Viva il complotto dei competenti

Claudio Cerasa

Quando l’opposizione dà i numeri, sono i numeri a fare l’opposizione. Dalle sberle di Boeri a quelle di Boccia passando per Bankitalia, Confcommercio, Abi e tutti gli altri. Come mettere a nudo la demagogia populista: “I dati non si fanno intimidire”

"I dati non si fanno intimidire”. Dal 2007 a oggi, l’espressione “casta” è stata utilizzata da buona parte della morente opinione pubblica italiana come un termine dispregiativo utile a fotografare in modo immediato un crudele nemico da abbattere a tutti i costi. In un primo momento, la casta da abbattere coincideva con i privilegiati della politica, in seguito la casta si è trasformata in una definizione utile a far diventare tutti i politici dei privilegiati, infine è diventata un’espressione letale capace di delegittimare in un colpo tutti i corpi intermedi, diversi dai movimenti “puri” nati senza casta su piattaforme digitali. Se sei “casta”, sei “élite”. Se sei “élite”, sei nemico del popolo. Se sei “nemico del popolo”, meriti il trapasso politico. Fino a qualche mese fa, la casta, intesa come l’insieme dei corpi intermedi che animano ogni giorno la vita democratica di un paese, in modo paradossale ha spesso contribuito a nutrire il mostro anticasta, arrivando persino a fare il suo gioco (“La casta” è un libro nato dalle penne di due giornalisti del giornale della borghesia).

 

Da qualche settimana a questa parte, però, dinnanzi a un governo spazzatura che ogni giorno mozzica via una fetta di credibilità del nostro paese, alcuni campioni della casta sono diventati gli eroi di una nuova resistenza nazionale. I loro nomi diranno poco al grande pubblico ma è anche grazie alle loro parole, alle loro battaglie e alle loro idee che nelle ultime settimane è stato dimostrato che quando l’opposizione dà i numeri, e quando cioè come racconta oggi sul Foglio Sabino Cassese fa di tutto per dimostrare la sua insussistenza più che la sua esistenza, l’unica opposizione possibile è quella dei numeri. In questo senso, la frase che due giorni fa Tito Boeri, presidente dell’Inps, ha scaraventato contro Luigi Di Maio andrebbe tatuata sul polpaccio di ogni fiero avversario del governo della pazzia populista. Il capo politico del Movimento cinque stelle, lo avete visto, ha accusato l’Inps di aver trafficato in modo sospetto con la famosa relazione tecnica sul decreto dignità, con cui la Ragioneria di stato, lo scorso 11 luglio, ha certificato che il geniale decreto gialloverde sul lavoro contribuirà a far perdere da qui al 2028 circa 83.300 posti di lavoro (contratti a termine) e a far diminuire di 527,7 milioni di euro le entrate contributive e fiscali portando in più 322,3 milioni di euro di maggiori oneri per il Naspi (stima tra l’altro prudenziale considerando che le causali introdotte dal decreto dignità per rinnovare i contratti a termine agiranno nel giro di pochi mesi su una potenziale platea di 280.000, e molti datori di lavoro per non correre rischi con i tribunali è possibile che decidano di far ruotare i lavoratori e di non rinnovare un gran numero di contratti). In questa occasione, come sappiamo, Di Maio ha parlato di una “manina sospetta” (scie chimiche?), di lobby scatenate, di complotti in agguato, e il presidente dell’Inps Tito Boeri ha risposto in modo formidabile al ministro del non lavoro, con un’altra frase da tatuare sul braccio: “Le dichiarazioni contenute nella nota congiunta dei ministri Tria e Di Maio rivolgono un attacco senza precedenti alla credibilità di due istituzioni nevralgiche per la tenuta dei conti pubblici nel nostro paese e in grado di offrire supporto informativo alle scelte del Parlamento e all’opinione pubblica”.

 

Il passaggio, cosa che ieri non è stata notata a dovere dai molti osservatori che si sono occupati del tema, è cruciale perché fotografa perfettamente lo stile della spazzatura populista: il governo anti casta non toglie credibilità al paese solo con quello che fa (le riforme e le promesse) ma anche con quello che dice (lo stile e le accuse). E se qualcuno schiaffeggia i populisti con la forza dei numeri, i populisti hanno solo un modo per continuare a essere credibili: delegittimare le fonti credibili dei numeri di un paese trasformando queste in soggetti non credibili di cui è meglio non fidarsi.

 

Le istituzioni di un paese che funzionano, nella logica populista, sono quelle che difendono a occhi chiusi la traiettoria del populismo.

 

Qualsiasi parere non in sintonia diventa un parere della casta. E quando il parere diventa della casta, la casta non può che diventare nemico del popolo. L’approccio appena descritto è stato esplicitato nelle drammatiche ore di maggio quando il presidente della Repubblica prima di dare il suo via libera al governo è stato accusato di ogni nefandezza (“impeachment”!) solo per aver fatto rispettare la Costituzione e aver fatto valere le prerogative del capo dello stato. In seguito è stato poi confermato in modo più sottile a fine giugno dal viceministro dell’Economia Laura Castelli, che subito dopo aver incontrato il presidente dell’Istat Giorgio Alleva si è lasciata andare diffondendo un comunicato stampa da brividi: con il presidente dell’Istat ci siamo incontrati “per fare il punto sul processo di innovazione portato avanti dall’istituto e sulla sinergia necessaria da mettere in atto con la politica per il raggiungimento degli obiettivi del contratto di Governo”. In altre parole: un ente terzo agisce bene solo nel caso in cui mette in atto “una sinergia” con la politica al fine di consentire il raggiungimento degli obiettivi di governo. E l’approccio sognato dal governo gialloverde con l’Istat (in Grecia la crisi esplose in maniera drammatica anche perché l’istituto di statistica ellenico truccò i conti per poter entrare nell’euro prima e per nascondere lo sforamento dei parametri di Maastricht poi) in fondo è lo stesso seguito da Salvini e Di Maio non solo quando si parla di mercati (100 punti di spread nel giro di un mese significano cinque miliardi di euro all’anno in più di interessi sui titoli di stato e significano condizioni di erogazione del credito per le imprese sempre meno convenienti, ma ovviamente per Salvini e Di Maio i mercati sono meno credibili dello sbarco sulla luna), ma anche quando si parla di Tito Boeri. Perché quando i numeri ti condannano, tu hai solo un modo per ribellarti a quei numeri: delegittimare le fonti.

 

I mercati, dicono Di Maio e Salvini, ci puniscono perché, contro l’Italia, c’è un complotto in corso. La Borsa crolla perché c’è una congiura in corso (dal 7 maggio a oggi la Borsa Italiana ha perso l’11,4 per cento del suo valore bruciando in buona parte i guadagni accumulati da inizio anno). Gli investitori stranieri scappano dall’Italia perché la stampa sta macchinando contro il governo (il 35 per cento degli investitori interpellati da Merrill Lynch qualche settimana fa ha dichiarato di voler ridurre l’esposizione sull’Italia nel prossimo anno). E così via. Tito Boeri però non è l’unico esponente della casta dei corpi intermedi che merita di essere celebrato per fare opposizione con i numeri alle pazzie populiste. Accanto a Tito Boeri – formidabile nelle analisi, un po’ meno sulle proposte – ci sono altri volti della casta che nelle ultime settimane hanno dimostrato coraggio e che meriterebbero una medaglia al valore anti populista. La merita il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, che ha preso a sberle Luigi Di Maio per aver proposto di chiudere i negozi durante le festività, ricordando che quel provvedimento, puntando a ridurre del 75 per cento gli esercizi aperti nei festivi, mette a rischio 400 mila posti di lavoro e rischia di bruciare un fatturato pari a circa 20 miliardi di euro. La merita il presidente della Federazione degli autotrasportatori italiani, Paolo Uggè, che ha preso a ceffoni il governo gialloverde ricordando che scherzare con il Brennero, e le frontiere, significa mettere a rischio un export di 17 miliardi verso l’Austria e produrre una perdita per l’economia italiana di 370 milioni di euro all’anno, per ogni ora di attesa più alla frontiere. La merita il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, che sfidando il pensiero unico anti mercatista ha spiegato perché andare contro il Ceta (l’accordo commerciale Ue-Canada) significa andare contro l’interesse nazionale, ricordando che l’agricoltura italiana non ha bisogno di dazi, ma di mercati aperti sui quali continuare ad affermare l’eccellenza del made in Italy in ogni parte del mondo. La merita il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, che ha rivendicato il dovere degli imprenditori di schierarsi contro un decreto sul lavoro come quello impropriamente chiamato dignità, perché un governo non può permettersi quando si occupa di lavoro di “disegnare regole punitive e dalla portata tanto ampia quanto generica”, perché “l’unico denominatore comune delle scelte fatte in tema di lavoro e delocalizzazioni è di rendere più incerto e imprevedibile il quadro delle regole in cui operano le imprese italiane” e perché “se passa l’idea che a ogni cambio di maggioranza politica si torna indietro su scelte strategiche per la nostra economia, è la nostra credibilità che mettiamo in discussione”. La merita il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, che pochi giorni fa ha ricordato che l’anti europeismo è un danno per l’interesse nazionale specie in un momento in cui “l’Italia si trova a un bivio e rischia la fine dell’Argentina se non sceglie l’Europa”. La merita anche per Marco Bentivogli, uno dei pochi sindacalisti che andrebbero clonati, che da settimane ricorda al ministro del non lavoro Luigi Di Maio e al suo compagno di baldoria Matteo Salvini che scegliere di sostenere sull’Ilva la linea demagogica e anti industriale di Camusso-Emiliano significa fare di tutto per spingere fuori dall’Italia un’azienda, come ArcelorMittal, che si è impegnata per un investimento totale di 4,2 miliardi di euro, e fare di tutto per distruggere quel punto di pil che vale ogni anno l’Ilva. La merita infine anche il governatore di Bankitalia Ignazio Visco che a maggio durante le sue considerazioni finali ha ricordato che un governo non può prescindere dai vincoli costituzionali – “la tutela del risparmio, l’equilibrio dei conti, il rispetto dei trattati” – e soprattutto deve “avere sempre presente il rischio gravissimo di disperdere in poco tempo e con poche mosse il bene insostituibile della fiducia: la fiducia nella forza del nostro paese che, al di là di meschine e squilibrate valutazioni, è grande, sul piano economico e su quello civile; la fiducia nella solidità del nostro risparmio, fondata sulla capacità di superare gli squilibri finanziari, economici e sociali; la fiducia nel nostro futuro, da non disperdere in azioni che non incidono sul potenziale di crescita dell’economia, ma rischiano di ridurlo” (e a proposito di forza dei numeri, la scorsa settimana Bankitalia ha confermato che il deflusso di capitali dall’Italia a giugno è salito a quota 481 mld di euro – era 426 a maggio – e le attività nette finanziarie all’estero degli italiani sono aumentate di 22,2 mld. Obiettivo raggiunto: prima scoraggiare gli italiani). Quando l’opposizione dà i numeri (in questo momento i due partiti di opposizione, Pd e Lega, fanno opposizione dando l’impressione di voler contrastare Movimento cinque stelle e Lega costruendo con loro un’alleanza in futuro) l’unica opposizione possibile è quella dei numeri. E chissà che quanto successo un mese fa sulla pagina Facebook del Movimento 5 stelle non sia in qualche modo profetico. I grillini organizzarono un sondaggio chiedendo se sul tema dei vitalizi “la rete” stava con Roberto Fico o con la casta. La rete votò per la casta. Non ci illudiamo che gli anticasta siano diventati improvvisamente deboli e impopolari. Ma sappiamo che mai come oggi la spazzatura populista (che prima o poi non potrà che provare a far saltare la testa del competente ministro dell’Economia Giovanni Tria, capo del cattivissimo Mef) si può combattere solo così. Con la forza dei numeri. Con la riscossa dei corpi intermedi. Perché i dati sono lì, sono un disastro, e per quanto facciano male non si fanno intimidire.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.