crescita", occorre un partito ad hoc e un nuovo leader. Qualcosa di simile a ciò che fu il Partito Socialista di Bettino Craxi dopo la svolta del 1978, per capire, annunciata da quella polemica che ricordiamo ancora ...noi siamo per Proudhon e non per Marx. Che poi altro non era che la sfida, mai del tutto vinta, di superare il conflitto lavoro capitale e farne motore di sviluppo . Ma ci vuole un capo. Capace di rianimare e guidare l'esercito in rotta di quelli che credono ancora nel mercato come base di libertà, lavoro e benessere. Gente un po' di destra e un po'di sinistra, che sempre più avvertirà il disagio delle catene dei sovranisti e potrà seguire. Ma ci vuole un capo. Non un dux, o un "Di Mao", ma un vero leader. Che al momento non si vede.

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